Quando insistiamo sul fatto che i costi, altissimi anche se per ora solo economici, dell’impegno bellico dello stato italiano sui vari fronti di guerra – a cominciare da quello che lo vede fornire un sostegno incondizionato allo stato sionista e ai suoi crimini – li pagano e li pagheranno sempre di più i proletari, affermiamo una verità che si può toccare con mano quotidianamente nella compressione dei salari, nell’aumento delle bollette e nel travaso di fondi pubblici dalla spesa sociale a quella militare. Sono in arrivo, poi, parola di Giorgietti, nuove tasse “per tutti” – sappiamo bene cosa l’espressione “tutti” venga poi a significare (… tutti quelli che le pagano usualmente, ossia la totalità dei lavoratori salariati).
Il prelievo dalle tasche dei salariati e dei pensionati che, nell’accelerazione degli eventi bellici, è destinato nel breve periodo a farsi ancora più gravoso, dipenderà, tra i tanti fattori in gioco, anche, ovviamente, dalla resistenza che gli alleati dello stato e del governo italiano troveranno sul terreno. Resistenza che, come nel caso della guerra genocida contro Gaza e ora contro il Libano, non si limita solo ad infliggere duri colpi all’esercito sionista (in Palestina e ora in Libano), ma costringe lo stato maggiore israeliano a mobilitare tutto il paese per tenerle testa, come riporta The Jerusalem Post in quest’articolo di Eve Young.
E così, a un anno dal 7 ottobre, la tenuta economica e sociale dello Stato sionista risulta, a uno sguardo attento, piuttosto debilitata. E non parliamo solo delle finanze israeliane, stressate dal dispiegamento militare offensivo e difensivo (Iron Dome, ecc.) e il cui indebolimento è per ora parzialmente compensato dalle iniezioni di dollari e armamenti da parte della coalizione alleata; a mettere in crisi il sistema-paese è in primis la mobilitazione di migliaia di riservisti necessaria per dare il cambio alle unità militari al fronte. Alla chiusura di tante aziende dovuta ai contraccolpi immediatamente successivi al 7 ottobre, si è aggiunta col tempo una vera e propria emorragia di forza-lavoro qualificata, che ha messo in difficoltà la continuità produttiva. Vanno considerati, inoltre, la crisi del sistema sanitario, i costi per il mantenimento degli sfollati dagli insediamenti al confine col Libano e la fuga dal paese, mai interrottasi da un anno a questa parte, di migliaia di coloni con doppio passaporto. Last but not least, in una società occidentale quale quella israeliana la guerra produce stress e ricadute psicologiche di massa che non possono non minare la già fragile coesione sociale. Dalla guerra del ’67 in poi lo Stato sionista ha sempre prevalso scommettendo sul fattore tempo, cioè su guerre lampo che hanno sorpreso e travolto i suoi avversari. Questa volta, però, l’avventura militare ha preso tutt’altra piega. L’estensione delle operazioni militari per oltre un anno – e ancora non se ne vede la fine – oltre ad aver aperto altri fronti, l’ultimo quello con l’Iran, potrebbe provocare un’implosione economica dello Stato, che nel lungo periodo, nessun alleato di Tel Aviv, nemmeno quello statunitense, sarebbe in grado di impedire.
Per scongiurare tale scenario, sempre meno remoto, c’è da immaginarsi che il governo Meloni prima o poi, per accorrere in soccorso all’alleato israeliano, ci imporrà nuovi sacrifici ad hoc, che andranno ad sommarsi ai milioni di euro già spesi in cooperazione militare, economica e accademica con Tel Aviv (indicativa in tal senso è la telefonata, amichevole pare, avvenuta ieri tra Meloni e Schlein per andare incontro “insieme”, nel segno della “coesione e unità nazionale”, a “settimane difficili” – l’esplicito riferimento della velina di palazzo Chigi è proprio a Israele). Insomma, non mancano i motivi per battersi nelle piazze, con la mobilitazione di massa contro la catena di comando della guerra imperialista in Palestina e nel Medio Oriente, di cui lo Stato italiano è un anello importante. Questo, nel nostro interesse e in quello di chi in prima linea resiste al genocidio e alla pulizia etnica, è il compito che ci attende. Buona lettura.
E tutti/e domani a Roma! (Red.)
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