Questo testo è stato presentato (in bozza) alla Conferenza di Napoli dalla Tendenza internazionalista rivoluzionaria e, come è accaduto per tutti gli altri testi approvati come risoluzioni comuni della Conferenza, è stato discusso a fondo e integrato da proposte di emendamenti, aggiunte, modifiche. Qui di seguito la sua versione definitiva.
La foto è relativa alla manifestazione per la Palestina avvenuta a Londra sabato scorso, 21 giugno. (Red.)
I venti mesi che ci separano dal 7 ottobre hanno presentato agli occhi del mondo intero una verità definitiva: lo Stato di Israele è una macchina colonialista, suprematista e razzista di oppressione e morte, la cui esistenza è incompatibile con l’esistenza e la libertà del popolo palestinese, anche a causa del suo carattere di esclusivismo etnico e religioso.
Presentato demagogicamente come una “casa” per una parte degli ebrei perseguitati in Europa, lo Stato sionista si è fondato sulla pulizia etnica e sullo sterminio dei palestinesi, con metodi terroristici che ora replicano sfacciatamente quelli del nazismo. Facciamo appello alle masse ebraiche in Israele e nel mondo che sentono tutto questo operato come disumano, affiché rompano in modo deciso con il sionismo e sostengano attivamente la lotta del popolo palestinese, come in tanti hanno già fatto. Abbasso lo Stato sionista genocida di Israele!
Nel corso dei decenni, lo Stato di Israele ha condotto guerre contro Libano, Siria, Egitto, Giordania, Iraq, Yemen e Iran. È così diventato lo Stato più militarizzato del mondo, votato alla guerra permanente più di qualsiasi altro sul pianeta, e l’emblema universale dello Stato di polizia, capace del controllo e della repressione più spietati e tecnologici della classe sfruttatrice sui dominati.
L’altra verità definitiva emersa negli ultimi mesi è che questo Stato può fare, impunemente, tutto ciò che vuole, solo perché gli Stati Uniti d’America, in primo luogo, e gli Stati dell’Europa occidentale, in secondo luogo, lo sostengono incondizionatamente, a prescindere dai crimini che commette. Lo sostengono perché è il loro avamposto nella regione mediorientale, che è stata a lungo ed è tuttora strategica in quanto maggiore produttrice e riserva di oro nero al mondo.
Tuttavia il genocidio in corso a Gaza, una seconda Nakba ancora più feroce e sanguinosa della prima; la totale devastazione del suo territorio e del suo habitat naturale; la ripresa della pulizia etnica in Cisgiordania con la prospettiva, a breve, della sua annessione formale; il cinico uso della fame come arma di sterminio; sono resi possibili anche dal fatto che i paesi BRICS, a partire da Cina, Russia e Brasile, hanno continuato e continuano a fornire allo Stato sionista tutto ciò di cui ha bisogno per continuare indisturbato la carneficina e mantenere un funzionamento “normale” della sua vita sociale. Se il genocidio di Gaza è l’ultima parola dell’imperialismo occidentale in una crisi irreversibile di egemonia nel mondo, è allo stesso tempo la prova che di fronte all’insurrezione rivoluzionaria delle masse oppresse, di fronte al pericolo di contagio rivoluzionario, gli schieramenti borghesi contrapposti sanno trovare il modo di cooperare per cercare di spegnere insieme l’incendio.
Ma in questi venti mesi, anche la causa della liberazione nazionale e sociale del popolo palestinese si è internazionalizzata come mai prima. Per decenni, la causa palestinese è stata una delle principali questioni della lotta antimperialista a livello internazionale, insieme ad altre lotte di liberazione nazionale (Vietnam, Algeria, ecc.). Ora la Palestina è diventata qualcosa di più rispetto ai decenni passati: la straordinaria dimostrazione di coraggio, fermezza, dignità, resistenza e organizzazione mostrata dalla popolazione di Gaza ha reso la causa palestinese, rinata ogni volta dalle proprie ceneri come la fenice, la patria degli oppressi di tutto il mondo. Come persino i ciechi volontari devono vedere, la Palestina non era “una terra senza popolo” da assegnare a “un popolo senza terra”. Era ed è una terra amata dal popolo che la abitava e dai suoi discendenti, ora sparsi ai quattro angoli della regione mediorientale e del mondo intero, che non possono dimenticarla.
