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Che la repressione non faccia sconti alle donne, è cosa nota, non è una novità del governo Meloni – Comitato 23 settembre

FERMIAMO IL DDL 1660 (parte seconda)

CHE LA REPRESSIONE NON FACCIA SCONTI ALLE DONNE…

è cosa nota, e non è una novità del governo Meloni!

Nel quadro della campagna per fermare il DDL 1660 che procede a tappe forzate verso l’approvazione abbiamo raccolto alcune riflessioni su come, negli ultimi decenni, lo stato italiano, basato sulla “Costituzione più bella del mondo”, non solo non ha mai smesso di legiferare in materia di repressione, aggravando costantemente le sanzioni pecuniarie e penali contro ogni lotta o devianza, ma ha agito in alcuni momenti storici con la massima durezza, e in modo del tutto indipendente dalla collocazione politica dei governi al comando.

I destinatari di queste leggi sono sempre gli stessi e in costante aumento via via che la crisi capitalistica si avvicina ad un limite, oltre il quale questo sistema economico basato sul profitto non è più in grado di garantire la sopravvivenza di chi ne produce la ricchezza: lavoratrici/ori, disoccupate/i, immigrate/i, povere/i, marginalizzate/i, giovani, studenti e quanti sono privati della libertà per reati di opinione o contro la proprietà privata. Le donne sono soggetti sempre doppiamente ricattabili, ancor più quando si organizzano. Tutti coloro che manifestano il loro dissenso in modo spontaneo o organizzato sono sotto tiro.

Nell’aggravarsi della crisi, metodi e ambiti della repressione sono diventati sempre più subdoli e pervasivi della vita sociale, con l’obiettivo di prevenire possibili e sempre più plausibili moti di rivolta.

BERSAGLIO N° 1, LE IMMIGRATE E GLI IMMIGRATI

In Italia il ciclo lungo delle lotte degli anni ‘60/70 ha lasciato un profondo sedimento delle esperienze di lotta che avevano unificato diversi strati sociali, operai, studenti, donne che con i movimenti femministi hanno ottenuto importanti conquiste.

Gli anni successivi, caratterizzati da una sostanziale stasi del movimento dei lavoratori e dei movimenti sociali in genere, hanno visto concentrarsi l’azione repressiva dei governi di centro sinistra e poi di centro destra sulla necessità di tenere sotto controllo l’immigrazione, additando gli immigrati come causa della mancanza di sicurezza nei territori e di stabilità nei posti di lavoro, e alimentando tra i proletari un sentimento xenofobo e razzista.

Gli obiettivi dichiarati della prima legge, la Turco/Napolitano del 1998 (ipocritamente: favorire l’accoglienza e di fatto respingere i “clandestini”) si rivelarono un fallimento.

Di fatto la palla passò al successivo governo che, di fronte al dilagare degli sbarchi dal Nord Africa sulle coste italiche, con la Bossi/Fini (2002) strinse in una morsa ulteriore gli immigrati/e, senza per questo mettere in discussione il sistema degli sbarchi e i potenti interessi che ne erano alla base. L’ordine pubblico e la necessità di garantire al sistema Italia manodopera ricattabile e a basso costo erano al centro della legge.

Obiettivo raggiunto! L’integrazione continua a non avere alcuna base materiale per essere realizzata, come bene evidenzia l’attuale finta diatriba tra ius soli e ius scholae!

LE DONNE IMMIGRATE GODONO DI UN TRATTAMENTO PARTICOLARE

Migliaia di ragazze sono state vittime della tratta, ingannate con la promessa di un lavoro “dignitoso” e poi gettate sui marciapiedi per ripagare i debiti del viaggio e incrementare il mercato di corpi a pagamento, a vantaggio delle grandi organizzazioni criminali e dei piccoli sfruttatori all’interno della comunità degli immigrati stessi. Lo stato tace ed acconsente.

