
Qui di seguito il testo scritto e la registrazione degli interventi dei compagni Antonio e Piero, della Tendenza internazionalista rivoluzionaria.
Noi come Tir ci riconosciamo pienamente nel percorso di denuncia e di lotta contro questa guerra imperialista tra Nato e Russia (combattuta in Ucraina) che ha portato all’assemblea di oggi. Ci riconosciamo pienamente nella battaglia politica contro il principale nemico in “casa nostra”: il governo Meloni. E, come i compagni che insieme a noi hanno promosso questa iniziativa, riteniamo necessario passare dalla fissazione di una posizione di classe internazionalista contro la guerra al rilancio della nostra autonoma posizione di classe. Pensiamo ad una nuova un’iniziativa di mobilitazione nazionale, dopo quella del 3 dicembre, da tenere davanti alla base militare italiana e NATO di Ghedi, con l’impegno a raggiungere un circuito molto più ampio di quello che abbiamo finora raggiunto, o appena sfiorato. Si tratta di un fondamentale passaggio politico che ci dobbiamo tutti convintamente assumere, decisi, qui, in questa sala, come siamo, a fare il possibile per fermare questa schifosa guerra. Una guerra, non ci stancheremo mai di ripeterlo, che è contro i proletari ucraini e russi, in prima istanza, e contro tutti i proletari e i lavoratori del mondo intero! E cominciare a farlo ora, non in un futuro lontano. Il tempo stringe. Cos’altro dobbiamo attendere o aspettarci di ancor più terribile per la vita umana e la natura di ciò che già sta avvenendo a pochi km da qui? (anche se molti al di fuori di noi, non sentono, non vedono, o fanno finta di non vedere…)
Non ripeterò cose già dette dai compagni intervenuti prima di me. Anche perché è visibile ad occhio nudo, a chi è qui, al di là del massacro in atto in Ucraina, la frenetica corsa mondiale al riarmo, con i giganteschi piani di spese militari, dalla Germania alla Cina agli Usa, dal Giappone all’Australia, Italia compresa: si apre un orizzonte mondiale di devastazione e morte a scala globale! Sia che si resti nel vecchio ordine mondiale a stelle e strisce, che Washington e Wall Street vorrebbero rendere eterno (ed è invece è finito). Sia che si realizzi un passaggio verso un nuovo ordine mondiale “multipolare” non meno capitalistico e distruttivo di quello esistito per decenni.
Intendo invece porre una questione su cui non ci siamo finora soffermati abbastanza: cosa possiamo e dobbiamo fare per raggiungere, coinvolgere, organizzare una massa di lavoratori (ancora da noi troppo poco raggiunta) che resta, al momento, indifferente, passiva in alcuni casi, in tribuna – in altri casi – a tifare per l’uno e l’altro schieramento? (Il caso dei proletari immigrati del SI Cobas che spesso hanno vissuto sulla propria pelle contesti di guerra è, anche sotto questo profilo, un’eccezione riguardante, però, solo una piccola, benché molto combattiva, frazione della classe).
Credo-crediamo che in parte ci manca una convinzione sufficientemente determinata di doverlo fare. Ma ci manca soprattutto un’adeguata discussione/riflessione sui tre sentimenti e atteggiamenti che mi sembrano prevalenti oggi nella massa dei proletari e dei lavoratori (passivi) rispetto alla guerra in corso.
C’è sicuramente una sezione della classe lavoratrice che in buona sostanza esprime un sentimento di solidarietà con l’Ucraina in quanto attaccata dalla Russia. Su questo aspetto, però, sorvolerò perché già nel convegno nazionale del 16 a Roma, e oggi nell’introduzione di Eddy, abbiamo spiegato, lo spieghiamo da mesi con argomenti forti alla mano, che i proletari dell’Ucraina non sono stati attaccati solo dalla Russia; sono stati attaccati materialmente, espropriati brutalmente, e sono mandati al massacro dall’UE, dagli Stati Uniti, dalla Nato (su questo c’è, anche, un nostro libro). Si tratta di diffondere questi dati di realtà.
Esiste poi un altro settore della classe lavoratrice, molto ampio a mio avviso, che ritiene che “si possa stare fuori dalla guerra”. In fondo in Italia non cadono le bombe, l’importante è che la guerra rimanga lontana. Senonché la cosa è impossibile, questa guerra coinvolge già l’Italia, in quanto l’Italia è parte integrante della Nato, che è a sua volta un primo attore della guerra.
Noi dobbiamo mostrare ai lavoratori che non sono solo i dati dell’inflazione ad essere macroscopici; di macroscopico c’è anche il coinvolgimento politico-militare dell’Italia nella guerra e nel suo inesorabile allargamento oltre la stessa Ucraina, per cui o uniamo le nostre forze con quelle dei lavoratori degli altri paesi, o ne saremo necessariamente coinvolti e schiacciati! Coinvolti anche territorialmente e militarmente come parte integrante della Nato che, passo dopo passo, si avvia a schierare sul campo ucraino non soltanto, come ora, i propri specialisti, i propri mercenari e una smisurata quantità di armi, ma i propri contingenti.
Indipendentemente da questo ulteriore sviluppo delle operazioni belliche, dovremmo dire alla massa dei lavoratori indifferenti alla guerra così come si è data finora: “vi sono già state centinaia di migliaia di morti e di feriti, nella quasi totalità lavoratori come voi (o credete che vadano a morire sui fronti di guerra i figli dei ricchi?). Non vi basta questo massacro per scuotervi dalla vostra indifferenza, o credete davvero di poterci guadagnare qualcosa nello stare fermi a guardare come va a finire?”