Dopo cento anni di colonialismo, razzismo, sterminio, fascismo democratico dei sionisti e dell’Occidente, la resistenza palestinese – a costo di sacrifici estremi – è ancora in piedi. Rinata, “generazione dopo generazione fino alla liberazione”, non sotto la protezione di questo o quello stato “amico”, in quanto non ha stati amici, ma piuttosto grazie alla simpatia e alla solidarietà universale di cui gode tra i lavoratori, soprattutto tra le giovani generazioni, nel mondo arabo, nei paesi di tradizione islamica e anche nel mondo intero, compresi i paesi occidentali che sono ancora i principali protettori dello stato sionista. Ed è proprio la forza di questa solidarietà internazionale e spesso internazionalista che permetterà al movimento di resistenza palestinese di superare i limiti imposti dall’isolamento a cui è stato sottoposto dai regimi arabi e dalla borghesia palestinese, dalle ideologie nazionaliste o da affiliazioni religiose esclusive.
Tale è la diffusione di questa simpatia e la pressione delle manifestazioni di massa, così estesa è la delegittimazione dello Stato genocida sionista, che alcuni governi europei e alcuni partiti europei di “sinistra” – con il massacro e la devastazione di Gaza quasi completati – stanno ora prendendo in considerazione il “riconoscimento dello Stato di Palestina”, protestando per “la fine del massacro” e lanciando qualche invettiva contro gli “eccessi” di Netanyahu. Ma questa tardiva e cinica presa di distanza dall’attuale governo israeliano, che si accompagna sempre alla condanna del “terrorismo” palestinese, non porta ad alcuna azione veramente determinata capace di creare reali difficoltà all’esercito e allo Stato israeliani. Questi crollerebbero nel giro di pochi giorni senza le forniture di armi europee (da Germania e Italia) e senza le innumerevoli forme di collaborazione economica, politica, diplomatica, culturale e di intelligence provenienti dall’Unione Europea, legata a Israele da un accordo di associazione.
Le proposte “alternative” di diversi paesi imperialisti e di alcuni stati arabi ripropongono varianti della proposta della creazione di due stati, il progetto in base al quale la formazione di Israele fu ufficializzata nel 1948 e riaffermata negli accordi di Oslo (1993) e di Camp David (2000), e contro il quale si è sollevata la resistenza palestinese a Gaza. Già in precedenza questa “soluzione” era un fallimento e una caricatura, oggi significherebbe la perpetuazione di un gigantesco ghetto palestinese costruito sulle macerie, o – per essere più precisi – un arcipelago di ghetti. Alcune organizzazioni riformiste si definiscono “realiste”. Ma questo è un realismo che accetta praticamente una realtà creata in termini di pulizia etnica.
Nei palestinesi la politica borghese e l’estrema destra vedono il nemico interno, i rifugiati, gli immigrati nei ghetti moderni. La destra neofascista vede il regime israeliano come il modello della società che desidera. La distopia di Gaza è la “visione” dell’estrema destra globale, e la commissione di un genocidio in diretta da parte di un paese pienamente integrato in quello che viene chiamato Occidente, apre una nuova era. Se Israele può attuare queste politiche, e anche sterminare un intero popolo impunemente, si apre la strada affinché lo stesso venga fatto in ogni paese a spese dei “propri palestinesi”, rifugiati e immigrati, minoranze, chiunque resista e non “si adatti”.