Decine di migliaia di donne dall’est e dal sud del mondo vengono in Italia a prestare i loro servizi di cura a famiglie e anziani, donne invisibili, sottopagate e spesso senza tutele. Le immigrate scontano, al pari o con ancora maggior difficoltà delle donne italiane senza privilegi, una vita di solitudine e precariato. E chi ha la “fortuna” di lavorare in fabbrica, si trova sempre all’ultimo gradino dello sfruttamento. Ma ci sono, anche in questo caso, degli importanti esempi di lotta: uno di questi è la lotta delle operaie per lo più immigrate, dell’Italpizza di Modena, che nel 2019, organizzate con il Sicobas, hanno sfidato l’azienda battendosi contro il licenziamento e contro le misure punitive cui erano state sottoposte al reintegro in fabbrica. Coinvolgendo il territorio nella loro lotta hanno sfidato non solo l’azienda ma anche i pregiudizi di arretratezza e passività cui erano soggette come immigrate. La stretta sicuritaria messa in atto dai decreti Salvini con lo scopo di rendere impraticabile il diritto di sciopero con l’aggravamento delle pene per i picchetti, il blocco stradale e le azioni di resistenza davanti ai cancelli nel loro caso non ha funzionato!

Respingimenti, CPR e ricatti sui permessi di soggiorno hanno garantito una vita di inferno agli immigrati tutti. Nei centri di detenzione, dopo sofferenze di ogni tipo, c’è chi perso la vita nell’indifferenza di troppi, come nel caso recente del ragazzo marocchino, identificato da un numero come nei lager nazisti, lasciato morire abbandonato a sè stesso nel CPR di Potenza lo scorso 5 agosto.

LE GIORNATE DI GENOVA 2001, UNA LEZIONE DA NON DIMENTICARE

Nonostante il relativo clima di calma sociale degli anni ’80/90 assistiamo all’alba del secondo millennio a quella che Amnesty International (non certo un’organizzazione rivoluzionaria) definì “la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la seconda guerra mondiale” e cioè alle 4 giornate del G8 di Genova, (18-21 luglio 2001) in occasione della riunione dei capi di governo degli 8 maggiori paesi industrializzati, precedute nel marzo dello stesso anno, dal vertice OCSE a Napoli .

Qui si concentrò per la prima volta il popolo NO GLOBAL che, lungo tutti gli anni ’90 si era mobilitato in svariate città americane. In una società in profonda crisi sul piano economico, sociale e bellico, questo movimento giovanile esprimeva la denuncia del peggioramento delle condizioni di vita dei proletari e della classe media bianca che sentivano scricchiolare le proprie sicurezze economiche, e dei neri che, rinchiusi delle carceri e nei ghetti, o uccisi per strada per mano di poliziotti bianchi e neri, non avevano mai smesso di subire attacchi dalla classe capitalistica a maggioranza bianca.

Pur senza riferirsi alle ideologie rivoluzionarie o di classe, questo movimento denunciava gli effetti della globalizzazione sui paesi del sud del mondo in parte attraverso il pacifismo democratico in parte con azioni più radicali, distruggendo i simboli dell’oppressione dei popoli (con l’azione contro il Columbus Day “1° genocidio della nazione” a San Francisco), e della ricchezza (attaccando banche e residenze dei divi di Holliwood).

Nei mesi che precedettero il G8 verificammo come, per gli stessi compagni che non vivevano a Genova, fosse difficile stimare appieno quale clima si stesse preparando in città da parte di Questura e forze dell’ordine (continui controlli a tappeto di persone e sedi, espulsione di quanti più migranti possibile…) e dei governi di regione e città (chiusura con cancellate di tanti dei “caruggi” del centro storico, saldatura dei tombini, ordini di inaccessibilità a stazioni e porti, limiti nella spedizione di merci…fino alla comparsa, la notte prima della manifestazione dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, di un vero e proprio muro di container a protezione della zona della Foce dove si erano raccolte tutte le forze dell’ordine affluite a centinaia(…per difetto?) da tutta Italia. Le caratteristiche pacifiste e democraticiste degli organizzatori del GSR sembravano non giustificare questo imponente apparato repressivo. Ma su Genova convergevano anche molti altri gruppi politici e associazioni sindacali più radicali.