Un altro atteggiamento diffuso, credo, tra i lavoratori, specie nel Sud del Mondo, è questo: speriamo che la guerra la perdano gli americani, perché se la perdono gli americani, di sicuro abbiamo qualcosa da guadagnare. Non pochi tifano, passivamente, per questa ipotesi come se si stesse giocando una finale di Champions League, e non una contesa all’ultimo sangue tra pescecani capitalisti per il dominio mondiale. Senonché gli americani, cioè a dire la borghesia imperialista degli Stati Uniti d’America, tutto possono accettare salvo che perdere questa guerra. Dall’altra parte, infatti, non c’è l’Afghanistan (dove pure ci hanno messo 20 anni prima di accettare la sconfitta); c’è niente meno che la Russia, e dietro la Russia, quella Cina che tutte le fazioni della classe dominante degli Stati Uniti considerano “l’avversario strategico” da sconfiggere a tutti i costi, e prima che sia troppo tardi.
Infatti a cosa stiamo assistendo in questi mesi? Mano mano che a Washington vedono che l’Ucraina non ce la fa più, un passo dopo l’altro, certo in una dinamica non lineare, con molte contraddizioni anche tra Stati Uniti e settori dell’Europa, si danno a Kiev prima i patriot, poi i carri armati più moderni, quindi i missili a media gettata, gli F-16, e cosi via in una spirale che può sfuggire di mano anche ai registi più o meno occulti, com’è avvenuto nelle due guerre mondiali.
Ciò che sta accadendo, sottintende una logica e un’aspirazione politica/economica che sono state espresse chiaramente l’altro ieri da Draghi: la Russia non deve vincere, perché se vince la Russia, l’Europa è finita. Lui dice: l’Europa è finita; in realtà il suo concetto potrebbe estendersi all’intero Occidente. Il blocco Stati Uniti-Europa-Giappone non può assolutamente permettere alla Russia di vincere la guerra. Crederlo possibile tifando per il concorrente più debole, è sognare ad occhi aperti: l’Ucraina non è l’Afghanistan, e il 2023 – quanto a esplosività delle contraddizioni nel sistema del capitalismo globale – non è comparabile al 2001. Non c’è alcun male minore per cui parteggiare. Tanto meno, secondo noi, c’è da tifare Russia perché, in un qualche modo, la Russia attuale sarebbe l’erede dell’Ottobre: in realtà Putin non cessa di sputare veleno contro i bolscevichi che, con Lenin, avrebbero addirittura inventato l’Ucraina dal nulla per un puro gioco di potere.
Che ci sia un certo numero di borghesi e di capitalisti, in Italia, in Europa e – ancor più – nei paesi emergenti, che veda di buon occhio l’indebolimento crescente degli Stati Uniti e della NATO, perché conta di trarne profitto, è comprensibile. In una logica di concorrenza tra interessi e poteri del capitale. Ma se gli operai e proletari pensano come i borghesi, da loro appendice, senza nessuna autonomia di pensiero e di azione, allora, fatemelo dire, pensano da schiavi! Da massa di manovra per gli interessi capitalistici e imperialistici, non molto diversamente da quelli che tifano per l’Ucraina, cioè per gli interessi dell’Italia imperialista e della NATO…
Noi crediamo, invece, che dobbiamo batterci per contrastare entrambi questi atteggiamenti, o sentimenti, largamente presenti tra i proletari, entrambi frutto di una perdita di autonomia, di un nazionalismo insieme illusorio e tragico. Batterci perché contro i due campi capitalisti-imperialisti si formi un nostro autonomo campo organizzato, impegnato lungo una linea internazionalista nella guerra alla loro guerra!
A scanso di equivoci, preciso che come lavoratori del SI Cobas e come movimento dei disoccupati 7 Novembre avete fatto in questi anni lotte di grande significato, anche sul fronte della propaganda contro la guerra. Siete stati in piazza il 3 dicembre, e diversi di voi c’erano anche il 16 di ottobre a Roma. Per noi della Tir, il vostro impegno e sciopero in solidarietà con i lavoratori francesi è stato un segnale internazionalista di grande significato. Così come alcune iniziative di propaganda del Movimento 7 Novembre proprio sul tema guerra sono state esemplari.
Quindi, quando parlo delle insufficiente e dei ritardi, non parlo certamente in primo luogo a voi,. Ma parlo anche a voi perché dobbiamo trovare, insieme, il modo di arrivare a tanti lavoratori, italiani anzitutto ma anche immigrati, per scuoterli dalla loro passività usando argomenti forti che smentiscano con i fatti la propaganda di governo e contrastino l’infantilismo politico in cui la classe lavoratrice giace ora, la sua cecità davanti al corso catastrofico verso il quale i poteri forti del capitale ci stanno portando.
Ciò che abbiano fatto finora, spesso insieme, non è sufficiente. Non è sufficiente in rapporto alla capacità di realizzare l’obbiettivo politico che ci siamo dati: fermare questa guerra, fermare la corsa alla guerra mondiale. Non si tratta, infatti, di testimoniare che noi siamo contro la guerra. Vogliamo e dobbiamo organizzarci per fermarla! Perché la dinamica di questa guerra ogni giorno che passa ci presenta un’accumulazione di scenari di crescente carattere apocalittico: massacri, devastazioni ambientali, inneschi di nuovi conflitti bellici, etc.
Siamo tra i pochi che non sono rimasti fermi a guardare. Ma non possiamo sentirci soddisfatti di quello che abbiamo fatto finora. Con gli altri organizzatori, abbiamo voluto questa assemblea per dare maggiore slancio ad un’opposizione politica autonoma, di classe, internazionalista, che salga di scala e si allarghi enormemente… Proletari di tutti i paesi, uniamoci!
