Un blog per chi ama la lotta e sogna la rivoluzione

La grande rivolta dei minatori di Marikana in Sud-Africa – Pietro Basso (italiano – english)

Il documento della Tendenza internazionalista rivoluzionaria sui recenti avvenimenti in Niger –https://pungolorosso.com/2023/08/08/niger-e-dintorni-africa-ribelle-occidente-in-panne-tendenza-internazionalista-rivoluzionaria/e i materiali su Sankara che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi – https://pungolorosso.com/2023/08/14/thomas-sankara-il-coraggio-e-la-visione-di-un-rivoluzionario-africano-andato-oltre-il-pan-africanismo/ hanno suscitato parecchio interesse, e sono stati rilanciati in più circuiti e da più compagni/e.

Ci è arrivata anche la richiesta di dire qualcosa in più sulle lotte degli sfruttati dell’Africa, e in particolare sulla rivolta dei minatori di Marikana, che è stata un momento importante dello sviluppo di queste lotte, ed invece resta praticamente sconosciuta qui. Lo facciamo con piacere pubblicando il testo scritto su quella rivolta anni fa da un compagno della nostra redazione. Questo testo fu incluso (un grande onore!) in una pubblicazione – Marikana. A Moment in Time, Geko Publishing, Johannesburg, 2013 – che un gruppo di poeti militanti sud-africani curò a sostegno delle famiglie dei minatori assassinati, ricco di versi di fuoco.  (Red.)

Marikana è due cose, due mondi, due storie in una. È il bestiale eccidio dei minatori; è la vibrante lotta dei minatori. Il primo viene da lontano, da un passato che non vuol morire. La seconda porterà lontano, ad un futuro di liberazione che nessuna mitraglia potrà cancellare. Esaminiamo queste due facce, questi due aspetti, uno dopo l’altro, uno contro l’altro per identificare i due antitetici messaggi che i fatti di Marikana hanno lanciato al mondo.

Dal vecchio colonialismo al nuovo colonialismo

Perciò ripeto

Quando tra la tratta degli schiavi e oggi

Ci siamo detti che i loro metodi erano cambiati

Quando?!?

Mak Mamabolo

L’eccidio dei minatori di Marikana dice anzitutto al mondo intero che se il vecchio apartheid bianco è morto, c’è ora in Sud Africa un nuovo apartheid bianco-nero, e dietro e sopra di esso c’è un nuovo colonialismo. Gli scopi e, per l’essenziale, i metodi di questo nuovo colonialismo non sono diversi da quelli del vecchio colonialismo. La diversità è tutta e solo nelle forme, e nel fatto che il nuovo colonialismo ha assoldato e integrato a sé una classe dirigente di uomini politici, amministratori e sfruttatori neri disposti, senza vergogna, a servirlo da bravi soci in affari. È una storia antica che si rinnova nell’ambizione (vana) di guadagnare l’eternità.

Il Sud Africa è da secoli un laboratorio della più brutale espropriazione dei produttori diretti e del più feroce super-sfruttamento del lavoro, africano e asiatico, da parte del capitale bianco – uno dei più importanti laboratori del genere, nel mondo. Cominciò la Dutch East Indian Company nella regione del Capo con l’espropriare le popolazioni locali delle loro terre e del loro bestiame, con la loro decimazione e il loro asservimento, e con l’importazione dalla Malesia di lavoratori ridotti in schiavitù. Proseguirono l’opera i coloni olandesi soggiogando gli Xhosa e assorbendoli nella loro “settler economy” in condizione servile. L’arrivo dei colonialisti britannici inaugurò l’aggressione alle popolazioni Zulu nel Natal e avviò l’importazione di coolies indiani dall’Asia, da spremere fino all’osso nelle piantagioni di canna da zucchero. Dopo la scoperta dei diamanti e delle miniere di oro (1867-1872) gli impresari colonizzatori, posti davanti alle resistenze dei popoli africani ad accettare salari di fame, fecero ricorso ai coolies cinesi e ai lavoratori neri importati dalle colonie portoghesi in Africa. Ed è proprio nelle miniere di diamanti e di oro che si è venuto strutturando nel tempo un sistema, violento ed insieme sofisticato, di sfruttamento differenziale del lavoro fondato su basi nazionali, razziali ed etniche. Da un lato una forza-lavoro qualificata bianca portata dall’Europa, dall’altro una manovalanza africana (e asiatica) pagata con salari 10-15-20 volte inferiori a quelli bianchi, reclutata e stratificata con cura al fine di mantenere accese al suo interno l’ostilità tra i lavoratori africani e i lavoratori asiatici, e un’intensa rivalità tribale tra i lavoratori neri. Per assicurarsi una enorme e permanente sovrabbondanza di schiavi sotto-salariati neri da mettere in concorrenza tra loro, la Chamber of Mines e la Witwatersrand Native Labour Association pretesero la pass law e le Riserve. E da queste hanno potuto attingere per decenni moltitudini di lavoratori locali da impiegare per brevi periodi e da rispedire poi, dopo averli torchiati a sangue, nelle loro “homeland”, ridotte dai padroni delle miniere a vere e proprie discariche dell’economia sud-africana.

Ne è nato così un autentico paradiso per il capitalismo coloniale, per l’imperialismo occidentale tutto: olandese, britannico, tedesco, statunitense, italiano, svizzero, francese, australiano, israeliano, e, si capisce, per gli sfruttatori boeri.

Un paradiso capitalista (non precapitalista, come pretendono alcuni), costruito secondo i dettami della bruta “razionalità” del profitto, supportati dalla (presunta) “irrazionalità” del razzismo segregazionista. Il termine con cui questo sistema, essenziale per l’accumulazione capitalistica sia a scala locale che mondiale, è stato designato, apartheid, può trarre in inganno: perché il suo tratto essenziale non è tanto la rigida separazione fisica tra bianchi e neri, possibile ed utile solo fino ad un certo punto, quanto la rigida e molteplice gerarchizzazione della forza-lavoro dentro le miniere, le imprese industriali, le aziende agricole dei proprietari bianchi. Una gerarchizzazione tra soprastanti e sottostanti che non ha diviso e divide solo i bianchi dai neri, ma ha diviso e divide anche i coloured dai neri, i neri autoctoni dai neri immigrati, i neri autoctoni appartenenti a una data “etnia” o regione da quelli appartenenti alle altre “etnie” e regioni, i neri emigranti dalle Riserve dai neri residenti nelle città. Altrettanto fondamentale per il buon funzionamento del meccanismo è stato (ed è) che esso possa attingere le braccia sempre fresche di cui abbisogna da uno smisurato esercito di riserva di poveri e poverissimi, costretti a vendersi per poco più di nulla, non bastando a sfamarli una misera agricoltura di autoconsumo.

Il fine ultimo di tale scientifico sistema di sfruttamento è quello di tradurre in realtà il sogno antico, e moderno, dei capitalisti colonialisti di ieri e di oggi: disporre di una inesauribile quantità di forza-lavoro a bassissimo costo e zero diritti; una forza-lavoro da ricambiare di continuo in un ininterrotto ciclo breve di super-sfruttamento “usa e getta”, capace di garantire montagne di extra-profitti a chi è libero di torchiarla in un clima di terrore. Già, perché non si può dimenticare che solo attraverso un enorme apparato poliziesco, carcerario e giudiziario, con tanto di eccidi di scioperanti (perfino, se è il caso, eccidi di lavoratori bianchi “privilegiati” imbevuti di razzismo come avvenne nello sciopero “generale” bianco del 1922), arresti di massa, detenzioni senza sentenza, proscrizioni, bagni penali, torture, celle della morte e quant’altro; solo attraverso un simile onnipresente stato di polizia, è stato possibile tenere in piedi questo “perfezionato universo concentrazionario”.

Il tramonto dell’apartheid storico con l’avvento al governo dell’ANC (nel 1994) e la caduta formale del colour bar (nel 2003) non hanno mandato in archivio né il dispotismo terroristico sui luoghi di lavoro, né le discriminazioni ai danni dei lavoratori neri. Hanno solo ammantato i vecchi metodi coloniali con un di più di ipocrisia, allargato ad uno strato di lavoro qualificato nero il trattamento privilegiato riservato in passato rigorosamente ai bianchi, e modificato in misura altrettanto modesta le leggi in materia di conflitti di lavoro, mentre le imprese hanno potuto godere di meccanismi di protezione dagli scioperi “illegali”, e cioè dagli scioperi più efficaci.

Quanto all’ipocrisia, scorrete l’auto-presentazione della multinazionale britannica Lonmin Platinum e ne uscirete saturi. La sua “value-based culture” è un abbagliante catalogo di virtù. Si fonda, infatti, sul principio del “lavoro sicuro” nella variante più integrale: “noi siamo impegnati all’obiettivo zero danni alle persone e all’ambiente”. Addirittura!? Peccato che i morti nella sola miniera Lonmin di Marikana siano più che raddoppiati nel 2011 rispetto al 2010. Altrettanto elevato è l’obiettivo, la sacra mission che la missionaria Lonmin si è data per il bene dei suoi dipendenti: “migliorare la qualità della vita dei nostri dipendenti e delle loro famiglie e promuovere la loro auto-stima” – come? con 400 dollari al mese? e 400 pallottole di piombo nel giorno in cui i minatori hanno deciso di promuovere per davvero, da sé e per sé, le proprie condizioni di esistenza e la propria dignità? Non parliamo poi della “trasparenza”, della “comunicazione aperta e onesta” (guai a dubitarne), del “rispetto reciproco” (tangibile nelle miserrime baracche riservate dall’impresa ai propri minatori), e infine della prassi dell’“embracing our diversity enriched by openness, sharing, trust, teamwork and involvement”. Basta così, questa torrenziale cascata di “valori” ci ha letteralmente storditi.

Quanto alla gerarchia tra i salariati, l’antica, rozza linea di divisione razziale ancora incardinata sulla netta divisione tra bianchi e neri è stata soppiantata nelle miniere da una nuova linea di divisione più articolata, che separa i tecnici, i lavoratori qualificati di superficie bianchi (in maggioranza) e neri (in minoranza) dai lavoratori comuni neri sud-africani, quasi sempre scavatori occupati sotto terra, e a loro volta questi dai lavoratori comuni nerissimi, underground anch’essi, dipendenti dalle ditte di appalto, in larga parte immigrati da altri paesi sub-sahariani. A questi ultimi, reclutati da agenzie private specializzazione nell’intermediazione di lavoro, toccano in esclusiva i lavori a termine, i più precari, e gli orari di lavoro più lunghi. E il quadro non muta se ci spostiamo dalla Lonmin alle altre grandi compagnie minerarie operanti nel paese, l’Anglo American Platinum, l’Anglo Gold Ashanti, la Gold Fields, l’Impala Platinum, che hanno nelle proprie grinfie tutte le istituzioni sud-africane, dal governo alla magistratura, dalla polizia ai mass media.

Quanto ai conflitti di lavoro, lo sciopero non è più di per sé un reato, e gli scioperanti non sono più automaticamente dei criminali. Si tratta di un importante risultato delle lotte operaie, ma per la proclamazione degli scioperi “protected”, gli unici scioperi legittimi a tutti gli effetti, il Labour Relations Act del 1995 ha fissato una tale serie di regole che nei fatti gli scioperi improvvisi, più duri, prolungati e quelli indetti da sindacati non legittimati dalla firma di accordi contrattuali, sono automaticamente “unprotected”, illegittimi. E i lavoratori che partecipano a simili scioperi possono essere licenziati, citati in giudizio per danni dalle imprese o anche, come a Marikana, mitragliati, arrestati in massa, accusati di avere ucciso i propri compagni di lavoro, torturati, ed infine, sempre a rigore di legge, gettati nella disoccupazione con il marchio a fuoco dei proscritti. È proprio richiamandosi a questa normativa e alla difesa della sua ratio – la preservazione della pace sociale e aziendale per proteggere gli affari delle imprese – che la National Union of Mineworkers affiliata al COSATU ha preso la terribile decisione di richiedere l’intervento della polizia contro gli scioperanti a Marikana.

