Venerdì 26 la polizia ferroviaria di Caserta ferma un giovane senegalese di 35 anni. E’ Sylla
Mamadou Khadialy, un nome lungo come le miglia di terra e mare che ha dovuto fare per arrivare
in Italia. Dicono (!) che fosse in stato di agitazione e allora per calmarlo l’hanno riempito di botte e
poi portato prima in ospedale dove forse hanno completato l’opera e poi al carcere di Santa Maria
Capua Vetere: triste luogo di pena noto per la passione che hanno molti carcerieri di prendere a
cazzotti persone inermi come fossero i sacchi con cui si allenano i pugili. E così, che dopo poche
ore dall’arrivo al carcere Sylla è stato trovato morto!
I suoi compagni senegalesi hanno tenuto un presidio davanti alla prefettura di Caserta oggi alle 17
chiedendo verità sulla morte di Sylla ma si tratta di una verità che anche le pietre conoscono: lo
stato italiano ha fatto un’altra vittima tra i proletari. Veramente qualcuno può pensare che sapere
quanti calci ha ricevuto e da chi, quante siringhe di calmanti e da chi, possa cambiare le cose?
Certo – i nostri obiettori ci diranno – avremo dei colpevoli perché non dobbiamo fare di tutte le
erbe un fascio, perché la giustizia deve trionfare, perché questo non accada più.
Senonché questi fatti accadono con la regolarità terribile della morte, senonché gli organi dello
stato continuano a produrre mele marce e, a quanto pare, in misura crescente, senonché la
giustizia trova la stessa strada che ha trovato in moltissimi casi come quello esemplare di Federico
Aldrovandi
Esattamente venti anni fa – il 26 settembre del 2025 – un altro giovane cadde per mano dello
stato. Si trattava, lo ricordiamo ancora, di Federico Aldrovandi, anche lui fermato per un controllo
di polizia e picchiato a morte tanto che quando viene chiamata l’ambulanza, Federico venne
trovato steso faccia a terra e ammanettato, già morto. Indagini, processi, la dura lotta dei genitori
e dei compagni per giungere alla beffa. I quattro poliziotti che si erano accaniti contro un ragazzo
inerme vennero condannati alla pena di tre anni e mezzo che dopo pochi mesi di carcere verrà
annullata da un indulto, l’atto di clemenza, è proprio così che recita la più bella costituzione del
mondo! I poliziotti pagarono la formidabile cifra di 128 euro per le spese di giudizio della Corte dei
Conti d’Appello che pronunciò l’indulto del perdono ipocrita e pretesco e poi … tutti reintegrati in
servizio! In poche righe questa è la giustizia in Italia quando si tratta di proletari. I poliziotti
interrogati dissero: “…pensavamo che fosse uno straniero!”
Ai compagni di Sylla e a tutti i presenti alla manifestazione di stasera non possiamo che inviare la
nostra solidarietà: siamo a fianco della loro legittima richiesta di giustizia ma chiediamo loro dove
pensano di trovarla, nelle aule dei tribunali? In quelle aule troverete false condanne dei “servitori
dello stato” e vere assoluzioni. La giustizia non si può ottenere dalle aule dei tribunali ma da
quanto sapranno fare le piazze e le strade delle città rivolgendosi ai proletari molto, molto più che
agli stessi governi che vi opprimono, chiamando alla lotta molto, molto più che alle interrogazioni
parlamentari. Prendete dunque in mano la direzione delle vostre lotte, non delegatele ai preti e ai
difensori del legalitarismo. La legge non sarà mai dalla parte degli oppressi, non è stata fatta per
voi!


