
In un’Italia ammalata cronica di provincialismo e più di recente in preda ad una febbre da cavallo “sovranista” dall’estrema destra all’estrema sinistra, gli scioperi internazionali non fanno notizia, scivolano come acqua sul marmo. Ce ne sono stati di recente di importanti contro Amazon e contro Ryanair, ma crediamo sia almeno altrettanto importante, se non di più, quello scoppiato pochi giorni fa contro Google.
Lo segnaliamo attraverso una nota di Dan La Botz, che riprendiamo dal sito “The Bullet”. In questa nota c’è qualche accento trionfalistico, non c’è dubbio, anche se non mancano degli opportuni interrogativi, finanche quello più radicale sul se questi lavoratori/lavoratrici si sentano o meno parte del movimento generale dei lavoratori. Ma comunque, meglio qualche eccesso di euforia che lo stolto silenzio e l’indifferenza che regnano anche tra molti militanti.
Uno sciopero interamente auto-organizzato dal basso (in Google, come in genere nelle aziende di ultima generazione dell’hi-tech, non ci sono organismi sindacali); uno sciopero che va dall’Asia, da Singapore e Hyderabad, fino alla Silicon Valley passando per Dublino, Londra, Berlino e Zurigo (unica eccezione l’Italia), meriterebbe una menzione e un’attenzione speciali solo per queste circostanze. A maggior ragione, poi, per aver preso a suo bersaglio il management di una delle aziende globali più potenti del mondo, mettendone a nudo l’ipocrisia e il maschilismo (“noi abbiamo standard di comportamento elevati”… si vede!). E mettendo in chiaro che non ci sono uno, due, tre diversi tipi di capitalismo, e il più nuovo è preferibile agli altri perché più “civile”, ma c’è uno ed un solo tipo di capitalismo, di rapporto tra capitale e lavoro salariato, fatto sempre e comunque di sfruttamento e di oppressione di classe, di genere, di “razza” (anche se con un’ovvia differenziazione di forme).
Meriti non da poco. O forse quello di Google è da considerarsi uno sciopero di scarsa importanza perché invece di rivendicare un aumento dei salari, ha rivendicato il rispetto delle donne? O perché ne sono stati protagonisti lavoratori salariati privilegiati?
Se così fosse, e là dove così è, siamo messi molto male.
Perché l’incorporazione incondizionata del rispetto verso le donne e la piena eguaglianza dei diritti tra lavoratori e lavoratrici (come quello tra lavoratori autoctoni e immigrati) dev’essere e sarà un elemento di primo piano della rinascita del movimento proletario. E perché la scesa in campo di settori di lavoratori ad alta qualificazione – specie nel campo dell’hi-tech – sarà un fattore di forza della futura riesplosione generalizzata dello scontro di classe, non un fattore di debolezza. Nel caso specifico dei dipendenti di Google, poi, vanno citate altre due recenti agitazioni significative: l’una riguardante i rapporti tra l’azienda e il Pentagono, l’altra riguardante l’accettazione, da parte dell’azienda, della censura di stato cinese.
Va sottolineato, poi, che le promotrici e i promotori di questo sciopero hanno esteso le loro richieste (questo La Botz colpevolmente lo tace) anche al mondo dei sub-appalti (il personale delle pulizie, delle mense, della vigilanza), dove – lo sa perfino Rampini di Repubblica – “la piaga delle molestie sessuali con ogni probabilità è più estesa e ancor meno denunciata, perché le donne hanno meno forza e meno potere contrattuale in quelle fasce sociali”.
Lo stesso giornalista scrive:
“La Silicon Valley è la terra delle scoperte, ma questa ancora mancava: la lotta di classe. In un mondo dove i sindacati non hanno mai messo piede, fa scalpore la protesta dei dipendenti di Google” perché è avvenuta in una zona degli Stati Uniti “segnata da una pace sociale assoluta, figlia di una cultura che associa valori progressivi e iper-individualismo”.
Sì, occhio alla “altra America”!, quella di Black Lives Matter, di Non-una-di-meno, dei primi scioperi nelle imprese-mito dell’hi-tech: ci riserverà ancora belle sorprese.
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Dan La Botz, The Bullet, 5 novembre 2018
Migliaia di dipendenti di Google negli Stati Uniti e in tutto il mondo hanno lasciato il lavoro il 1° novembre “per protestare contro le molestie sessuali, i cattivi comportamenti, la mancanza di trasparenza e un posto di lavoro che non va bene per tutti”. In tutto il mondo il movimento ha chiuso gli uffici di Google da Mountain View, in California, a Boulder e New York, così come a Londra, Dublino, Zurigo e Berlino.