Questa decisione è stata scandalosa, non c’è dubbio. Ma altrettanto scandaloso, benché più accorto, è stato il comportamento del presidente del Sud Africa Zuma, che ha dichiarato di “comprendere” il dolore dei minatori salvo accusarli di essere dei violenti e di produrre recessione e disoccupazione allontanando gli investimenti esteri. Tuttavia non si è trattato tanto di uno scontro tra il NUM e l’Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU), il neonato organismo sindacale che ha appoggiato i minatori in lotta, né si è trattato solo di un conflitto tra i minatori e il governo. Al fondo, dietro e – ripeto – sopra la decisione del NUM e il comportamento di Zuma, c’è la pressione coattiva delle compagnie multinazionali. Per loro l’apartheid, opportunamente ristrutturato e ammodernato, non è affatto un relitto del passato, è un pilastro del presente e del futuro edificio del capitalismo mondiale, e non può e non deve essere rimesso in questione, ma va, semmai, esportato nei paesi vicini. Così come in Egitto, ci sia al governo Mubarak o Morsi, non deve essere messa in discussione la “tutela degli investimenti internazionali” (sono parole del premier italiano Monti al Cairo, 10 aprile 2012): ovvero, gli scioperi operai vanno stroncati e, con essi, le aspettative dei lavoratori. È questa la intimazione che la stampa europea ha inviato al Sud-Africa nei giorni di Marikana, e invia senza tregua all’Egitto e all’intero mondo arabo dallo scoppio della grande Intifada. L’Africa, si tratti di quella araba o di quella nera, non deve fare scherzi mancini alla “comunità internazionale” dei padroni.

L’Africa, un vaso di miele per l’Europa

Fin dai tempi della tratta degli schiavi l’Africa è stata un vaso di miele per l’Europa. E oggi lo è più di quanto lo sia stata mai. Per le preziose materie prime del suo sottosuolo e per la preziosissima materia prima del suo soprassuolo, il lavoro vivo. Ciò vale in modo particolare per il Sud Africa, che è il primo produttore mondiale di cromo, platino, limenite, vanadio e vermiculite; il secondo produttore mondiale di oro, alluminio, antimonio, manganese e zirconio; tra i primi quattro produttori mondiali di fosfati; che è insomma, con i suoi 50 diversi tipi di minerali, un vero e proprio scrigno di tesori per l’industria mondiale. Ed è, ad un tempo, la quinta nazione più popolosa dell’Africa con una grande massa di forza-lavoro povera prodotta dalla gigantesca disintegrazione della società rurale nel paese e nell’intera Africa australe, e accresciuta di recente anche da emigranti provenienti da Senegal, Costa d’Avorio, Ghana, Somalia, Zambia, etc.

L’integrazione del Sud Africa nel processo di costruzione dell’economia mondiale data da più di 5 secoli, ma il grado di questa integrazione subordinata è nel corso del tempo enormemente cresciuto attraverso tre passaggi-chiave.

Un primo balzo in avanti è avvenuto con la scoperta dell’oro. In breve e per oltre un secolo (fino al 2007 quando è stato scavalcato dalla Cina), il paese è diventato il primo fornitore di oro del mondo proprio nel periodo in cui vigeva a scala mondiale il gold exchange standard. Scontato perciò che il ruolo dominante, a riguardo, l’abbia svolto il colonialismo britannico, che di quel sistema monetario fu il dominus. È di questo periodo, e di ispirazione britannica, il Native Labour Regulation Act, che estese al settore minerario le sanzioni criminali contro gli scioperi e contro lo scioglimento dei contratti di lavoro da parte dei lavoratori.

Un secondo balzo in avanti è avvenuto tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 del novecento quando hanno preso corpo gli investimenti diretti all’estero delle potenze occidentali, con in testa gli Stati Uniti. Al tradizionale Shylock britannico si sono allora affiancati i rampanti boss di Wall Street e delle borse europee, pronti a “venire incontro” con i loro prestiti usurari all’ambizioso piano di riconversione e sviluppo industriale varato da Forster. Nel giro di pochissimi anni (1966-1975) gli investimenti industriali sorpassarono nettamente quelli nelle miniere, e gli investimenti esteri schizzarono dal 7,1% al 25,2% degli investimenti totali: questo secondo i dati ufficiali, ma stime non ufficiali dicono invece che nel settore privato dell’economia gli investimenti esteri hanno toccato in quegli anni l’80% del totale. L’apartheid sud-africano è diventato così, più che mai, un grande affare internazionale, un affare anzitutto per i paesi occidentali. Non a caso, nel luglio 1972, la rivista “Fortune” definì il Sud Africa “una miniera d’oro per gli investitori stranieri”, “uno di quei rari luoghi rinfrescanti in cui i profitti sono grandi e i problemi piccoli”. Per citare solo i rapporti con le imprese italiane a inizio anni ’80, bisogna annotare la grossa importazione di carbone da parte dell’Enel; la presenza in Sud Africa di filiali delle seguenti imprese: Fiat, Montedison, Alfa Romeo, Agip, Olivetti, Sgs, Microtecnica, Cogefar, Ates, Selenia, Necchi, Snam Progetti, Di Penta, Marelli, Emilio Pucci, Sorelle Fontana, Kartell, Lloyd triestino, Zurst Ambrosetti, Aster, mentre le Generali possedevano l’87% della Standard General Insurance, una compagnia che nel 1984 raccoglieva 56 miliardi di premi, per non dire delle società italiane implicate nella vendita di armi come Aermacchi, Aeritalia, Piaggio, Agusta, Meteor, SMA. Senza però dimenticare le banche erogatrici di prestiti: Banca commerciale italiana, Bnl, Credito italiano. San Paolo, Banco di Roma, Banco di Sicilia, Banco Ambrosiano, e chi più ne ha più ne metta (lo Ior vaticano, ad esempio).

Ma se l’apartheid bianco stava più che bene ai capitali occidentali e globali che accorrevano avidi in Sud Africa, gli operai e la gioventù nera la vedevano in modo diametralmente opposto, e proprio tra il 1972 e il 1976, con gli scioperi di massa e la rivolta di Soweto, gli diedero un primo potente scrollone. Il conseguente incremento esponenziale delle spese per esercito, polizia e altri corpi di sicurezza, quintuplicate tra il 1970-’71 (257 miliardi di rand) e il 1976-’77 (1.350 miliardi di rand), è stato un ulteriore motivo per cui i governi razzisti hanno fatto ricorso ai prestiti internazionali. È sorto per questa via quel massiccio indebitamento verso l’estero che De Klerk consegnò nel 1994 a Mandela e all’ANC, chiavi – anzi, manette – in mano. Un pesante debito estero che l’ANC non ha mai voluto mettere in discussione, con i relativi interessi da sborsare (ben 4,5 miliardi di dollari l’anno, inizialmente – a fronte di 85 milioni di dollari, in totale, per le famiglie degli assassinati e dei torturati dal regime dell’apartheid); i vincoli posti dal Fondo monetario internazionale (FMI) e dalla Banca mondiale (BM) a tutela della proprietà privata e della privatizzazione anche dei servizi; i vincoli posti dal FMI contro il rialzo dei salari; i vincoli fissati dal WTO contro ogni forma di intervento statale a tutela dell’occupazione industriale. La fine del vecchio sistema istituzionale di apartheid non doveva trascinare con sé anche il suo storico fondamento, il super-sfruttamento differenziale degli operai, dei proletari e delle masse povere nere (e nerissime), e così – nonostante asprissime lotte – è stato finora.

Il terzo balzo in avanti dell’integrazione subordinata dell’economia e del mercato del lavoro sud-africani nella economia del turbo-capitalismo a guida euro-statunitense è avvenuto in questo inizio di secolo con il balzo in su degli investimenti esteri in tutta l’Africa. La strada per questi massicci investimenti è stata spianata nel corso degli ultimi due decenni del novecento dalle politiche neo-coloniali del FMI in Africa. Queste politiche hanno un po’ dovunque ristrutturato la legislazione mineraria, assicurato incentivi, esenzioni o riduzioni fiscali a imprese e capitali esteri, abbassato le royalties, imponendo nel contempo la ritirata degli stati africani dai settori produttivi dell’economia. La messa in atto in contemporanea delle politiche neo-liberiste in una molteplicità di paesi produttori di materie prime ha avuto l’effetto di accrescere la concorrenza al ribasso tra loro, a solo vantaggio delle società transnazionali e a tutto svantaggio degli operai, dei contadini e dell’ambiente naturale. E dove non è bastata l’azione di FMI e BM a devastare la vita delle popolazioni e spalancare le porte ai predatori di sempre è arrivata, in Ruanda, nel Congo, in Sudan, la peste delle guerre “inter-etniche” impulsate ad arte dai vecchi-nuovi colonialisti.

La posta in gioco non è solo quella delle risorse minerarie. Pungolate dalla travolgente avanzata cinese nel continente, le potenze occidentali hanno “riscoperto” l’Africa anche come ricchissimo, inesauribile bacino di giovani braccia-menti per il mercato mondiale. Questa forza-lavoro giovane e sempre più istruita, nonostante i ferali colpi inferti dall FMI alla scuola e alle università africane, fa gola, e quanto!, al capitale europeo e globale. “L’Africa – scrive il quotidiano della Confindustria italiana – non è solo un giacimento a cielo aperto, ma è ricca di risorse umane, di giovani, che sono anche risorse demografiche. Bisogna guardare non solo alle risorse della terra africana, ma anche agli africani come risorsa. Si tratta di un valore immateriale [!?] che conta. I giovani sono tanti” (“il Sole 24 ore”, 3 ottobre 2009). “Al 2040 – ha scritto a sua volta il McKinsey Global Institute in un suo rapporto del 2010 – in Africa ci sarà un quinto dei giovani dell’intero globo e la più ampia popolazione in età da lavoro del mondo. I dirigenti delle imprese globali e gli investitori globali non possono permettersi di ignorare l’immenso potenziale di questo continente. Una strategia di lungo periodo per l’Africa deve essere parte della loro pianificazione a lungo termine. All’oggi infatti il saggio di profitto degli investimenti stranieri in Africa è più alto che in ogni altra area in via di sviluppo”.

E’ un nuovo assalto all’Africa mistificato come aiuto all’Africa, cooperazione con l’Africa, sviluppo dell’Africa. All’interno di esso il Sud Africa ha conservato, come ambita preda, un ruolo di primo piano, grazie anche alle riforme strutturali di stampo thatcheriano (la definizione è di pugno dello stesso Mbeki) prese dal suo governo nel giugno 1996. Esso è stato infatti per tutto il primo decennio del secolo tra i 15-20 paesi al mondo più attrattivi per gli investimenti esteri, e non solo in campo minerario, sebbene l’industria mineraria vi rimanga fondamentale, essendo uno dei rami di attività meno toccati dalla crisi (nel 2011 il suo volume d’affari è cresciuto, a livello mondiale, dell’80%, registrando ben 1.379 fusioni e acquisizioni, ad opera principalmente di società europee, canadesi e australiane). Investimenti di peso sono avvenuti anche nel settore bancario, con la britannica Barclays che ha acquisito il controllo della ASBA Bank nel 2005, e in quello del commercio, con la statunitense Wal-Mart che si è assicurata il controllo della Massmart nel 2011 – anno in cui sono affluiti nel paese 5,8 miliardi di dollari, pari al 13,6% del totale degli investimenti esteri in Africa. Investimenti, secondo quanto ha dichiarato il ministro dell’industria e del commercio Rob Davies, che provengono dal Giappone, dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla Francia, dall’Italia (molto attive anche le imprese della mafia, oltre Fiat auto, Magneti Marelli, Parmalat, Iveco, Bonfiglioli, Filk, Silmar, BLM, Luxottica, Pirelli), dai Brics. Oramai più del 30% delle attività bancarie, soprattutto quelle relative alle maggiori corporations, è nelle mani delle maggiori banche estere: Citybank, Deutsche Bank, JP Morgan Chase Bank, HSBC, ABN Amro, Unicredit, Commerzbank, Banca europea degli investimenti, Société Générale, Crédit Agricole. A sua volta il Johannesburg Stock Exchange, che è tra le prime venti borse del mondo, controllato all’80% da 4 conglomerati di proprietà dei bianchi, si consolida come primo mercato azionario del continente africano. Non sarà certo il programma di Black Economic Empowerment, abbia o meno successo, a modificare i rapporti tra il capitale finanziario globale e le masse lavoratrici sud-africane in senso favorevole a queste. Il suo massimo risultato sarà solo colorare di altre facce nere il panorama del business sud-africano, incrementando il numero dei milionari neri (del resto non sembra che la politica e, tanto meno, la natura della Lonmin siano cambiate di un’acca con l’ingresso tra i suoi azionisti di Cyril Ramaphosa, uno dei massimi esponenti del COSATU prima, dell’ANC poi).