Dobbiamo anche riconoscere i limiti del grande movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Sia all’interno del mondo arabo, dove solo la resistenza libanese e yemenita è riuscita a fornire un significativo supporto materiale e militare al popolo palestinese; e – soprattutto – negli Stati Uniti e nei paesi europei, dove le innumerevoli, a volte enormi, manifestazioni di piazza non sono state in grado di contrastare l’enorme complicità della stragrande maggioranza dei partiti politici, anche quelli presumibilmente di sinistra, e delle dirigenze sindacali che sono state silenziose, o addirittura complici del genocidio sionista. La complicità di questi leader con il genocidio sionista ha mantenuto in piedi la fornitura di armi e tutta la logistica bellica che alimenta il genocidio. I segnali di combattività e fraternità verso i palestinesi provenienti dai lavoratori portuali greci, italiani, francesi e svedesi sono stati significativi, ma finora – nonostante tutto – troppo deboli per produrre risultati decisivi e influenzare le decisioni governative. Il ritardo di un intervento più massiccio e incisivo del proletariato industriale occidentale è dovuto al rallentamento e al lavoro confusionario delle dirigenze sindacali burocratiche e della “sinistra” che fa causa comune con l’azione militare delle borghesie imperialiste, come abbiamo visto in Ucraina.
Eccitato dall’orgia di sangue palestinese che è riuscito a versare, e avendo raso al suolo gran parte della Striscia di Gaza, il governo Netanyahu sta rilanciando il progetto di un “grande Israele”. Israele ha già conquistato punti altamente strategici nella Siria meridionale e ha già dichiarato che non abbandonerà questi luoghi in futuro. Inoltre, vuole consolidare la sua avanzata militare in Medio Oriente con una vittoria sull’Iran. E, quindi, una guerra permanente per i prossimi decenni con l’obiettivo di espandere il suo territorio senza limiti e di eliminare ogni ostacolo che si frapponga a questo programma criminale.
Per fermare immediatamente il genocidio, per distruggere questo disegno coloniale e imperialista, la sola forza della resistenza palestinese non è sufficiente. Poiché lo Stato sionista beneficia della totale protezione dell’imperialismo occidentale, della complicità attiva di tutti gli Stati arabi e dei buoni rapporti economici con gli Stati BRICS, per sconfiggerlo è necessario che le masse sfruttate di tutto il Medio Oriente scendano in campo con ancora più determinazione. Solo la loro rivolta rivoluzionaria contro i regimi reazionari, per essere finalmente libere di attaccare la fortezza sionista, potrà aprire la strada alla nascita di un’unica federazione di Paesi liberi dallo Stato sionista, dal dominio imperialista e dal capitalismo.
E il movimento di solidarietà con la Palestina nei Paesi occidentali deve metterdi in grado di interrompere la catena di approvvigionamento con Israele, la complicità culturale con Israele e imporre un boicottaggio totale delle merci provenienti da Israele. Il genocidio a Gaza rispecchia il capitalismo moderno. È un genocidio perpetrato attraverso l’alta tecnologia e l’intelligenza artificiale. Le azioni omicide dell’esercito israeliano vengono presentate come attacchi pianificati e dettati da algoritmi, mentre i programmi di intelligenza artificiale impartiscono ordini di esecuzione contro bambini e membri di missioni umanitarie. Il genocidio è diventato il campo di applicazione degli strumenti di intelligenza artificiale e delle applicazioni digitali, attraverso i quali le grandi aziende testano i loro prodotti, aumentandone al contempo i profitti. Le proteste nelle università d’élite statunitensi hanno rivelato che il massacro di Gaza porta l’impronta delle più grandi corporazioni capitaliste del pianeta, con la ricerca tecnologica come anello di congiunzione.
