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Volkswagen: il sindacato si piega senza lottare: meno salario, meno occupazione, più ore di lavoro

Venerdì 20 dicembre, dopo due brevi scioperi di avvertimento e  70 ore di trattative nonstop, il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, il Consiglio di fabbrica di Volkswagen, e la dirigenza Volkswagen hanno raggiunto un accordo per il rinnovo del contratto aziendale relativo alla Germania.

Come prevedibile sulla base delle disponibilità offerte dal sindacato già al momento dell’indizione degli scioperi, si tratta di un accordo in cui il sindacato aderisce alla logica dell’azienda e si fa carico delle richieste di riduzione dei salari e di 35 mila posti di lavoro, e financo di aumento dell’orario di lavoro, in cambio del mantenimento delle garanzie contro licenziamenti economici e dell’ “impegno” aziendale a investire su nuovi modelli per i diversi stabilimenti.

Il comunicato aziendale titola “Accordo raggiunto: Volkswagen AG si posiziona in modo competitivo per il futuro” e prosegue: “L’obiettivo dichiarato congiuntamente è che il marchio Volkswagen Passenger Cars, in quanto nucleo centrale di Volkswagen AG, diventi entro il 2030 il produttore di grandi volumi leader tecnologico mondiale”. La subordinazione, quindi, del sindacato alla logica dell’azienda, per assicurare agli stabilimenti di VW in Germania una produzione “economicamente sostenibile”, cui corrisponderebbe il conseguimento dell’ “obiettivo di utile sulle vendite a medio termine”.

Come? Con la riduzione di 1,5 miliardi di euro del costo del lavoro per anno; diviso per i 300 mila lavoratori VW in Germania, risultano 5.000 euro di minor salario per ciascun lavoratore. A questo si aggiungerebbero altri “risparmi” nello sviluppo dei modelli, per arrivare a 4 miliardi di riduzione dei costi complessivi (e aumento dei profitti).

Nel concreto, in cosa consistono i tagli dei costi salariali e occupazionali concordati dal sindacato?

  • Rinuncia agli aumenti salariali pattuiti per tutto il settore metalmeccanico ed elettrotecnico, fino a fine 2030: da subito, rinuncia a un + 2% da gennaio 2025, e ad un ulteriore +3,1% da aprile 2026.
  •  Rinuncia a due pagamenti del bonus di partecipazione agli utili, a maggio 2026 e 2027, e sua riduzione dal 50% al 35% di quello del livello inferiore dei manager per gli anni successivi;
  • Cancellazione dell’aumento di euro 1.290 del premio feriale. Nel 2027, per i soli membri di IG Metall, sarà introdotto un premio di iscrizione (a IG Metall) di 254 euro, che salirà fino a 1.271 euro nel 2030. Un assist aziendale all’iscrizione a un sindacato che ha dato prova di fedeltà aziendale.
  • Riduzione dei premi di anzianità (Jubiläumsgratifikation) che vengono corrisposti al compimento del 25° e 35° anno di anzianità aziendale (rispettivamente a 6.000 e 12.000 euro).
  • Aumento dell’orario di lavoro a 35 ore, sia per i lavoratori diretti, ora a 33 ore settimanali, che degli indiretti, ora a 34 ore settimanali. Anziché ridurre l’orario a fronte dei mutamenti tecnologici che comportano un minor monte ore, lo si aumenta aggravando i problemi occupazionali. In cambio vengono corrisposte indennità annuali che non compensano affatto il salario delle ore perse.
  • Taglio di 35 mila e più posti di lavoro nei vari stabilimenti, con modalità “socialmente responsabili”. La garanzia occupazionale non riguarda il mantenimento del numero di occupati, ma il non-licenziamento per motivi economici degli attuali quasi 300 mila occupati. Saranno inoltre ridotti i posti di formazione per apprendisti, una formula molto importante in Germania per la formazione tecnica dei lavoratori e la loro stabilizzazione.
  • L’azienda fornisce piani produttivi dei vari modelli per i diversi stabilimenti; per Wolfsburg, il maggiore, è prevista una radicale ristrutturazione con il trasferimento a Puebla in Messico della produzione della Golf, per produrre a fine decennio la Golf elettrica. Al taglio dei posti di lavoro corrisponderà un taglio della capacità produttiva corrispondente a 734 mila auto/anno come effetto del piano di ristrutturazione. Il piano aziendale prevede, quindi, il trasferimento all’estero di parte della capacità produttiva, verso paesi a minor costo della forza-lavoro.  