La manifestazione del 19 Luglio (presente principalmente l’associazionismo cattolico, in cui tutto filò liscio in un contesto ecumenico e festante) fu seguita da quella del 20 cui Carlo Giuliani venne ucciso da un carabiniere. Il 21 una marea di gente comune, uomini e donne di tutte le età, ma soprattutto giovani e giovanissimi/e si unirono ai manifestanti, nonostante il rischio percepito, contro i padroni del mondo responsabili di un presente di lacrime e sangue, e di un futuro all’insegna della sopraffazione e dello sfruttamento.

LE TESTIMONIANZE

Una nostra compagna, testimone dei fatti, racconta: “Il culmine della giornata del 20, in cui le forze dell’ordine non si risparmiarono, fu la morte di Carlo; ma l’indomani sul lungomare, dove la marea di gente era ancora maggiore, ciò che mi toccò vedere fu solo una piccola porzione di quanto riportarono i giornali per settimane ma ancor più dettagliatamente i/le sanitarie del GSF. 1) ” Nelle piazze, anche su chi scappava o alzava le mani, l’accanimento fu indiscriminato su anziani, donne e uomini.”

Un’altra testimonianza riporta che “I lacrimogeni al gas CS (orto-clorobenzilidenemalononitrile) lasciarono segni, a tutt’oggi non ancora scomparsi” (2) Il resto lo fecero i manganelli su arti, teste e visi su cui seminarono tumefazioni, fratture e migliaia di punti di sutura mentre, e sempre col manganello, “..fra orribili urla da branco, i gloriosi militari di questa repubblica, si pregiarono di rovistare fra le gonne, le cosce, le tette di donne e ragazzine..”(3)

Sottolineiamo qui il trattamento riservato alle donne oltre che nelle piazze, all’interno della caserma di Bolzaneto a Genova: lo strappo di un piercing dal naso di una ragazza, mentre, sullo sfondo di cori e inni fascisti, ragazzine venivano insultate a suon di “puttana e troia”. Non di meno avevano fatto a Napoli nella caserma Raniero, su una manifestante : mentre cercava di allontanarsi dalla zona rossa dove i ragazzi, a mo’ di tonnara, vengono chiusi senza via di fuga, viene colpita alla testa da una manganellata di una poliziotta. Prelevata poi dal Pronto Soccorso viene portata alla Raniero. Lì, denudata e umiliata, piange e protesta mentre una poliziotta la minaccia di farle una perquisizione anale. Terrorizzata quando un poliziotto le dice di sapere tutto di lei e della sua famiglia e quando nello zaino le scoprono la tessera di Rifondazione comunista si scatenano a suon di “ puttana e comunista di merda”. 3)

Queste le modalità peculiari di repressione e violenza che vengono riservate alle donne se si ribellano agli ordini costituiti del patriarcato e dello stato che le vuole docili e sottomesse, e, invece che attenersi all’unico ruolo di mogli e madri, partecipano attivamente alla vita politica e sociale. DAVVERO, LA REPRESSIONE NON FA SCONTI ALLE DONNE!!

La macelleria a Napoli e a Genova attuata con identiche modalità da due governi di diverso colore, fu messa in atto su precisi ordini di questure e forze di governo, con l’appoggio di infiltrazioni naziste nelle file dei manifestanti. L’obiettivo di tanto accanimento? una resa incondizionata e la rinuncia ai minimi diritti civili esistenti fino ad allora, almeno fuori dalle carceri; un avvertimento inequivocabile a quanti, da posizioni pacifiste e democraticiste, avrebbero potuto radicalizzarsi!

L’impunità di cui tutti i responsabili di ogni ordine e grado hanno potuto godere fino ad oggi dimostra che lo stato da sempre protegge bene i suoi sgherri e mette in atto la sua politica repressiva anche senza le leggi… ma che con queste la può rafforzare.

(Continua…)

1) Come riportato nel testo “Obbligo di referto”, Fratelli Frilli Editori, 2001

2) Testimonianza di Laura Corradi, in “Sindrome di Genova. Lacrimogeni e repressione chimica”.

2) AA.VV., “Game over. La sfida al G8”, ed. La talpa di biblioteca 33, settembre 2001.

3) Questa testimonianza fu messa nero su bianco dal padre della ragazza in un esposto al capo di gabinetto della questura, parte di un corposo fascicolo che la procura di Napoli aprirà…2 anni dopo!

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