La proposta di Donald Trump di una pulizia etnica attraverso il settore immobiliare, creando la “Riviera mediorientale”, è apocalittica. Fino ad ora, tutti gli interventi, le guerre e persino i genocidi hanno richiesto una copertura ideologica o morale. L’amministrazione Trump sta sollevando il velo dell’ipocrisia e rivelando cinicamente gli interessi capitalistici, che sono sempre la causa principale dei massacri.
Ciò che i regimi borghesi, sia democratici che autocratici, temono è che la lotta del popolo palestinese radicalizzi le comunità di immigrati e una nuova generazione di giovani militanti, e diventi un esempio di resistenza e lotta con l’assunzione di caratteristiche di classe, come sta realmente accadendo. L’estrema destra, in quanto avanguardia della politica borghese, sottolinea con forza questo elemento. La causa palestinese diventa, quindi, un punto di riferimento per il movimento di classe e la sinistra, e l’atteggiamento nei suoi confronti determinerà la possibilità di una reale integrazione di gran parte della classe operaia in futuro. L’intervento delle forze sindacali a favore del popolo palestinese, l’ulteriore sviluppo e radicalizzazione del movimento internazionalista pro-Palestina, sono necessari per la resistenza palestinese, per la vittoria del popolo palestinese contro i suoi oppressori.
Stop immediato al genocidio e all’affamamento del popolo palestinese!
Ritiro immediato e incondizionato delle truppe sioniste e dei coloni da Gaza e dalla Cisgiordania!
No alla deportazione del popolo di Gaza!
Fermiamo la macchina sionista di distruzione e morte, i suoi protettori e complici!
Accanto alla lotta di liberazione delle masse oppresse della Palestina contro il colonialismo sionista-occidentale!
Palestina libera dal fiume al mare!
Per uno stato unico, laico, democratico e sovrano per tutta la Palestina, aperto a tutti senza discriminazioni di religione o razza.
Per una Federazione socialista dei popoli del Medio Oriente, libera dal dominio imperialista e dal capitalismo!
On the side of the national and social liberation struggle of the Palestinian people, now and always!
The twenty months that separate us from October 7 have presented to the eyes of the whole world a definitive truth: the state of Israel is a colonialist, supremacist, racist machine of oppression and death, whose existence is incompatible with the existence and freedom of the Palestinian people, also due to its ethnic and religious exclusivity character. Presented demagogically as a “home” for a part of the persecuted Jews in Europe, the zionist State was founded itself on the ethnic cleansing and the extermination of the Palestinians, with terrorist methods that now brazenly replicate those of Nazism. We call on the Jewish masses in Israel and around the world who feel all this inhuman, to break in a decisive way with Zionism and actively support the struggle of the Palestinian people, as so many have already done. Down with the genocidal Zionist state of Israel!
Over the decades the state of Israel has waged war on Lebanon, Syria, Egypt, Jordan, Iraq, Yemen and Iran. It has thus become the most militarized state in the world, devoted to permanent war more than any other on the planet, and the universal emblem of the police state, capable of the most ruthless and technological control and repression of the exploiting class over its dominated people.
The other definitive truth that has emerged in recent months is that this state can do, with impunity, everything it wants, solely because the United States of America, first and foremost, and the Western European states, secondly, support it unconditionally regardless of the crimes it commits. They support it because it is their outpost in the Middle Eastern region, which has long been and still is strategic as the largest producer and reserve of black gold in the world.
The genocide underway in Gaza, a second Nakba even more ferocious and bloody than the first; the total devastation of its territory and its natural habitat; the revival of ethnic cleansing in the West Bank with the prospect, shortly, of its formal annexation; the cynical use of hunger as a weapon of extermination; they are – however – also made possible by the fact that the BRICS countries, starting with China, Russia and Brazil, have continued and continue to supply the Zionist state with everything it needs to carry on the carnage undisturbed, and maintain a “normal” functioning of its social life.