I cartelli sui cartelli o sui muri recitano “Non comportarti male” o “Il tempo è scaduto, Tech”. Una donna ha scritto: “La mia indignazione non può essere contenuta in questo cartello”. Quasi ovunque i lavoratori hanno organizzato brevi manifestazioni in cui le donne hanno letto le richieste del movimento. Guardando le molte foto e i video degli scioperi e delle assemblee, oltre a leggere i commenti dei lavoratori di Google, risulta chiaro che si è trattato di un movimento di massa della classe lavoratrice.
Lo sciopero, che è durato parecchie ore in molti luoghi, rappresenta una delle più grandi iniziative internazionali dei lavoratori nella storia del lavoro moderna. Negli ultimi decenni raramente i lavoratori sindacalizzati o non sindacalizzati sono stati impegnati in un’azione globale e capace di attraversare le frontiere come questa. Si tratta anche della più grande azione dei lavoratori del settore hi-tech negli Stati Uniti da quando questa industria è nata qualche decennio fa. Ed è una delle più significative espressioni del movimento #MeToo sul posto di lavoro. Il carattere internazionale della protesta a Google, il fatto che si tratti di tecnici altamente qualificati e di una lotta per le donne, rende questo evento di enorme importanza per il movimento operaio.
I lavoratori di Google hanno realizzato uno sciopero riuscito e hanno creato un’unione – anche se non ancora un vero e proprio sindacato. I lavoratori di Google riconosceranno questa loro azione come parte del movimento operaio? E il movimento sindacale degli Stati Uniti sarà in grado di abbracciare i lavoratori di Google senza soffocarli o strangolarli nelle maglie della loro burocrazia e del loro conservatorismo? Comunque vadano le cose, abbiamo avuto una dimostrazione di un movimento di massa di lavoratori/trici dall’enorme potenziale.
Accesi dalla rabbia per le politiche dell’azienda
Le proteste sono state accese da un’indagine del New York Times sulla gestione dei casi di cattiva condotta sessuale da parte di Google. Il Times ha riferito che dopo che il management di Google ha avuto conoscenza di accuse credibili di molestie sessuali da parte di Andy Rubin, lo sviluppatore del telefono Android – incluso un caso di sesso orale forzato -, costui ha lasciato l’azienda con un accordo da 90 milioni di dollari. Rubin nega le accuse. Le lavoratrici di Google, molte indignate e alcune furiose per questi rapporti, affiancate dai loro colleghi maschi, hanno iniziato ad organizzarsi sul problema, e hanno chiamato allo sciopero.
Queste le richieste dei lavoratori e delle lavoratrici di Google:
- la fine dell’arbitrato forzato per i casi di molestie e di discriminazione; l’impegno a porre fine alla diseguaglianza dei salari e delle opportunità tra uomini e donne;
- un rapporto pubblico sulle molestie sessuali (in azienda) secondo il principio di trasparenza;
- un chiaro procedimento interno per poter denunciare la cattiva condotta sessuale in modo sicuro e anonimo;
- il Chief Diversity Officer deve riferire direttamente all’amministratore delegato e formulare raccomandazioni al consiglio di amministrazione;
- un rappresentante dei dipendenti deve entrare nel consiglio di amministrazione di Google.
La risposta dell’azienda
Sundar Pichai, amministratore delegato di Google, ha cercato di identificare se stesso e la società con lo sciopero. Parlando per web conference alla DealBook Conference di New York, Pichai ha dichiarato: “Ovviamente è stato un momento difficile. C’è rabbia e frustrazione in azienda. Lo sentiamo tutti. Lo sento anche io. In Google abbiamo uno standard elevato e non siamo stati all’altezza delle nostre aspettative.”
Pichai ha tentato di deviare la rabbia per l’accordo concluso con Rubin nel 2014 sostenendo che da allora la società ha inferto dei colpi duri. Nella sua conferenza, Pichai ha insistito sul fatto che da quando Rubin ha lasciato l’azienda nel 2014, Google ha preso misure per contrastare la cattiva condotta sessuale. “Lasciatemi essere chiaro: questi incidenti sono di qualche anno fa. Come azienda abbiamo sempre, ed è stato importante per me … abbiamo tracciato una linea dura con un comportamento appropriato “, ha detto. E ha fatto riferimento a 48 dipendenti licenziati dopo accuse di cattiva condotta sessuale, tra cui 13 dirigenti. “Ma”, ha ammesso, “momenti come questo mostrano che non abbiamo sempre fatto bene”.
Sembra improbabile che i lavoratori di Google siano rassicurati dalle parole di Pichai. Stanno chiedendo di avere una voce nella direzione dell’impresa, nuove politiche e niente più condotte prive di senso. In un sito di Google si possono sentire i manifestanti che cantano: “I diritti delle donne sono i diritti dei lavoratori”. I googler sono entrati nel movimento dei lavoratori. E speriamo che aiuteranno a cambiarlo.
[Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul sito Web di New Politics. Dan La Botz è il direttore di Mexican Labor News and Analysis, e con-direttore di New Politics.]