Guardato dai piani alti dell’Europa e dell’Occidente, cos’è dunque il Sud-Africa dell’“apartheid arcobaleno” odierno, che in vent’anni di governo nero-bianco o, per essere precisi, bianco-nero, è riuscito nell’impresa di superare il Brasile nella corsa a diventare la società più diseguale del mondo? Per l’appunto: un immenso vaso di miele esteso per 1.219.090 chilometri quadrati, che – nota l’Associazione bancaria italiana in un suo rapporto del 2007 – contiene una popolazione di 50 milioni di persone dall’età media di 24,3 anni (quella dell’Italia è di 41,7, quella dell’Europa a 27 stati è di 39,1), alfabetizzata per l’86,4%, con un tasso di crescita demografica dello 0,46 annuo (l’Italia è allo 0,07, l’Europa allo 0,16), una disoccupazione ufficiale al 25%, quindi una fortissima pressione concorrenziale sugli occupati. Roba da leccarsi i baffi, se non fosse per le lotte che da Marikana e dalla regione nord-occidentale di Rustenburg si sono espanse a larga parte dell’industria mineraria, e se non fosse per il futuro che esse prefigurano.

L’esportazione del “modello agricolo” sud-africano

Il quadro degli stretti legami tra Sud Africa e poteri forti del neo-colonialismo sarebbe incompleto se tacessimo sui piani formulati da FMI e BM per esportare il “modello sud-africano” nei paesi vicini, in particolare in campo agricolo. Per esportarlo, si capisce, non solo nell’interesse degli sfruttatori sud-africani, ma anche nell’interesse del capitale globale.

La Banca mondiale ha svolto un ruolo determinante nel plasmare la politica agricola africana degli ultimi trenta anni, avendo come suo primo partner il FMI e i suoi famigerati piani di ristrutturazione del debito estero. Il principale effetto di lungo periodo delle politiche targate BM è stato il seguente: il continente africano, che alla fine degli anni ’60 esportava cibo per 1,3 milioni di tonnellate l’anno, ha perso la sua auto-sufficienza diventando importatore di cibo per un buon 25% del proprio fabbisogno alimentare – quasi tutti i suoi paesi sono oggi in tale condizione. La fame, le carestie, le emergenze alimentari sono diventate dei fenomeni ricorrenti, se non addirittura cronici, mentre la povertà, spesso estrema, colpisce il 45% delle genti africane. Si è giunti a questo eccellente risultato attraverso il progressivo smantellamento degli interventi statali a protezione delle agricolture nazionali, in specie quelli rivolti a promuovere la cooperazione tra i piccoli produttori; attraverso l’abolizione dei sussidi per le sementi e i fertilizzanti; l’abbattimento degli investimenti statali volti a creare infrastrutture e servizi per la produzione agricola, fattorie sperimentali, centri di ricerca, e a garantire il credito ai piccoli produttori; la chiusura dei sementifici statali; la demolizione del sistema statale di commercializzazione dei prodotti agricoli (la BM si è arrogata in certi casi perfino il potere di decidere sull’entità delle riserve statali di cereali); la soppressione dei diritti consuetudinari sul suolo e la crescente privatizzazione della terra. Nello stesso tempo le politiche delle massime istituzioni finanziarie hanno progressivamente distrutto ogni forma di protezione dell’agricoltura africana da quelle fortemente sussidiate dell’Europa e degli Stati Uniti, spalancando le porte agli investimenti stranieri con lo sviluppo dell’agricoltura commerciale su larga scala, delle produzioni intensive per l’esportazione e di export processing zones.

L’immane disastro sociale, prodotto di una vera e propria pianificazione strategica della dipendenza alimentare dell’Africa e della povertà di massa in tutto il continente è servito anche ad alimentarvi un grande esercito proletario di riserva. Questo ha spianato la strada alla esportazione del “modello sud-africano” di sistemazione dell’agricoltura in tutta l’Africa. Un primo passo in questa direzione fu compiuto con le operazioni della South African Chamber of Agricultural Development (SACADA) nella seconda metà degli anni ’90, varate con il convinto appoggio dell’ANC di Phosa e Mandela e fortemente sostenute dall’Europa, dal FMI, dalla BM. La provincia mozambicana di Niassa fu presa come cavia, ma furono coinvolti anche l’Angola, lo Zambia e il Congo-Zaire (l’attuale Repubblica democratica del Congo). Si trattò, in sostanza, dell’espansione oltre confine della industria agro-alimentare afrikaner, con le sue fattorie commerciali, grandi e piccole, le attività di trasformazione dei prodotti agricoli, l’incentivazione del turismo “ecologicamente sostenibile”. Una espansione favorita dalla concessione in leasing delle migliori terre a imprenditori e coltivatori afrikaner per 50 anni (in Mozambico) o perfino per 99 anni nel Congo, i vecchi termini di tempo delle concessioni imposte dal colonialismo storico ai colonizzati, per giunta a prezzi irrisori (in Mozambico 0,15 dollari l’anno per ettaro). Tre aspetti di questa espansione hanno un particolare significato: a)la joint venture creata ad hoc per il Mozambico, la Mosagrius, è diventata di fatto la vera e propria autorità statale nella valle del fiume Lugenda; b)i contadini locali cacciati dai territori dati in leasing sono stati raggruppati in villaggi attigui alle fattorie commerciali, in “comunità nere rurali” che sono riserve di manodopera a basso costo per esse, in cui ai braccianti locali è consentito coltivare un piccolo pezzo di terra in cambio di corvée; c)a ogni proprietario o coltivatore afrikaner è concesso di portare con sé dal Sud Africa i propri lavoranti neri, destinati ad essere i controllori dei braccianti mozambicani, congolesi, angolani. Vi viene in mente qualcosa?

A un decennio di distanza, il World Development Report 2008 – Agriculture for Development della BM ha posto nei fatti proprio questo modello al centro della “grande strategia” di rapido sviluppo dell’agricoltura africana avanzato dal capitale finanziario globale. Tale strategia, imperniata sul più celere incremento possibile della produttività and profittabilità dell’agricoltura dei continenti di colore, inclusa quella dei piccoli proprietari, dà per scontato che la grande maggioranza dei piccoli produttori africani sarà di “perdenti”. Per questi “perdenti” sono previste due destinazioni: anzitutto, l’emigrazione verso le città del proprio paese, o altri paesi e continenti; e il loro impiego in aree di agricoltura di sussistenza a bassissimi rendimenti, simili, incredibilmente simili ai vecchi bantustan, anche perché è implicito che esse siano rette da legislazioni tradizionali di tipo consuetudinario o “tribale”. Queste aree di agricoltura di sussistenza dovranno servire da riserve di manodopera sia per l’agricoltura commerciale e l’agribusiness dei dintorni sia per lo spostamento verso le zone rurali di rami di industria dalle zone industriali più congestionate, nelle quali far crescere, sull’esempio cinese, una “economia rurale non contadina” dai costi di produzione il più bassi possibile dato l’infimo costo della loro forza-lavoro. Nel documento della BM il Sud Africa del “apartheid arcobaleno” è più volte lodato, in particolare per la sua “market-based land reform”, quella che lascia tuttora nelle mani dei proprietari bianchi l’87% della terra coltivata, ma è evidente, se si hanno occhi per vedere, che l’ispirazione di fondo di questa “grande strategia” viene da più lontano, direttamente dal white apartheid e dalla funzione che Reserves, Homeland, Bantustan hanno avuto in esso.

Poche notizie sono gelosamente custodite quanto gli investimenti esteri diretti in agricoltura, tanto più dopo lo scoppio del caso-Daewoo (General Motors) in Madagascar. Ma è sufficiente notare che appena un anno dopo il rapporto della BM è nato il primo fondo di investimento in materia, l’Africa Transformational Agri Fund, con sede legale alle Mauritius, principale centro di affari Londra, primo paese di intervento lo Zambia; che tre anni dopo si è fiondata in Sud Africa la Wal-Mart, molto implicata nell’agribusiness mondiale; che imperversano nell’Africa meridionale e orientale la Gates Foundation, braccio destro della BM, e la Parmalat, la più importante impresa alimentare italiana, anche essa con base alle Mauritius e grosse operazioni in Mozambico, Zambia, Botswana, Swaziland. L’esportazione del “modello agricolo sud-africano” negli anni ’90 ha fatto da apripista, quindi, alle più recenti imprese dell’agro-imperialismo.

Anche di questo parla Marikana. Ma il suo grido di denuncia: “il colonialismo è ancora qui nelle centinaia di Lonmin che ci tormentano con i loro bestiali carichi di lavoro e ci remunerano con quattro spiccioli, e se ci ribelliamo, ci fanno assassinare; è ancora qui dovunque, nelle miniere, nelle fabbriche, nelle campagne, nella erogazione dei servizi”, è al tempo stesso un potente grido di lotta contro questo nuovo colonialismo, contro il nuovo apartheid bianco-nero, contro la menzogna della “rainbow nation”, contro il super-sfruttamento, contro lo sfruttamento.

Agosto 2012: uno spartiacque

Lo sciopero dei minatori di Marikana segna uno spartiacque nella vicenda sociale e politica del Sud Africa attuale. Per la sua importanza lo si può paragonare al grandissimo sciopero dei minatori dell’agosto 1946 che dall’est all’ovest del paese attaccò il principio delle paghe differenziate per bianchi e neri, rivendicò il salario minimo, e diede vita e forza ai primi organismi sindacali neri. Fece ciò con tale determinazione da scuotere per la prima volta tutto il sistema dell’apartheid bianco in quanto sistema del lavoro a bassissimo costo. Benché sconfitta nell’immediato dalla repressione del governo Smuts, quella lotta diede il là all’intero movimento anti-apartheid, cambiò radicalmente la vita politica del Sud Africa.

Anche lo sciopero di Marikana costituisce una svolta storica che riguarda questa volta l’apartheid bianco-nero e il neo-colonialismo che lo sovrasta. La costituisce, non solo per la compattezza della lotta davvero fuori dal comune (dopo quasi 6 settimane l’adesione allo sciopero era del 96%). Non solo per la sua forza di trascinamento rispetto ad altre miniere del platino, dell’oro, del ferro, del cromo, ai settori dell’auto (la Toyota di Durban) e dei trasporti. Non solo e non tanto perché per stroncarlo, senza poi riuscirci, Lonmin e polizia hanno messo in atto l’eccidio di lavoratori più sanguinoso dal 1994. E neppure perché, a differenza di molti altri scioperi, questo si è chiuso con un parziale successo immediato. L’insorgenza di Marikana resterà nella memoria della classe operaia soprattutto perché con la sua energia, la sua organizzazione, il suo coraggio nel fronteggiare gli apparati della violenza di stato, ha messo a nudo davanti ai lavoratori sud-africani e del mondo intero l’intima collaborazione tra le multinazionali occidentali e l’attuale regime (magistratura, polizia, governo, stampa); e perché ha denunciato il prezzo devastante che questa collaborazione fa pagare ai lavoratori neri in termini di morti sul lavoro, orari e carichi di fatica schiavistici, salari da fame, squallidi “alloggi”, separazione delle loro famiglie, disciplina brutale sui luoghi di lavoro, discriminazioni, assoluta precarietà dei subappalti, disoccupazione dilagante, messa fuori legge dei loro organismi spontanei e delle loro azioni di lotta.