If the genocide in Gaza is the last word of Western imperialism in an irreversible crisis of hegemony in the world, it is at the same time proof that in the face of the revolutionary insurrection of the oppressed masses, in the face of the danger of revolutionary contagion, the opposing bourgeois camps know how to find a way to cooperate in order to try to extinguish the fire together. But in these twenty months, the cause of national and social liberation of the Palestinian people has also internationalized like never before. For decades, the Palestinian cause was one of the main issues of the anti-imperialist struggle internationally, along with other national liberation struggles (Vietnam, Algeria, etc.). Now Palestine has become something more than in past decades: the extraordinary demonstration of courage, firmness, dignity, resistance, and organization shown by the population of Gaza has made the Palestinian cause, reborn each time from its own ashes like the phoenix, the homeland of the oppressed all over the world. As even the volunteer blinds must see, Palestine was not ‘a land without a people’ to be allocated to ‘a people without land.’ It was and is a beloved land of the people who inhabited it and their descendants, now scattered to the four corners of the Middle Eastern region and the whole world, who cannot forget it.
After a hundred years of colonialism, racism, extermination, “democratic” fascism from the Zionists, and Western-Zionism, the Palestinian resistance – at the cost of extreme sacrifices – is standing. Revived, “generation after generation until liberation”, not under the protection of this or that “friendly” state as it has no friendly state, but rather because of the universal sympathy and solidarity it enjoys among the working humanity, especially among the young generations, in the Arab world, in countries with Islamic traditions, and also in the entire world – including the Western countries that are still the main protectors of the Zionist state. And it is precisely the strength of this international and often internationalist solidarity that will allow the Palestinian resistance movement to overcome the limitations imposed by the isolation to which it has been subjected by the Arab regimes and the Palestinian bourgeoisie, and nationalist ideologies or by exclusive religious affiliations.
So widespread is this sympathy and the pressure of the mass demonstrations, so extensive is the delegitimization of the Zionist genocidal state, that some European governments and some European ‘leftist’ parties – with the massacre and devastation of Gaza nearly complete – are now considering the ‘recognition of the state of Palestine’, protesting for ‘the end of the massacre’, and launching a few invectives against Netanyahu’s ‘excesses’. But this late cynical distancing from the current Israeli government, which always accompanies a condemnation of Palestinian ‘terrorism’, does not lead to any truly determined action to create real difficulties for the Israeli army and state. These would collapse within days without European arms supplies (from Germany and Italy) and without the myriad forms of economic, political, diplomatic, cultural, and intelligence collaboration from across the European Union, which is tied to Israel by an association agreement.
The “alternative” proposals of several imperialist countries and Arab states repeat variants of the proposal of the creation of two states, the project under which the formation of Israel was made official in 1948 and reasserted in the Oslo (1993) and Camp David (2000) agreements, and against which the Palestinian resistance in Gaza has risen. It was a failure and a caricature before and today it would be the perpetuation of a gigantic Palestinian ghetto on the rubble, or – to be more precise – an archipelago of ghettos. Some reformist organizations claim to be “realist”. But this is a realism that practically accepts a reality created in terms of ethnic cleansing.
In the face of Palestinians, bourgeois politics and the far-right see the internal enemy, the refugees, the immigrants in the modern ghettos. The neo-fascist Right sees the Israeli regime as the model of the society it desires. The dystopia in Gaza is the “vision” of the global far right, and the commission of a genocide on live broadcast by a country fully integrated into what is called the West, opens a new era. If Israel can implement these policies, and also exterminate an entire people with impunity, the way is opened for the same to be done in every country at the expense of “their own Palestinians”, refugees and immigrants, minorities, anyone who resists and does not “fit in”.
We must also recognize the limits of the great movement of solidarity with the Palestinian people. Both within the Arab world, where only the Lebanese and Yemeni resistance have managed to provide significant material and military support to the Palestinian people; and – above all – in the United States and European countries, where the countless, sometimes enormous, street demonstrations have not been able to counter the huge complicity of the immense majority of political parties, even those supposedly on the left, and union leaderships which have been silent, or even complicit with the Zionist genocide. The complicity of these leaders with the Zionist genocide has maintained the supply of arms and all the war logistics that fuel the genocide.