Il sindacato IG Metall presenta come un successo il permanere della “garanzia occupazionale” così svuotata dai 35 mila esuberi, e il mantenimento in attività di tutti gli stabilimenti, mentre l’azienda aveva fatto circolare, attraverso il Consiglio di fabbrica, l’intenzione di chiuderne tre senza specificare quali – all’evidente scopo di creare un clima di paura e far passare le rinunce salariali e occupazionali. La riduzione del personale porterà verosimilmente allo svuotamento di alcuni stabilimenti, per la loro successiva “chiusura a rate”. L’accordo fa tuttavia passare tra i lavoratori l’idea che i sacrifici non vadano ad aumentare i profitti (come l’azienda trionfalmente dichiara), ma abbiano un contenuto di solidarietà, andando le rinunce salariali a un fondo per la compensazione / incentivazione all’esodo “socialmente responsabile” del personale. Gli incentivi all’esodo sono in realtà per le imprese un “investimento” che si ripaga in uno-due anni con la riduzione del numero dei dipendenti.

Nel complesso, riteniamo si tratti di un accordo in perdita per i lavoratori, da un punto di vista sia salariale che occupazionale. E soprattutto un accordo che sancisce la collaborazione-subordinazione del sindacato agli interessi dell’azienda e dei suoi azionisti, con il sindacato che invece di perseguire le migliori condizioni salariali e lavorative per i lavoratori, fa proprio l’obiettivo del primato mondiale della multinazionale, e ad esso sacrifica salario e occupazione.

Nei primi commenti dei lavoratori ci sono anche coloro che traggono un sospiro di sollievo perché “poteva andare peggio”. La campagna allarmistica condotta dall’azienda facendo trapelare tramite i rappresentanti sindacali la necessità di tagliare i salari del 10%, licenziare 30 mila lavoratori e chiudere tre fabbriche in Germania, aveva indotto in molti lavoratori la percezione di una (inesistente) situazione di crisi aziendale e il timore di essere tra i minacciati di licenziamento. Altri fanno notare che nei primi tre trimestri dell’anno la VW ha realizzato 12,9 miliardi di utile operativo, che smentisce che il gruppo sia in difficoltà come ha affermato per ottenere concessioni dai lavoratori.

D’altra parte, come abbiamo osservato, il sindacato IG Metall, mentre indiceva scioperi di avvertimento (che hanno coinvolto solo un terzo dei dipendenti VW) e minacciava lo sciopero a oltranza (tanto che i giornali italiani titolavano come se tale sciopero fosse già in corso), andava alle trattative dando la propria disponibilità a rinunciare ad aumenti salariali. Per poi concludere senza scioperi l’ultimo mega-round di trattativa a ridosso delle feste natalizie, mentre parte dei lavoratori sono in ferie, e una discussione collettiva nelle assemblee di lavoratori è più difficile. E ciò senza mettere in campo la lotta dei lavoratori, che nelle settimane precedenti avevano manifestato la propria disponibilità ad una lotta anche prolungata durante gli scioperi di avvertimento. In sostanza, una resa senza lottare.

IG Metall negli anni ’80 è stato protagonista di importanti lotte per la riduzione dell’orario di lavoro, che sono state un punto di riferimento per i lavoratori in tutta Europa e nel mondo. L’accordo VW, che prevede anche un aumento dell’orario di lavoro, dà il segno di un grave arretramento, ispirato da un’alleanza di fatto con l’azienda, che fa dei dirigenti del sindacato agenti del capitale tra i lavoratori, per garantire competitività e profitti.

Ovviamente l’accordo ha avuto i plauso del cancelliere Scholz e di Stephan Weil, ministro-presidente socialdemocratico della Bassa Sassonia, secondo azionista di VW dopo la famiglia Porsche, e membro del Consiglio di Sorveglianza.

C’è un altro aspetto negativo nell’ipotesi di accordo VW. La FCA (FIAT-Chrysler) di Marchionne aveva lasciato Confindustria e il contratto metalmeccanici di propria iniziativa, escludendo la FIOM dalle trattative. Nel caso VW, è la stessa IG Metall a concedere lo sganciamento dell’azienda, secondo gruppo mondiale dell’auto e primo in Europa, dal contratto nazionale metalmeccanici, rinunciando al recupero salariale ottenuto da tutto il settore, e separando i 300 mila lavoratori Volkswagen dagli altri lavoratori del settore fino a tutto il 2030. Un brutto segnale di aziendalismo contro l’unità di classe.

Un commento di un lavoratore VW riportato su Rote Fahne afferma che l’accordo costituisce la “rottura di una diga” (della resistenza operaia contro le pretese del capitale). Questo è vero sia dentro il gruppo VW, sia per i lavoratori degli altri paesi cui l’azienda chiederà di fare la “loro parte” con altre concessioni, sia infine per i lavoratori dei gruppi automobilistici concorrenti di VW, a partire da Stellantis, cui verrà chiesto di fare concessioni come alla VW, per mantenere l’azienda competitiva rispetto al colosso tedesco. Una concorrenza al ribasso nelle condizioni salariali, lavorative, occupazionali e del welfare che rischia di tradursi in un arretramento generale della classe a livello internazionale in questo settore-chiave. 

Le assemblee dei lavoratori, che dovranno esprimersi sull’ipotesi di accordo, ci daranno il polso del settore più concentrato della classe operaia tedesca.

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