La loro denuncia ha avuto nel mondo un’eco assai più grande della magnifica lotta che nel gennaio-febbraio 2000 vide protagonisti gli operai della Volkswagen di Uitenhage contro il licenziamento di 13 delegati sindacali rei di avere incitato gli operai a respingere un accordo-capestro redatto dall’impresa e sottoscritto dai dirigenti del NUMSA (National Union of Metalworkers of South Africa). La Volkswagen pretendeva che gli operai accettassero una settimana lavorativa di 6 giorni con un giorno libero a rotazione, senza alcuna maggiorazione del salario per i week end; gli straordinari obbligatori senza preavviso e fino ad orari giornalieri di 12 ore e settimanali di 70 ore; una sola pausa per turno, invece di due, e la sottrazione dall’orario del tempo per lavarsi; l’obbligo di un pass per gli spostamenti dei lavoratori all’interno dell’impianto; ferie individualizzate, anziché raggruppate in 3 settimane; un taglio del 17% alla pensione finanziata dall’impresa. Esplose allora non solo un conflitto tra gli operai e l’impresa ma anche tra gli operai e i dirigenti del loro sindacato.

Questo secondo conflitto portò alla luce fino a che punto l’ideologia neo-liberista si era appropriata – oltre che dell’ANC – anche degli apparati del COSATU, la storica Confederazione dei sindacati sud-africani, e del NUMSA. Questi accusarono i delegati licenziati ostili al diktat della Volkswagen di generare il caos, di essere degli “agenti provocatori”, di porsi fuori dalle leggi o, nel migliore dei casi, di essere legati alla “vecchia scuola di pensiero” secondo cui la direzione aziendale è il nemico. A sua volta Mbeki liquidò in maniera sprezzante gli operai in lotta come “elementi che perseguono obiettivi egoistici e antisociali”. Ai lavoratori e alle comunità mobilitate a loro sostegno non restò altra via che darsi dei nuovi organismi militanti, di tipo sindacale e politico, come il Uitenhage Crisis Committee, l’Oil, Chemical, General and Allied Workers Union ed altri. Di quei giorni e di quello scontro rimane, ben al di là della sconfitta patita, l’ardente appello di Wilfus Ndandani, uno dei responsabili del comitato operaio di sciopero:

“A tutti i membri del NUMSA diciamo: non permettete di sconfiggere i lavoratori in lotta alla VW Sud Africa. Oggi siamo noi, domani sarete voi! A tutti i membri del COSATU: un danno fatto a uno è un danno fatto a tutti! Ai lavoratori Volkswagen di tutto il mondo: insieme produciamo la ricchezza della compagnia. Uniamoci! Oggi siamo noi, chi può dire chi sarà il prossimo? A tutti i lavoratori del mondo: abbiamo bisogno del vostro sostegno adesso!”.

Il cordone sanitario (e militare) steso da ANC, Partito comunista (SACP) e COSATU intorno allo sciopero di Uitenhage impedì a quell’appello di risuonare con la forza che meritava. I tempi non erano ancora maturi. I fatti di Marikana hanno riproposto ai minatori le stesse sfide che hanno affrontato nel 2000 gli operai di Uitenhage: reagire al feroce sfruttamento imposto dai “corporate predators who want to keep us in poverty”; auto-organizzare le proprie lotte ritirando la delega ad apparati sindacali ormai subordinati agli interessi delle imprese e sempre più lontani dai bisogni e dal sentire dei lavoratori comuni; spezzare la marginalità politica della classe operaia, affrancandola dal nazionalismo nero e dallo stalinismo che nel corso dei decenni l’hanno ridotta alla passività e al silenzio. Ma questa volta l’eco è stata più ampia e profonda tanto nella classe lavoratrice e tra gli spiriti liberi della società sud-africana, che fuori di essa.

Come mai?

Per un complesso di fattori, credo.

Per il lavoro di scavo compiuto dalle lotte comunitarie, per lo più spontanee, degli abitanti poveri, neri, indiani, meticci, delle bidonville e township di Chatsworth, Isipingo, Mpumalanga, Soweto, Tafelsig, che hanno eroso il prestigio della “Triplice Alleanza” al potere e hanno fatto emergere per contro la necessità per le masse povere di auto-organizzarsi e battersi contro gli attuali governanti e amministratori e contro le imprese di servizi privatizzate per poter affermare i propri più elementari bisogni, e la loro capacità di farlo per davvero. Per il fatto che assai più di un decennio fa l’Africa è al centro dell’attenzione internazionale, non solo per le manovre e le manomissioni che vecchi e nuovi colonialisti stanno conducendo sul suo suolo, ma anche per la pretesa del “nuovo” Sud Africa di rappresentare, insieme con Cina, India, Russia e Brasile (i famosi Brics), la sola possibile via di uscita dalla crisi del capitalismo con epicentro negli Stati Uniti e in Europa, una sorta di modello “alternativo”. Infine, ma non per ultimo, per l’effetto indiretto dell’Intifada araba che nel 2011-2012, come un’unica onda sismica, pur di potenza assai differenziata, ha percorso l’intero mondo arabo, e ha riaperto nelle infuocate piazze Tahrir del nord Africa il processo della rivoluzione democratica e anti-imperialista spostando il suo centro di gravità verso il “basso”, tra gli sfruttati. Al pari di ciò che è accaduto in Sud Africa ancor prima del 1994, anche nel mondo arabo le direzioni nazionaliste, tutte senza eccezione, dopo avere beneficiato del loro apporto di lotta, hanno progressivamente estromesso dalla vita politica dei propri paesi le classi lavoratrici, a cominciare dalla classe operaia. Le hanno ridotte nel corso dei decenni all’inattività politica, spesso anche sindacale, alla condizione di quasi-fantasmi, serrandone l’esistenza nella morsa della paura. La rivolta dei lavoratori e dei giovani senza futuro tunisini, egiziani, barheiniti, etc. ha spezzato questa morsa e decretato che il tempo della paura e dell’umiliazione in Africa è finito, e poco importa quanto durerà (di sicuro non poco) il cammino della liberazione degli oppressi.

In Sud Africa questo processo di silenziamento e di estromissione della classe operaia dalla vita politica del paese è avvenuto in modo più rapido e radicale, a partire, però, da un più alto livello di forza e di organizzazione dei lavoratori, e dunque è, per certi versi, ancora incompiuto. La lotta di Marikana l’ha felicemente interrotto e rimesso in questione, con la sua denuncia della insostenibilità del nuovo apartheid per i lavoratori e la rimessa in campo della loro forza autonoma. Autonoma, almeno embrionalmente, da quelle organizzazioni che pretendono di rappresentare i lavoratori, ma che, come il NUM, hanno cambiato pelle e composizione sociale rispetto alle proprie origini, diventando sempre più allineate agli imperativi del mercato e della competitività. I “corporate predators”, inteso a volo il grave pericolo, hanno reagito con i licenziamenti di massa (vedi l’Anglo American Platinum e la Gold Fields) intensificando i loro ricatti sul governo di Pretoria e sui lavoratori. Ormai è il momento di andarcene dal Sud Africa – minacciano -, “non si può vivere con la pistola puntata alla tempia degli scioperi illegali”. Su un sito italiano che dà voce alle posizioni padronali abbiamo letto: “Non si deve dimenticare la natura internazionale di queste multinazionali. Le perdite di profitti che subiranno in Sud Africa possono essere recuperate dai profitti scaturiti in altri paesi africani dove le organizzazioni sindacali sono pressoché inesistenti e le multinazionali possono dettare legge”. Per esempio a Kibali in Congo dove il governo di Kinshasa si accontenta di “ridicole royalties”, o in Botswana, o nello Zimbabwe, o in Zambia (di lì a poco però, proprio in Zambia ci sarebbe stata una rivolta nel distretto minerario di Sinazongwe contro la cinese Collum Coal Mine, circostanza nella quale è caduto per mano dei minatori insorti un negriero di nome Wu Shengzai, noto per il suo pugno di ferro). È il sogno di non veder mai tramontare il sole sui domini del neo-colonialismo, e la certezza di avere comunque nelle élite africane, a partire da quella delle 300 famiglie nere del Sud Africa entrate nella grande ricchezza, una stampella valida per rendere eterno questo dominio. Per la super-class capitalistica che all’oggi guida il mondo, l’Africa non potrà mai essere degli africani e, a maggior ragione, dei lavoratori e degli oppressi africani. Ma non essendo del tutto sicuri di questa loro verità assiomatica, formulata qualche decennio fa da un antropologo fascista, si sono premurati, prima e dopo i fatti di Marikana, di rafforzare eserciti e polizie. Cito ad esempio il governo italiano che proprio negli scorsi mesi ha firmato un accordo per la cooperazione, democratica s’intende, tra le forze di polizia dei due paesi, un accordo che l’ambasciatore italiano a Pretoria ha definito “importante”.

Basterà?

C’è da dubitarne.

La battaglia dei minatori di Marikana si inscrive in un movimento di ascesa dei lavoratori del Sud del mondo che è iniziato in America Latina negli anni ’80 ai tempi delle prime crisi del debito ed è cresciuto fino all’Argentinazo, ha investito dagli anni ’90 ad oggi molti paesi asiatici, incluse alcune piccole tigri (come la Corea del Sud), animando una lunga serie di scioperi operai e di lotte di contadini poveri in Cina, in India, nelle Filippine, in Vietnam, in Bangladesh, per poi assumere il carattere più tumultuoso nei paesi arabi, in Egitto in particolare, il paese-chiave del mondo arabo. Marikana non è un grido disperato nel nulla. È parte di questo moto ascendente, che si è battuto e si batte insieme contro i governi dei rispettivi paesi e contro i poteri forti del capitalismo finanziario internazionale, un moto globale contro gli effetti (non ancora contro le cause) del turbo-capitalismo globalizzato. A Marikana è arrivato e da Marikana riparte un messaggio di lotta al potere globale e insieme locale del super-sfruttamento del lavoro e della devastazione della vita dei lavoratori. È un messaggio di ribellione operaia nera, ma anche “multi-colore”, che parla arabo, cinese, greco e perfino, per semi-sordi che siano all’oggi i lavoratori europei, latino-germanico. Contro messaggi del genere le pallottole non bastano.

Post scriptum: le conseguenze di Marikana

A circa due anni dalla rivolta dei minatori di Marikana (scrivo il 28 aprile 2014) è possibile toccare con mano la portata delle sue conseguenze, indiscutibilmente di grande importanza tanto in campo sindacale che nella vita politica del Sud Africa (e non solo).

Sotto l’impulso della lotta di Marikana, infatti, è nata lungo tutto il corso del 2013 una potente ondata di scioperi spontanei (“selvaggi”) in agricoltura, nel settore minerario, nelle fabbriche di auto, nelle costruzioni, nei trasporti. I braccianti della provincia del Capo occupati nella produzione di frutta, soprattutto uva, sono scesi in campo reclamando il raddoppio del proprio misero salario di 7 euro al giorno e rispondendo senza timore ai licenziamenti di rappresaglia e alle brutalità, agli arresti (almeno 50) e agli omicidi della polizia. I proprietari terrieri non sono riusciti a stroncare lo sciopero neppure con il ricorso al crumiraggio di operai non iscritti al sindacato. Ed è stato così che il 5 febbraio 2013 il COSATU, senza aver fatto nulla per la promozione dello sciopero, ha potuto concludere un accordo che garantisce ai braccianti delle fattorie di De Doorns il 52% di aumento del salario. In questo frangente è anche ripartito il dibattito pubblico sulla necessità di una riforma della proprietà della terra, oggi concentrata nelle mani di pochi grandi proprietari, i quali in molti casi si sono appropriati delle terre di coloro che, spossessati, sono stati costretti a diventare i loro braccianti, “ridotti in schiavitù nelle loro terre natie”, come ha scritto “The Guardian”.

Nello stesso mese di febbraio 2013 sono ripresi violenti scioperi nella regione mineraria a ridosso di Johannesburg tra la cintura di platino delle miniere di Rustemburg e le baraccopoli da cui proviene la maggior parte dei minatori, contro la valanga di 14 mila licenziamenti, poi ridimensionati a 6 mila, annunciati dalla Anglo American Platinum Limited. Anche in questo caso il conflitto sindacale ha riaperto un’antica questione politica, la nazionalizzazione delle miniere, una rivendicazione centrale nel settore più militante della classe lavoratrice sud-africana. Non se ne è potuto tener fuori, questa volta, neppure il NUM, della cui nefasta funzione a Marikana abbiamo detto. Altissima è restata, però, la tensione tra il NUM e l’AMCU, un cui militante è stato ucciso in maggio il giorno prima di testimoniare sull’eccidio di Marikana. Dopo questo omicidio migliaia di minatori della Longmin sono tornati a manifestare al grido di “abbasso il NUM”, respingendo l’invito di Simon Scott, l’a.d. della società, di riprendere immediatamente il lavoro.