The signs of combativeness and fraternity towards the Palestinians that have come from Greek, Italian, French, and Swedish dock workers have been significant, but till now – despite everything – too weak to produce decisive results and impact government decisions. The delay of a more massive and forceful intervention of the Western industrial proletariat is due to the slowing down and confusionist work of the bureaucratic trade union leaderships and of the “left” which makes common cause with the military action of their imperialist bourgeoisies, as we have seen in Ukraine.
Excited by the orgy of Palestinian blood it has managed to shed, and by having razed a large part of the Gaza Strip to the ground, the Netanyahu government is relaunching the design of “greater Israel”. Israel has already captured very strategic points in southern Syria and has already declared that it will not leave these places in the future. In addition, it wants to consolidate its military advances in the Middle East with a victory over Iran. And, therefore, of permanent war for the next decades with the aim of expanding its territory without limits and striking every obstacle that stands in the way of this criminal program.
To immediately stop the genocide, to wreck this colonial, imperialist design, the strength of Palestinian resistance alone is not enough. Since the Zionist state benefits from the total protection of Western imperialism, the active complicity of all the Arab states and the good economic relations with the BRICS states, in order to defeat it, it is necessary for the exploited masses of the entire Middle East to take the field with even more determination. Only their revolutionary uprising against their reactionary regimes in order to finally be free to attack the Zionist fortress, will be able to pave the way for the birth of a single federation of countries free from the zionist state, imperialist domination and capitalism.
And the movement of solidarity with Palestine in Western countries needs to be able to break the supply chain to Israel, cultural complicity with Israel, and impose a total boycott of goods from Israel. The genocide in Gaza mirrors modern capitalism. It is a genocide through high technology and artificial intelligence. The Israeli army’s murderous actions are presented as planned strikes dictated by algorithms, while artificial intelligence programs give orders to execute children and members of humanitarian missions. The genocide has become the field of application of artificial intelligence tools and digital applications, through which giant companies test their products, simultaneously boosting their profits. The protests at elite US universities revealed that the massacre in Gaza bear the stamp of the largest capitalist corporations on the planet, with technological research as a connecting link. Donald Trump ‘s proposal for ethnic cleansing through real estate businesses, creating the “Middle Eastern Riviera”, is apocalyptic. Until now, all interventions, wars, and even genocides required an ideological or moral cover. The Trump administration is pulling back the veil and cynically revealing capitalist interests, which are always the root cause of massacres.
What the bourgeois regimes, both democratic and autocratic, fear is that the struggle of the Palestinian people will radicalize the immigrant communities and a new generation of militant youth, and will become an example of resistance and struggle taking on class characteristics, as it is really happening. The far right as the vanguard of bourgeois politics strongly emphasizes this element. The Palestinian cause therefore becomes a touchstone for the class movement and the left, the attitude towards it will determine the possibility of real integration of a large part of the working class in the future. The intervention of the trade union forces in favor of the Palestinian people, the further development and radicalization of the internationalist movement pro-Palestine, are necessary for Palestinian resistance, for the victory of the Palestinian people against their oppressors.
Immediate stop to the genocide and starvation of the Palestinian people!
Immediate and unconditional withdrawal of Zionist troops and settlers from Gaza and the West Bank!
No to the deportation of Gaza people!
Stop the Zionist machine of destruction and death, its protectors and accomplices!
Alongside the liberation struggle of the oppressed masses of Palestine against Zionist-Western colonialism!
Palestine free from the river to the sea!
For a single, secular, democratic and sovereign state for the whole of Palestine, open to all without discrimination of religion or race.
For a Socialist Federation of the peoples of the Middle East free from imperialist domination and capitalism!
Workers and oppressed of the world, unite!

