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Milano, 12 aprile, una grande manifestazione. Con annessa provocazione della polizia

Ieri a Milano, c’è stata una grande, molto calda, manifestazione anzitutto per gridare “stop al genocidio in Palestina”, per rinnovare lo schieramento incondizionato dalla parte del popolo palestinese, della sua indomita resistenza al colonialismo sterminista di Israele/Stati Uniti/Unione europea, e poi per denunciare la corsa al riarmo e alla guerra dell’Italia e dell’UE, e il decreto-manganello appena approvato dal governo Meloni.

Le stesse fonti della disinformazione di stato avevano anticipato la presenza di 30.000 persone, ed in effetti si è trattato di decine di migliaia di manifestanti, il che appaia, sul piano dei numeri, questa manifestazione a quella tenutasi sempre a Milano il 24 febbraio dello scorso anno – con una differenza interessante da cogliere: la maggiore presenza di famiglie, donne, giovanissimi e anche di bambini. Una partecipazione sulla quale molto probabilmente ha inciso l’appello proveniente da un certo numero di moschee e dall’UCOI, che avevano chiesto di dare un segno concreto di solidarietà ai palestinesi colpiti dalla illimitata violenza genocida dei sionisti.

Una illimitata violenza genocida consentita – aggiungiamo noi – dal totale silenzio e/o dalla totale complicità con lo stato di Israele di tutti gli stati del mondo, occidentali e non occidentali, con Stati Uniti, Italia, Europa nella parte dei carnefici in prima persona, e gli altri stati nella parte dei “pali“, di quelli che assistono senza fare nulla, oppure – vedi Russia e Brasile, membri fondatori dei famosi Brics – continuano a rifornire l’esercito di Israele di carburanti essenziali alla continuazione dello sterminio. Per non parlare, poi, dei conniventi stati arabi, abbiano o no firmato i “patti di Abramo”.

Free Free Palestine, Palestina Libera, Israele assassino, Israele terrorista, Netanyahu boia, sono slogan risuonati incessantemente dall’inizio alla fine del corteo. E non è mancata certo la denuncia del governo italiano, terzo fornitore di armi ad Israele dopo Stati Uniti e Germania, né quella del decreto-“sicurezza” Mattarella-Meloni approvato in questi giorni, che recepisce senza toccarlo il contenuto poliziesco, di disciplina sociale da stato di guerra, del famigerato DDL 1660.

La gran parte del corteo era composta dalla fittissima presenza delle associazioni palestinesi, che però – come vedremo – non sono, né possono essere, accomunate nella stessa categoria: palestinesi, come pretendono certi agit-prop dell’unità senza principi che fanno finta di non sapere e di non vedere che c’è una parte del “mondo palestinese”, quella borghese o imborghesita, che in Palestina da tre decenni fa da guardia armata dello stato di Israele contro le Intifade popolari e contro i gruppi della resistenza armata, e si presta anche ad assassinare, oltre che ad arrestare, i palestinesi militanti. Divisioni profonde, che hanno matrici di classe e politiche, ed esistono anche – altro se esistono! – fuori dalla Palestina, in Italia e altrove.

Nell’altra parte del corteo, aperta dalla folta “delegazione” dei proletari del SI Cobas e dalla Rete Libere/i di lottare, è stata ben presente la denuncia dei misfatti del governo Meloni, e di come l’ingresso in una economia di guerra imponga alla classe lavoratrice pesantissimi sacrifici a beneficio dell’insaziabile avidità dei padroni e delle esigenze dei signori della guerra, schiacciando i bisogni vitali delle masse oppresse e sfruttate. Eravamo in questa parte del corteo, nello spezzone della Rete, composto per lo più da compagne/i della TIR, dal Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera, dai Comitati di Lotta di Roma-Viterbo, dal Comitato dei precari “Vogliamo vivere” di Torino, dalle compagne del Comitato 23 settembre. Tra le cose più rilevanti la naturalezza con cui alcuni giovanissimi (sotto i 10 anni) hanno voluto riprendere e rilanciare dal megafono la loro collera per il massacro di altri bambini come loro.

Naturalmente, la polizia ci ha tenuto a ricordare a tutti che il decreto-manganello è già in vigore (sabato eravamo al secondo giorno!), e che quindi è autorizzata per legge, più ancora di prima, a fare quello che vuole, quando lo vuole, con i mezzi e i metodi che vuole. E per ricordare questo, ha realizzato un’aggressione a freddo nella seconda metà del corteo con la scusa ridicola di un paio di vetrine rotte e della scritta “spara a Giorgia”, una scritta!, riferita a chi quotidianamente rifornisce di armi vere, e di informazioni utili, Israele perché “porti a termine il lavoro iniziato”, produrre una seconda Nakba attraverso un massacro e una distruzione senza fine, arrivati ieri a demolire l’ultimo ospedale rimasto nella città di Gaza. La polizia della sterminista Meloni dà fogli di via a chi denuncia lo sterminio! Piccolo particolare aggiuntivo: alcuni dei poliziotti portavano giubbotti facenti riferimento a gruppi polacchi di estrema destra filo-nazi (“Orzel Skulls” ,”Narodowa Duma”).

Succede, poi, che l’API (Associazione dei palestinesi in Italia) si schieri dalla parte della polizia e dello stato di polizia, affermando quanto segue (testuale): “Rinnoviamo la nostra fiducia nelle autorità affinché vengano accertate le responsabilità e perseguiti i colpevoli”, ossia gli autori delle “scritte minacciose” e degli “atti vandalici” che, a detta dell’API, “danneggiano la causa palestinese, offendono la memoria delle vittime e tradiscono lo spirito della mobilitazione”. Trovate voi la qualifica esatta per una posizione del genere. Chi sa come faranno ad arrampicarsi ancora sugli specchi, come dopo il 30 novembre scorso a Roma, gli amanti dell’unità-a-tutti-i-costi… [A tarda sera ci è arrivata una generica smentita dell’API, secondo cui il comunicato qui commentato non sarebbe dell’API, ma dal contenuto del comunicato non si prende alcuna distanza. Vedremo, e naturalmente daremo conto degli ulteriori sviluppi di questa vicenda.]

Martedì prossimo, SI Cobas, CUB e “Comunità palestinesi lombarde” terranno una conferenza stampa per spiegare che la provocazione, ieri, è stata della polizia, e la cosa li “preoccupa” in vista delle manifestazione del 25 aprile e del 1° maggio. In effetti, quanto accaduto ieri dà una ragione in più a quanti, come noi da mesi, insistono sulla necessità di opporsi con tutte le forze all’implementazione di norme e prassi da stato di polizia e di guerra. E sulla necessità di estendere la nostra denuncia alla massa quanto più ampia possibile di lavoratori e lavoratrici.

Le due giornate di lotta di venerdì e sabato ci danno ulteriore energia per procedere su questa via. Unendoci, già il prossimo 26 aprile, alla nascente Rete internazionale contro la repressione e la persecuzione politica – che vede la Tendenza internazionalista rivoluzionaria tra i promotori, e il Movimento 7 novembre, Iskra, la Rete Libere/i di lottare tra i primi aderenti in Italia.

Qui di seguito alcune immagini dello spezzone della Rete Libere/i di lottare

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