Nei mesi successivi è stata la volta di 30.000 lavoratori del settore automobilistico, uno dei settori strategici del paese in quanto copre il 6% del pil e il 12% del valore delle esportazioni, entrati in sciopero negli stabilimenti di imprese multinazionali quali Volkswagen, BMW, Toyota, Mercedes, Ford, General Motors. A Porth Elisabeth, la Detroit africana, gli operai metalmeccanici hanno manifestato per le strade della città rivendicando un aumento salariale del 14%. L’effetto di trascinamento è stato immediato: 90.000 lavoratori delle costruzioni e 600 tecnici della compagnia aerea South Africa Airlines si sono aggregati al movimento di sciopero con richieste salariali simili e forme di lotta “illegali” come sfilare sulle piste degli areoporti. Sentendo montare pericolosamente la collera dei minatori, si è messa in moto anche la burocrazia del NUM che ha riscoperto, almeno a parole, il conflitto con le multinazionali del settore minerario, accusandole di irresponsabilità per i loro ricatti sui licenziamenti di massa, proprio mentre saliva rabbiosa tra i minatori la richiesta della protezione dei loro miseri salari dall’inflazione. Una sollecitazione dal basso non meno energica è arrivata da questi scioperi anche al NUMSA, il sindacato dei metalmeccanici. Ma i conflitti sociali si sono estesi anche agli insegnanti di Pretoria e di Città del Capo scesi in agitazione per protestare contro il completo degrado delle strutture scoalistiche: aule sovraffollate, in molti casi senza banchi, con mattoni al posto delle sedie, senza acqua, condizioni igieniche indegne. A completare il quadro c’è stato poi lo sciopero nazionale dei trasporti proclamato dai conducenti degli autobus per ottenere l’aumento del loro minimo salariale.

Se il 2012 era stato un anno speciale per l’ampiezza degli scioperi “illegali” con 17.290.552 ore di lavoro perdute secondo il ministro del lavoro Oliphant, il 2013 non è stato da meno. Non poteva esserci una conferma più chiara di come e quanto la rivolta di Marikana abbia elevato il livello di coscienza e di organizzazione dei lavoratori di tutto il Sud Africa, come testimonia la nascita di molti comitati di sciopero non promossi dai sindacati ufficiali. Quella che ha preso corpo nel 2013 è stata una mobilitazione di massa trasversale ai diversi settori e segnata dalla crescente pressione dei lavoratori di base sulle, e spesso contro, le proprie strutture sindacali, strette tra questa pressione e la pressione contrapposta di ANC e governo a non assecondare le aspettative dei lavoratori.

Il risvolto politico più clamoroso di questa attivizzazione dei lavoratori sud-africani è stato di sicuro il congresso straordinario del NUMSA tenutosi il 17-20 dicembre 2013. Questo congresso ha avuto il merito di fare un bilancio impietoso di venti anni di democrazia in Sud Africa, che si è aperto con l’amara constatazione: nulla di fondamentale è cambiato con la fine del vecchio regime di apartheid, “sotto tutti gli aspetti essenziali è rimasta in piedi la condizione coloniale della maggioranza nera, sicché l’attuale società deve essere caratterizzata come un ‘colonialismo di tipo particolare‘”. Nulla lo prova quanto l’esistenza di 26 milioni di sud-africani (25 dei quali neri) in condizioni di “povertà abietta”. Altrettanto secco il giudizio sull’ANC e sui suoi alleati (COSATU e SACP), accusati di avere fatta propria la prospettiva neo-liberista abbandonando definitivamente ogni riferimento alla “trasformazione rivoluzionaria” del Sud Africa e ogni intenzione di procedere all’espropriazione dei proprietari terrieri e dei grandi poteri economici. Il riferimento centrale del congresso è stato alla Freedom Charter del giugno 1955, cui è stata contrapposta la linea di deriva iniziata con i negoziati per la costituzione avvenuti a metà anni ’90, nei quali furono abbandonati i due punti qualificanti del programma delle trasformazioni sociali: la redistribuzione delle terre e la nazionalizzazione delle industrie. Il risultato è che dopo vent’anni di democrazia il Sud Africa “è diventato il luogo più diseguale e violento della terra”. Impressionanti i dati di fatto elencati: la grande massa della popolazione è “poco istruita, poco qualificata, vive in condizioni di estrema povertà, è priva di cure”, la disoccupazione è cresciuta fino a superare i 4 milioni di senza lavoro (con il tasso ufficiale al 25%), il livello di qualità e di efficienza delle strutture sanitarie pubbliche è patetico (in un paese in cui l’aids colpisce dal 14 al 18% della popolazione), gli enti locali sono al collasso, l’incidenza della violenza e dei crimini violenti, anche tra i minori, è ai suoi massimi storici (20.000 omicidi, 30.000 tentati omicidi, 50.000 stupri all’anno), la xenofobia nei confronti dei lavoratori immigrati è in aumento.

Ne deriva un giudizio categorico sulla dirigenza politico-sindacale del paese, inclusa la direzione del COSATU a cui il NUMSA appartiene, che vale la pena riportare per esteso: «La leadership del movimento nazionale nel suo insieme ha fallito nel compito di guidare un coerente e radicale processo di democratizzazione della società volto a risolvere dopo il 1994 le questioni nazionali, di genere, di classe. Questa leadership è oggi trainata in modo dominante dalla classe capitalistica nera e africana e si inchina ai diktat del capitale monopolistico bianco e degli interessi imperialisti. Si tratta, quindi, di nulla altro che di capitalisti parassiti e clientelari». Nel riassumere l’analisi del congresso il segretario dei metalmeccanici, Irvin Jim, è stato, se possibile, ancora più esplicito: la ledearship del sindacato, benché si professi ancora anti-imperialista, è in realtà “schierata in modo inequivocabile dalla parte del capitale internazionale”. Dopotutto, ha sottolineato, il Sud Africa di oggi dipende dall’esportazione delle materie prime (platino, oro, carbone, diamanti) né più né meno del Sud-Africa dell’apartheid storico; il settore finanziario del paese è dominato da sole quattro banche (ABSA, Nedbank, FNB e Standard Bank) nelle quali è molto forte, quando non prevalente il capitale estero, e lo stesso accade nei settori edile, farmaceutico, dell’auto, delle telecomunicazioni.

A seguito di un simile giudizio la necessità, è inevitabile per il NUMSA, sindacato forte di 341.150 aderenti, “ripensare” e rivedere i suoi rapporti con l’ANC e i suoi alleati. Altrettanto inevitabile identificare le radici della crisi del COSATU, che da anni sta subendo una vera e propria emorragia di iscritti, nella sua complicità con le politiche neo-liberiste del partito al governo. A fronte di ciò il NUMSA si appella a tutti i lavoratori del Sud-Africa, “neri, bianchi e africani” affinché si uniscano nella lotta per rivendicare l’integrale e immediata applicazione della Freedom Charter, a cominciare dalla nazionalizzazione delle “ricchezze del Sud-Africa, incluse le miniere e la terra”, e si sollevino contro la sudditanza delle strutture sindacali ai voleri del governo, dell’ANC, del capitale interno “bianco” e di quello globale. Tale energica denuncia politica, del tutto inimmaginabile senza la lotta di Marikana, mette capo alla prospettiva di un Movimento/Fronte unito per il socialismo, di cui il NUMSA si fa promotore. Importante è stata anche la decisione del sindacato dei metalmeccanici di rivolgersi oltre la propria categoria e oltre le fabbriche all’intero campo degli sfruttati sud-africani anche per ciò che riguarda le rivendicazioni immediate con al primo posto la difesa e l’ampliamento dei posti di lavoro, la parità salariale tra bianchi e neri, l’introduzione e il rispetto di un salario minimo nazionale per tutte le categorie (oggi inesistente) che garantisca a tutti una vita dignitosa, il blocco dei prezzi dei generi di prima necessità. Rivendicazioni che il NUMSA ha messo al centro dello sciopero nazionale del 19 marzo 2014, che si è svolto con una buona adesione.

L’intenzione dichiarata dei dirigenti del NUMSA è quella di esplorare la possibilità di “dare vita a un partito socialista dei lavoratori” e ad un movimento/fronte per il socialismo, di unificare le lotte degli operai con le lotte di quartiere per la casa, l’istruzione, l’acqua, la salute, i servizi, attraverso mobilitazioni di massa congiunte, di battersi per riconquistare dal basso il COSATU e consolidare l’attuale scelta di campo del NUMSA. È difficile dire se essa avrà un coerente seguito nei prossimi tempi oppure se, sotto l’infuriare degli attacchi di estremismo infantile e le provocazioni provenienti dall’ANC e dai vertici del COSATU, la sua dirigenza finirà per cercare compromessi al ribasso in nome della “salvezza della nazione”, una tematica comunque fortemente presente negli interventi di Irving Jim; se essa saprà dare un ulteriore impulso alla mobilitazione di massa o si impantanerà nei giochi elettorali/istituzionali a cui la perdita di credibilità dell’ANC lascia più spazio di un tempo.

Altrettanto difficile è preconizzare se il sindacato dei minatori nato a Marikana come alternativa al NUM saprà o no mantenere le sue promesse di restare indipendente dal governo. Più dubbio ancora, anzi – a mio avviso – altamente improbabile, è che siano in grado di dare effettiva forza a queste spinte le fibrillazioni, contestazioni interne e scissioni dell’ANC. Benché la corruzione sia un male sociale che colpisce anche i lavoratori, il fatto che il nuovo partito di Mamphela Ramphele, un ex-funzionario della Banca mondiale in buoni rapporti con gli Stati Uniti, abbia fatto della lotta alla corruzione il punto centrale del proprio programma dandole la priorità sulle aspettative e i bisogni primari dei proletari, non promette nulla di buono. Neppure gli Economic Freedom Fighters (un nome curioso per una formazione che si vuole a sinistra dell’ANC) capitanati da Julius Malema, che hanno una qualche influenza tra i giovani, costituiscono – al di là dei loro slogan ad effetto – una coerente incarnazione degli interessi dei proletari sud-africani in ebollizione. Anche queste prime fratture dentro l’ANC, però, mostrano che il Sud Africa sta approssimandosi a grandi passi ad una svolta della sua storia.

Del resto, non bastassero a dirlo gli esplosivi scontri di classe degli ultimi anni, anche il tasso di crescita della sua economia plana ormai rapidamente verso il basso: 2,5% nel 2012, 1,9% nel 2013, mentre il rand ha perso tra il 2011 e il 2013 il 30% del suo valore, e gli investimenti esteri, pur sempre significativi nel settore minerario e in quello immobiliare e finanziario, continuano a decrescere. Una linea di evoluzione non dissimile da quella che sta interessando gli altri celebrati componenti del gruppo dei Brics, scossi in modo crescente (con la sola eccezione della Russia) da conflitti operai, sociali, ecologici a largo raggio, che mettono in luce quanto i loro passati brillanti risultati economici fossero fondati su un’estrema polarizzazione sociale, su un insostenibile super-sfruttamento del lavoro, su forme asfissianti di controllo poliziesco, su un sistematico attacco ai rispettivi eco-sistemi. E quanto quindi il presunto “modello alternativo di crescita” da loro rappresentato, oltre che più fragile del previsto, sia totalmente inaccettabile per i lavoratori. Su questo i minatori di Marikana, i minatori sud-africani, 80.000 dei quali sono di nuovo in sciopero, hanno già detto l’ultima parola.

Bibliografia

ABI (Associazione Bancaria Italiana), Missione imprenditoriale in Sudafrica (Johannesburg, Città del Capo, Durban, 8-12 luglio 2007), 2007.W. Bello, Le guerre del cibo, Nuovi Mondi, Modena, 2009.

R. Arena, Parmalat e Africa: depredazione di un continente parzialmente stremato, Terranauta.it, consultato il 7 gennaio 2013.

P. Bond, Debt, uneven development and capitalist crisis in South Africa: from Moody’s macro-economic monitoring to Marikana microfinance mashonisas, “Third World Quarterly”, vol. 34, No. 4, May-June 2013.

Id., Subimperialism as lubricant of neoliberalism: South African ‘deputy sheriff’ duty within BRICS, “Third World Quarterly” vol. 34, No. 2, March 2013.

G. Caligaris-A. Tosolini, Boycott! Sudafrica, banche italiane e dintorni, Emi, Bologna, 1987.

C. Cattaneo, Sud Africa: multinazionali minerarie a rischio?, “L’Indro”, 28 settembre 2012.

S. Cessou, Sudafrica, ogni giorno è di rivolta, “Le Monde diplomatique”, marzo 2013.

R. d’Abdon (a cura di), I nostri semi – Peo tsa rona. Poeti sudafricani del post-apartheid, Di Salvo, Napoli, 2007.

M. Chossudovsky, La globalizzazione della povertà, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1998.

A. Desai, Noi siamo i poveri. Lotte comunitarie nel nuovo apartheid, DeriveApprodi, Roma, 2003.

J. Desvarieux, Afrique du Sud: 80.000 mineurs en grève et recomposition de la gauche (entretien avec P. Bond), alencontre.org, février 2014.

C. Gabriel, Elections et ruptures politique en Afrique du Sud, alencontre.org, 13 avril 2014.

R. Galullo, Palazzolo, presunto cassiere di Cosa Nostra, vola a Palermo per collaborare, “il Sole 24 ore”, 21 dicembre 2012.

A.M. Gentili (a cura di), Ruth First: Alle radici dell’apartheid, Angeli, Milano, 1984.

L. Gentle, South Africa’s Mine Massacre Reveals Ugly Realities, “Labor Notes”, August 24, 2012.

A. Goldstein, Bric. Brasile, Russia, India, Cina alla guida dell’economia globale, Il Mulino, Bologna, 2011.

S. Gulmanelli, Il Sudafrica potenza regionale, “limes”, n. 3/1997.

K. Havnevik et A., African Agriculture and the World Bank. Development or Impoverishment?, The Nordic Africa Institute, Uppsala, 2007.

B. Hirson, The Economic Background to South Africa, “Revolutionary History”, vol. 4, No. 4, Spring 1993.

Id., Resistance and Socialism in South Africa, “Revolutionary History”, vol. 4, No. 4, Spring 1993.

I. Jim, Manifestos and Reality. A Presentation to the Cape Town Press Club, “Socialist Project”, E-bulletin No. 936, February 14, 2014.

N. Klein, Shock Economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, Milano, 2007.

C. Longford, Afrique du Sud: les permanences d’un Etat d’apartheid et la rupture, alencontre.org, consultato il 10 ottobre 2012.

G. Mantashe, The Decline of the Mining Industry and the Response of the Mining Unions, University of Witwatersrand, Johannesburg, 2008.

E. M’buyinga, Pan Africanism or Neo-Colonialism. The Bankruptcy of the O.A.U., Zed Press, London, 1982.

C. Meillassoux, Donne, granai e capitali. Uno studio antropologico dell’imperialismo contempora-neo, Zanichelli, 1978.

Id., Gli ultimi bianchi. Il modello sudafricano, Liguori, Napoli, 1982.

Id., Per chi nascono gli africani?, in P. Basso-F. Perocco (a cura di), Gli immigrati in Europa. Disuguaglianze, razzismo, lotte, Angeli, Milano, 2003 (2014, 4^ ristampa).

H. Nieuwoudt, Unprotected Strikes: Remedies Available to Employers, nortonrose.com, 21 October 2009.

NUMSA, The State of Class Struggle in South Africa, “Socialist Project”, E-bulletin No. 946, March 6, 2014.

W. Rodney, How Europe Underdevoled Africa, Bogle-L’Ouverture, London, 1972.

V. Schioppa (ambasciatore italiano a Pretoria – intervista a), Sud Africa: un paese policentrico (come l’Italia) da comprendere e penetrare nelle realtà locali, “La Tribuna”, 30 luglio 2012.

The Bench Marks Foundation, Communities in the Platinum Minefields. A Review of Platinum Mining in the Bojanala District of the North West Province, Johannesburg, 2012.

The World Bank, Agriculture for Development. World Development Report, Washington, 2007.

A. Traoré, L’Africa umiliata, Avagliano, Roma, 2009.

United Nations Conference on Trade and Development, World Investment Report 2012. Towards a New Generation of Investment Policies, 2012.

C. Webb, What is the ANC and where is the Left in South Africa?, “Socialist Project”, E-bulletin No. 710, October 9, 2012.

From Marikana to the World (traduzione di Giacomo Donis)

Marikana is two things, two worlds, two stories in one. It is the brutal massacre of the miners, and it is the miners’ vibrant struggle. The massacre comes from a long way off, from a past that refuses to die. The struggle will lead a long way forward, to a future of liberation that no guns can cancel. Let us examine these two faces, these two aspects, one after the other, one against the other, to identify the two antithetical messages the facts of Marikana have announced to the world.

1. First of all, the massacre of the Marikana miners tells the whole world that if the old apartheid is dead there is now In South Africa a new white-black apartheid, and behind and above it there is a new colonialism. The aims and, essentially, the methods of this new colonialism are no different from those of the old. The difference is all and only in the forms, and in the fact that the new colonialism has enlisted and integrated into itself a ruling class of black politicians, administrators, and exploiters who are shamelessly willing to serve it as good business partners. It is an old story that is renewed in the (vain) ambition to gain eternity.

For centuries South Africa has been a laboratory of the most brutal expropriation of direct producers and of the most ferocious super-exploitation of African and Asian labor by white capital—indeed, one of the most important laboratories of its kind in the world. This story began with the Dutch East India Company in the Cape, with the dispossession of the local inhabitants, of their land and their cattle, with their decimation and reduction to servitude, and with the importation of Malay people reduced to slavery. It continued with the Dutch settlers who subjugated the Xhosa and absorbed them into the settler economy as a servile class. And then came the British, with their aggression against the Zulu in Natal and their importation of indentured Indian laborers from Asia, to be squeezed dry in the sugar fields. After the discovery of diamond and gold mines (1867-1872) the colonial entrepreneurs, confronted with the refusal of the African peoples to accept starvation wages, had recourse to Chinese coolies and to black laborers imported from the Portuguese colonies in Africa. It was in these mines that, over the years, a system arose of differential exploitation of labor founded on national, racial, and ethnic bases. A system that was violent and sophisticated at the same time. On the one hand, white skilled labor imported from Europe; on the other, African (and Asian) laborers paid ten, fifteen, twenty times less than the whites, carefully recruited and subdivided to spark hostility between the black and the Asian workers and intense inter-tribal rivalry among the black workers themselves. To ensure an enormous and permanent abundance of underpaid black slaves to set against one another in frenzied competition, the Chamber of Mines and the Witwatersrand Native Labor Association demanded the ‘pass law’ and the reserves. For decades these measures put multitudes of local workers at the mine owners’ disposal, to employ for short periods and then, after bleeding them dry, to send back to their ‘homelands’, which had been reduced to nothing but rubbish dumps of the South African economy.

All this gave rise to a genuine paradise for colonial capitalism—i.e., for Western imperialism in its entirety, be it Dutch, British, German, U.S.-American, Italian, Swiss, French, Australian, Israeli, and, of course, the exploiting Boers. A capitalist (not precapitalist, as some have claimed) paradise, built according to the dictates of the brute ‘rationality’ of profit, sustained by the (presumed) ‘irrationality’ of segregationist racism. This system—essential for capitalist accumulation on both a local and a global scale—was termed apartheid. But the term can be deceptive, because the system’s essential trait is less the rigid physical separation between whites and blacks, which is possible and useful only to a certain extent, than it is the rigid and manifold hierarchization of the workforce in the mines, in the industrial enterprises, and on the farms owned by whites. This hierarchization of ‘top’ and ‘bottom’ workers divided, and divides, not only whites from blacks, but also coloreds from blacks, native blacks from immigrant blacks, native blacks of a given ‘ethnic group’ or region from those of other ‘ethnic groups’ or regions, blacks emigrating from the reserves from blacks residing in the cities. Equally fundamental for the good functioning of the mechanism was (and is) its capacity to obtain the fresh laborers it needs from a boundless reserve army of the poor and the penniless, forced to sell themselves for next to nothing, since they cannot survive on the little food they manage to grow themselves.

The ultimate aim of this scientific system of exploitation is to make the ancient—and modern—dream of yesterday’s and today’s colonial capitalists come true. Yes, they had—they have—a dream: the dream of an inexhaustible quantity of labor power at their disposal at extremely low cost and with zero rights. Labor power to be turned over continually in a short and unbroken cycle of ‘disposable’ super-exploitation, capable of guaranteeing heaps of extra profit for the capitalist free to extort it in a climate of terror. Yes, because we cannot forget that only a police state can keep this ‘perfected concentration-camp universe’ going. This is a dream that demands enormous police, prison, and judicial machinery, replete with massacres of strikers (even, if necessary, of ‘privileged’ white workers imbued with racism, as in the white ‘general’ strike of 1922), mass arrests, detentions without sentences, proscriptions, penal colonies, torture, death cells, and more.

The demise of historical apartheid with the advent of the ANC government and the formal fall of the color bar (in 2003) spelled the end neither of terrorist despotism in the workplace nor discrimination against black workers. It only cloaked the old colonial methods with a little more hypocrisy, extended the privileged treatment previously reserved ‘for whites only’ to a stratum of skilled black labor, and made minor changes in the laws on labor disputes, while assiduously protecting firms against ‘illegal’ strikes—the ones, of course, that are more effective.

As for hypocrisy—take a look at the self-presentation of the British multinational Lonmin Platinum and, believe me, you will have your fill. Its ‘value-based’ culture is a dazzling catalogue of virtues. It is based on the principle of ‘safe work’ in the fullest sense of the term: ‘We are committed to zero harm to people and the environment.’ No less! Too bad there were more than twice as many deaths in 2011 in Lonmin’s Marikana mine than in 2010! But the objective is equally high—the sacred mission of Lonmin the missionary for the good of its employees: ‘To enhance the quality of life for our employees and their families and promote self-esteem’. How? On 400 dollars a month? And 400 lead bullets on the day when the miners decided, by themselves and for themselves, to stand up in earnest for their conditions of existence and for their dignity? Never mind ‘transparency’, ‘open, honest communication’, ‘respect for each other’ (tangible in the miserable hovels the multinational ‘reserved’ for their miners), and—indeed!—the practice of ‘embracing our diversity enriched by openness, sharing, trust, teamwork, and involvement’: Enough! We are overwhelmed by this torrential cascade of ‘values’.

As for the hierarchy of workers, the old, rough, racial dividing line still based on a sharp division between whites and blacks has been superseded in the mines by a new, more articulated dividing line that separates technicians, skilled workers, and above-ground whites (the majority) and blacks (the minority) from common black workers, almost always South African underground diggers, who, in their turn, are separated from the even ‘blacker’ underground employees of subcontracting firms, most of them immigrants from other sub-Saharan countries. This last group of workers, sourced from labor brokers, are given only short-term, unstable jobs, with the longest hours. And Lonmin is no different from the other big mining companies in the country—Anglo American Platinum, Anglo Gold Ashanti, Gold Fields, Impala Platinum—with their strangle hold on the South African institutions, from the government to the courts, from the police to the mass media.

As for labor conflicts, today a strike is no longer in itself a crime, and strikers are no longer automatically criminals. This is an important result of the labor struggles. But to call a ‘protected’ strike—the only kind that is fully legitimate—the Labor Relations Act of 1995 prescribed such a strict series of rules that in fact the long hard strikes called on the spur of the moment and strikes called by unions not legitimated by signed contractual agreements are automatically ‘unprotected’ and illegitimate. The workers who participate in these strikes can be dismissed, sued for damages to the companies, or even—as at Marikana—shot, arrested en masse, accused of having killed their fellow workers, tortured, and then—in full respect of the law—branded, banished, and ‘declared’ unemployed. It was precisely in ‘respect’ of this regulation and in defense of its logic—the preservation of social and company peace to protect company business—that the National Union of Mineworkers (NUM) affiliated with the Congress of South African Trade Unions (COSATU) made the terrible decision of asking the police to intervene against the striking Marikana miners.

This decision was—to say the least—scandalous. But Zuma’s behavior, while shrewder, was no less scandalous when he declared that he ‘understood’ the miners’ pain, while accusing them of being violent and of producing recession and unemployment, scaring off foreign investment. Still, this was essentially not a clash between NUM and the Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU), the new union organization that backed the striking miners; neither was it only a clash between the miners and the government. Beneath, behind and—I repeat—above NUM’s decision and Zuma’s behavior is the coercive pressure of the multinationals. For them apartheid, properly restructured and modernized, is by no means a relic of the past. On the contrary, it is a pillar of the present and future edifice of world capitalism, which must not be called into question but—by all means—exported to neighboring countries. For the multinationals, in Egypt—be it governed by Mubarak or by Morsi—‘protection of international investments’ (in the words of the Italian premier Monti in Cairo, on 10 April 2012) must not be called into question. Which is to say: workers’ strikes must be crushed, along with the hopes of the workers. This is the notice the European press served South Africa during the Marikana ‘affair’—its message to Egypt and the Arab world ever since the explosion of the great Intifada. Africa must not play dirty tricks on the ‘international community’ of the[ir] masters.

2. Africa has been a honeypot for Europe every since the days of the slave trade. And today more than ever. For the precious raw materials of its subsoil and for the even more precious raw material above its soil—living labor. This is particularly true for South Africa, the world’s leading producer of chromium, platinum group metals, limonite, vanadium, and vermiculite; the second leading producer of gold, alumina silicate, antimony, manganese, tutile, and zirconium; one of the top four producers of phosphate rock and fluorspar. In short: with its fifty types of minerals, it is unquestionably a treasure trove for world industry. And, at the same time, it has the fifth largest population of any country in Africa—with a huge mass of cheap available labor produced by the gigantic disintegration of rural society throughout southern Africa, recently incremented by emigrants from Senegal, Ivory Coast, Ghana, and Somalia.

South Africa’s ‘integration’ into the process of construction of the world economy goes back more than five centuries, but the degree of this subordinate integration has increased enormously in the course of time as the result of three ‘leaps forward’.

The first ‘leap’ followed its discovery of gold. South Africa soon became the world’s leading supplier, maintaining its leadership for over a century (until 2007 when it was overtaken by China)—and this, in the very period in which the gold standard was in force all over the world. Clearly, the leading role in the matter was played by British colonialism, which was lord and master of that monetary system. This period witnessed the passage of the British-inspired Native Labor Regulation Act, which extended to the mining sector the criminal sanctions against strikes and against the cancellation of employment contracts on the part of workers.

A second ‘leap’ took place in the late 1960s and early 1970s with the direct foreign investments of the Western powers, headed by the United States. The traditional British Shylock was joined by the high-flying gangsters of Wall Street and of the European markets, ready with their usurious loans to ‘support’ Forster’s ambitious plan of reconversion and industrial development. In just a few years (1966-1975) investment in industry far surpassed that in mines and foreign investment shot up from 7.1% to 25.2% of the total—this, according to the official figures, but unofficial estimates state that in the private sector of the economy foreign investment in that period actually amounted to 80%. Thus South African apartheid became bigger international business than ever before—especially for the imperialist countries. It was not by chance that, in July of 1972, Fortune magazine described South Africa as ‘a goldmine for foreign investors’, ‘one of those rare refreshing places where profits are big and problems are small’. But if white apartheid was just fine with the Western and global capital that was pouring into South Africa, the workers and the black youth saw things quite differently, and between 1972 and 1976, with the mass strikes and the Soweto revolt, they gave it a first powerful jolt. The resulting exponential increase in expenses for the army, police, and other security forces, which quintupled between 1970-71 (257 billion rand) and 1976-77 (1,350 billion rand), was a further reason why the racist governments had recourse to foreign loans. All this led to the huge foreign debt that, in 1994, was De Klerk ‘legacy’ to Mandela and the ANC, which never called it into question, despite the tremendous interest on it to be paid (4.5 billion dollars per year, initially—compared to a total of 85 million dollars for the families of the people tortured and murdered by the apartheid regime). A ‘legacy’ of conditionalities: set by the IMF and the WB in ‘defense’ of private property and the privatization of services; set by the IMF against the rise in wages; set by the WTO against any form of state intervention in defense of industrial employment. Yes, the fall of the old institutional system of apartheid must be prevented from bringing its historical foundations down with it—i.e. the differential super-exploitation of workers, proletarians, and the black impoverished masses. And, despite relentless struggles, this is how things stand today.

The third ‘leap forward’ in the subordinate integration of the South African economy and labor market into Yankee-Western turbo-capitalism took place in the first years of this century with the spike in foreign investment throughout Africa. The way for this massive investment was paved in the 1980s and ‘90s by the neocolonial IMF policies in Africa. All over the continent these policies restructured mining legislation, secured incentives, exemptions, or tax breaks for foreign companies and capital, and decreased royalties, while forcing the African states out of the productive sectors of their own economies. At the same time, the implementation of neoliberal policies in many of the raw-material producing countries increased competition between them, driving prices down—all to the advantage of the transnational companies and to the great detriment of workers, peasants, and the natural environment. And where the action of the IMF and the WB was not sufficient, in Rwanda, in Congo, in Sudan the plague of ‘inter-ethnic’ wars deliberately engineered by the old-new colonialists devastated the life of the populations and threw the doors open for the same old predators.

But all this is by no means a question of mineral resources alone. Goaded by the overwhelming Chinese advance on the continent, the Western powers ‘rediscovered’ Africa also as an extremely rich, inexhaustible source of young hands-and-brains for the world market. This young workforce—increasingly better educated, despite the terrible blows inflicted by the IMF on African schools and universities—is a mouthwatering tidbit for European and global capital! ‘Africa’—writes the newspaper of the Italian entrepreneurs—‘is not only an open-air mineral deposit, it is rich in human resources, young people, who are also demographic resources. We must look not only to the resources of the African earth, but also to Africans as a resource. They are an immaterial [?] value that counts. So many young people!’ (il Sole 24 ore, 3 October 2009). ‘By 2040’—I quote the 2010 McKinsey Global Institute report—‘Africa will be home to one in five of the planet’s young people and will have the world’s largest working-age population. Global executives and investors cannot afford to ignore the continent’s immense potential. A strategy for Africa must be part of their long-term planning. Today the rate of return on foreign investment in Africa is higher than in any other developing region’.

It’s a new assault on Africa! Mystified, of course, as aid to Africa, cooperation with Africa, development of Africa. Within it South Africa—this choice tidbit and coveted prey—still plays a leading role, also thanks to the ‘Thatcherian’ (Mbeki’s own description!) structural reforms implemented by the Mbeki government in June of 1996. Throughout the first decade of this century it has been among the fifteen to twenty most attractive countries in the world for foreign investment, and not only in the mining sector—even though mining is still of fundamental importance, since it is a branch that knows no crisis (in 2011 its worldwide turnover increased by 80%, with no less than 1,379 mergers and acquisitions, mostly involving European, Canadian, and Australian companies). There has also been major investment in the banking sector, where Barclays (UK) acquired a controlling interest in the ASBA Bank in 2005, and in commerce, where Wal-Mart (USA) gained control of Massmart in 2011—a year in which 5.8 billion dollars entered the country, amounting to 13.6% of the total foreign investment in all of Africa. These investments—Rob Davies, the minister of trade and industry, declared—come from Japan, Germany, the United States, the United Kingdom, France, Italy (Mafia enterprises are also very active), the BRICs. Today more than 30% of banking, especially where corporations are concerned, is in the hands of foreign banks. And what banks! Citibank, Deutsche Bank, JP Morgan Chase Bank, HSBC, ABN Amro, Commerzbank, European Investment Bank, Société Générale, Crédit Agricole, Unicredit, while the Johannesburg Stock Exchange, one of the twenty largest in the world, with 80% of it controlled by four bank-owned conglomerates, has consolidated its position as the leading stock exchange on the African continent. And, successful or not, it will certainly not be the program of Black Economic Empowerment that will change the relations between global financial capital and the South African working masses—i.e. by actually ‘empowering’ the workers! At the very most it will make a few more black faces appear in the panorama of South African business, increasing the number of black millionaires (we note that the policy and the nature of Lonmin appear not to have changed one iota since Cyril Ramaphosa took his place among its shareholders).

Seen from the executive suites of Europe and the West, what is today’s ‘rainbow apartheid’ South Africa? This South Africa that in twenty years of black-white—or, more precisely, white-black—government has accomplished the feat of overtaking Brazil in the race to become the most unequal society in the world! What, if not an immense honeypot of 1,219,090 square kilometers! Which—as the Associazione Bancaria Italiana notes in its 2007 report—has a population of 50 million people, on average 24.3 years of age (the average age in Italy is 41.7, in 27-state Europe, 39.1), with 86.4% literacy, a demographic growth rate of 0.46% a year (in Italy: 0.07; in Europe: 0.16), official unemployment at 25%—which means extremely strong competitive pressure on the jobholders. Why, it makes you lick your lips!—if it weren’t for the struggles that from the northwest, from Marikana, from Rustenburg, have spread to a large part of the mining industry, and for the future these struggles foreshadow.

3. But this picture of the close links between South Africa and the power elites of neocolonialism would not be complete if we neglected to speak of the IMF and WB plans to export the ‘South African model’ to its neighboring countries, particularly where agriculture is concerned. To export it, of course, not only in the interest of the South African exploiters, but also in the interest of the super-exploiters of global capital.

As we well know, the World Bank has played a decisive role in shaping agricultural policy in Africa for the last thirty years, having as its prime partner the IMF and its notorious plans for the restructuring of foreign debt. The principal long-term effect of the WB policies has been the following: the African continent, which in the late 1960s exported 1.3 million tons of food every year, has lost its self-sufficiency and now imports 25% of the food it needs. Nearly all the African countries are now in this condition. Hunger, famine, food emergencies have become recurrent—or chronic—phenomena. Poverty—often extreme poverty—afflicts 45% of the African people. This excellent result has been obtained thanks to the following measures: the progressive dismantling of state programs to protect national agriculture, especially programs to promote cooperation between small producers; the abolition of subsidies for seeds and fertilizer; the cutting of state investments to create infrastructures and services for agricultural production, experimental farms, research centers, and to guarantee credit for small producers; the closing of state seed storage and selection facilities; the demolition of the state system of marketing of agricultural products (in some cases the WB has even arrogated the right to determine the amount of state cereal reserves); the suppression of customary land rights and the increasing privatization of land. At the same time the policies of the ‘leading’ financial institutions have progressively destroyed all forms of protection of African agriculture from the massively subsidized agriculture in Europe and the United States, throwing the doors open to foreign investment with the development of large-scale commercial farming, intensive production for export, and export processing zones.

This terrible social disaster, produced by a full-fledged strategic planning of African food dependence and of mass poverty throughout the continent in order to fuel its proletarian reserve army, paved the way for the exportation of the ‘South African model’ of agriculture to the four corners of Africa. A first step in this direction was taken with the operations of the South African Chamber for Agricultural Development (SACADA) in the mid-1990s, launched with the full support of Phosa’s and Mandela’s ANC and strongly supported by the EU, IMF, and WB. The Mozambican province of Niassa was taken as a guinea pig, but also Angola, Zambia, and Congo-Zaire (now Democratic Republic of Congo) were involved. It was basically a question of expanding the Afrikaner agricultural industry across the border, with its large and small commercial farms, its food processing, its promotion of ‘ecologically sustainable’ tourism. This expansion was fostered by the leasing of the best land to Afrikaner entrepreneurs and farmers for 50 years (in Mozambique) or even, in Congo, for 99 years—the old leases imposed on the colonized by historical colonialism, and at ridiculously low prices (0.15 dollars per hectare in Mozambique). Three aspects of this expansion are particularly important: (a) Masagrius, the joint venture created ad hoc for Mozambique, has become the de facto state authority in the valley of the Lugenda River; (b) the local peasants expelled from their land, which has been leased, have been grouped together in villages adjacent to commercial farms, in ‘rural black communities’ that are reserves of low-cost labor for these farms, in which the local farm laborers are allowed to cultivate a small patch of land in exchange for corvée; (c) every Afrikaner owner or farmer has been granted the right to bring his own black workers with him from South Africa, to oversee the Mozambican, Congolese, and Angolan farm-hands. Does this remind you of anything?

Ten years later, the World Bank’s World Development Report 2008—Agriculture for Development made this strategy—in fact—the centerpiece of its ‘grand strategy’ for the rapid development of African agriculture advanced by global financial capital. This strategy, based on the fastest possible development of the productivity and profitability of agriculture on the continents of color, including the agriculture of the smallholders, takes it for granted that the vast majority of the small African producers will be ‘losers’. These ‘losers’ will then have two possible destinations: first, emigration towards the cities of their own country, or other countries and continents; or else employment in areas of extremely low-yield ‘subsistence agriculture’—areas incredibly similar to the old bantustans, also because it is implicit that they be governed by traditional ‘tribal’ or customary legislation. These areas of subsistence agriculture will serve as reserves of labor both for the commercial agriculture and agribusiness of the region, and for decentralization from the more congested industrial zones towards rural zones of industrial branches, in which to develop—on the Chinese model—a ‘rural non-farm economy’ with the lowest possible production costs ‘thanks’ to the extremely low costs of labor. In the WB report the South Africa of ‘rainbow apartheid’ comes in for frequent praise, in particular for its ‘market-based land reform’, which has left 87% of the cultivated land in the hands of white landowners. But it is clear, for whoever has eyes to see, that the fundamental inspiration of this ‘grand strategy’ has older and deeper roots, in white apartheid and in the role that reserves, homelands, and bantustans played in it.

News of direct foreign investment in agriculture is jealously guarded, especially after the Daewoo (i.e. General Motors) case in Madagascar. But suffice it to note that just one year after the WB report the first fund for agricultural investment was instituted, namely, the Africa Transformational Agri Fund: place of incorporation, Mauritius; principal place of business, London; principal country of intervention, Zambia. That three years later Wal-Mart—deeply involved in world agribusiness—burst into South Africa. That southern and eastern Africa have been ‘invaded’ by the Gates Foundation, the World Bank’s right hand, and by Parmalat, the leading Italian food corporation, it too based in Mauritius and with major operations in Mozambique, Zambia, Botswana, Swaziland. Indeed, the exportation of the ‘South African agro-model’ in the 1990s has pioneered the more recent enterprises of agro-imperialism.

Of this, too, Marikana speaks. Its cry: ‘Colonialism is still here in the hundreds of Lonmins that torment us with their brutal workloads and their pay that is next to nothing, and if we rebel, we are gunned down. It is still here everywhere, in the mines, the factories, the countryside, the supply of services.’ But this cry is, at the same time, a powerful cry of struggle against this new colonialism, against the new white-black apartheid, against the lie of the ‘rainbow nation’, against super-exploitation, against exploitation.

4. The strike of the Marikana miners is a watershed in the social and political life of South Africa. Its importance is comparable to the great miners’ strike in August of 1946 that, from the East to the West Rand, attacked the principle of differentiated pay for whites and blacks, demanded a minimum wage, and gave life and strength to the first black trade unions. It did so with such fierce determination that for the first time it jolted the entire system of white apartheid as a system of very cheap labor. Although defeated momentarily by the repression of the Smuts government, that struggle launched the entire anti-apartheid movement, radically changing the political life of the country.

The Marikana strike marks a new historical turning point—which regards, this time, white-black apartheid and the neocolonialism that dominates it. Marikana is a turning point not only for the extraordinary solidarity of the struggle (96% of the miners were participating in the strike nearly six weeks after it began). Not only for its powerful effect on other platinum, gold, iron, and chromium mines, on the auto industry (the Toyota plant in Durban), and on the transport sector. Non only because in their—ultimately unsuccessful—attempt to crush it, Lonmin and the police perpetrated the bloodiest massacre of workers since 1994. And not even because, unlike many other strikes, this one ended with an immediate partial success. The Marikana uprising will be remembered above all because with its energy, organization, and courage in facing the violent forces of the state it revealed to the workers of South Africa and of the entire world the intimate collaboration between the Western multinationals and the current regime (police, magistracy, government, press). It denounced the devastating price this collaboration makes the black workers pay in terms of deaths in the workplace, slave-driving hours and workloads, starvation wages, squalid ‘housing’, separation from their families, brutal discipline, discrimination, the absolute precarity of subcontracting, rampant unemployment—to say nothing of their organizations and strikes being declared illegal!

The cry of these workers had a far greater echo in the world than the magnificent struggle in January-February 2000 of the Volkswagen workers in Uitenhage against the dismissal of thirteen union delegates ‘guilty’ of having incited the workers to reject an unfair deal proposed by the company and signed by the leaders of the National Union of Metalworkers of South Africa (NUMSA). Volkswagen demanded that the workers accept a workweek spread over six days with a rotating day off and no overtime pay for weekend work; compulsory overtime without advance notice; overtime up to twelve hour shifts and seventy hour weeks; only one break per shift instead of two; the elimination of washing up time on the clock; the introduction of a ‘pass system’ to control workers movements within the plant; an individualized vacation schedule instead of the traditional three weeks at the end of the year; and a cut of 17% in the employer-funded pension fund. This led to a conflict not only between the workers and the company but also between the workers and the leaders of their own union.

This second conflict revealed the extent to which neoliberal ideology had taken hold, not only in the ANC but also in the leadership of COSATU and NUMSA. The union leaders accused their delegates—fired for their opposition to the Volkswagen diktat—of creating chaos, of being ‘agents provocateurs’, of acting illegally, or (more mildly) of following the ‘old way of thinking’ in which management is the enemy. In his turn, Mbeki liquidated them with disdain as ‘elements who pursue selfish and antisocial objectives’. The striking workers and the communities mobilized to support them had no choice but to create new militant—political and union—organizations, such as the Uitenhage Crisis Committee and the Oil, Chemical, General and Allied Workers Union, and others. Despite the defeat, those days and that conflict remain engraved in memory, thanks to the passionate appeal pronounced by Wilfus Ndandani, one of the leaders of the strike committee:

To all the members of NUMSA we say: Do not permit the striking workers at VW South Africa to be defeated. Today it is us, tomorrow it will be you! To all the members of COSATU: damage done to one is damage done to all! To Volkswagen workers the world over: together we produce the wealth of the company. Let us unite! Today it is us, who can say who will be next? To all the workers of the world: we need your support now!

The sanitary (and military) cordon the ANC, SACP and COSATU threw around the Uitenhage strike kept that appeal from resonating with the force it deserved. The times were not yet ripe. The facts of Marikana have presented the miners with the same challenges the Uitenhage workers had faced: to react to the ferocious exploitation imposed by the ‘corporate predators who want to keep us in poverty’; to self-organize their struggles, withdrawing their proxy to union structures that have become underlings of company interests, far removed from the needs and feelings of common workers; to break the political marginality of the working class, freeing it from the black nationalism and the Stalinism that have reduced it to silence. But this time the echo has been fuller and deeper, both in the working class and among the free spirits inside, and outside, South African society.

Why?

For a series of factors, I believe.

First, for the fact that today, far more than a decade ago, Africa is at the center of international attention, not only for the maneuvers and the violations of old and new colonialists on its soil, but also for the claim of the ‘new’ South Africa to represent—with China, India, Russia and Brazil (the famous BRICs)—the only possible way out of the crisis of capitalism made in the USA and in Europe. The claim to be a sort of ‘alternative’ model.

Second, for the community struggles—for the most part spontaneous—of the poor, black, Indian, and mixed-race inhabitants of the bidonvilles and townships of Chatsworth, Isipingo, Mpumalanga, Soweto, Tafelsig, who have progressively eroded the prestige of the ‘Triple Alliance’. They have brought into the light of day the necessity for the poor masses to self-organize and to fight against the current governors and administrators and against the enterprises of privatized services, in order to assert their most elementary needs, and their capacity to do so in earnest.

Third—and certainly not last—for the indirect effect of the Arab Intifada that in 2011-2012, like a single seismic wave of greatly differentiated power, swept through the entire Arab world, and in the fiery Tahrir Squares of north Africa sparked anew the process of the democratic and anti-imperialist revolution—with its center of gravity shifted ‘downwards’, among the exploited. Just as in South Africa even before 1994, in the Arab world the nationalist leaderships—all of them, without exception!—at first profited from the struggles of the working classes and then progressively excluded them from the political life of their countries—the factory workers first of all. In the course of decades they reduced the workers to passivity, to political and often also union inactivity, to a condition of quasi-ghosts, tightening their existence in a vise of fear. The revolt of the Arab workers and of the young people without futures—in Tunisia, Egypt, Bahrain, across the Arab world—broke this viselike grip and decreed that the time of fear and humiliation is over.

In South Africa this process of silencing and excluding the working class from the country’s political life came about more quickly and radically than elsewhere. At the same time, however, the workers’ initial level of strength and organization was relatively high, and therefore, in some respects, the process has not been completed. The Marikana struggle, by denouncing the fact that the new apartheid is unbearable for the workers and by relaunching their independent force, has interrupted the process and called it into question. The Marikana miners have shown themselves to be independent, at least embryonically, of those organizations that claim to represent the workers, but that, like NUM, have changed course and social composition with respect to their origins, increasingly aligning themselves with the imperatives of the market and its competitiveness. The corporate predators, quick to sense the danger, reacted to Marikana with mass dismissals (see Anglo American Platinum and Gold Fields) and by intensifying their pressure on the Pretoria government and the workers. ‘Now is the time to leave South Africa’—they threaten—‘we can’t live with the pistol of illegal strikes pointed at our temples’ (no, only the miners can—indeed must—do so, and the guns pointed at their temples are legal!). In an Italian Internet site close to the entrepreneurs we read: ‘One must not forget the international nature of these multinationals. The profits they lose in South Africa can be made up for by profits in other African countries, where union organizations are practically nonexistent and these multinationals can lay down the law’. In the Kibali gold mine in Congo, for example, where the Kinshasa government is satisfied with ‘ridiculous royalties’, or in Botswana, or Zimbabwe, or Zambia (but a short time later in Zambia there was a revolt in the mining district of Sinazongwe against the Chinese-owned Collum Coal Mine, in which the miners killed a slave driver named Wu Shengzai, notorious for his iron fist). For today’s multinationals it is the dream of never seeing the sun set on the dominions of neocolonialism, of imperialism—and the certainty of having in the African elites, starting with the 300 black millionaires of South Africa, a valid crutch to render this dominion eternal. For the capitalist super-class that continues to rule to world, Africa can never be ‘for the Africans’, and less still for the workers and the oppressed of Africa. But since this super-class is not perfectly sure of this axiomatic truth of theirs, formulated a few decades ago by a fascist anthropologist, they took care, before and after the facts of Marikana, to strengthen their armies and police. I cite as an example the Italian government that, in the past few months, has signed an agreement ‘for democratic cooperation’ (of course) between the police forces of Italy and South Africa—an agreement the Italian ambassador in Pretoria described as ‘important’.

Will it be enough?

We have our doubts.

The battle of the Marikana miners is but a recent episode in an uprising of the workers of the Global South that started in Latin America in the 1980s during the first debt crises, culminating in 2001 with the Argentinazo. Since the 1990s it has invested Asia, including some Asian Tigers (South Korea, for example), sparking a long series of worker strikes and struggles of poor peasants in China, India, the Philippines, Vietnam, Bangladesh, to then reach its tumultuous peak in the Arab countries—in Egypt in particular, the key country of the Arab world. Marikana is not an isolated cry of desperation. It is part of this rising wave—this single uprising that fought and is fighting together against the governments of each of these countries and against the power elites of international financial capital. It is a global uprising against the effects (not yet against the causes) of globalized turbo-capitalism. Marikana received—and then Marikana sent!—a message of struggle against the global and local power of the super-exploitation of labor and the devastation of the lives of workers. It is a message of black worker rebellion but also a ‘multi-color’ message, which speaks Arabic, Chinese, Greek and the other European languages, even though the European workers continue to be hard of hearing.

Against messages like this bullets are not enough.

, ,

articoli correlati

Scopri di più da Il Pungolorosso

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere