Riceviamo dalla poetessa marocchina Zineb Saaid, e molto volentieri pubblichiamo. (Red.)
L’infanzia a Gaza
L’infanzia a Gaza
non sogna.
Cammina tra le macerie
come se cercasse il nome
di una strada che non esiste più.
Tiene la cartella stretta al petto
come si tiene
l’ultima fotografia di casa,
e corre
più veloce della morte,
per arrivare
prima del destino.
L’infanzia a Gaza
non cresce.
Si ferma all’altezza del pane mancante,
all’altezza dell’acqua che non arriva,
all’altezza del freddo
che entra nelle ossa
come una domanda senza risposta.
Muore di fame.
Muore di sete.
Muore di silenzio.
Muore sotto le pietre
che una volta erano muri,
e prima ancora
erano sogni.
Tra le sue dita
non nascono giocattoli,
ma fuoco,
rabbia,
attesa.
L’infanzia a Gaza
non piange.
Scrive il suo nome
sulla polvere,
e la polvere lo cancella
per salvarlo.
Impara presto
la lezione della terra:
chi cade
diventa radice.
E sussurra
con la voce di Hind Rajab:
«Zio…
ho paura».
Poi dorme.
Nel suo sonno
l’erba verde si tinge di rosso,
e il rosso diventa tempo,
e il tempo diventa vecchio.
Nel suo sonno
la madre piega i vestiti dei figli
come se dovessero tornare.
Riordina i sogni,
saluta la porta,
bacia il muro,
affida la chiave della casa
al figlio maggiore,
perché qualcuno
deve ricordare
dove abitava il sole.
E cammina
sui corpi dei suoi figli
senza smettere di essere madre,
per offrire alla patria
le sue trecce,
il suo latte,
il suo nome.
Nel suo sonno
l’erba gialla prende fuoco,
e il fuoco sveglia
il silenzio dei dormienti,
e il silenzio dice:
qui passava la vita.
L’infanzia a Gaza
non sogna.
Non cresce.
Non piange.
L’infanzia a Gaza
scrive un’epopea
con l’inchiostro del sangue,
con la pazienza dell’attesa,
con la voce
di chi non ha più voce.
L’infanzia a Gaza
è una bandiera senza vento,
una chiave senza porta,
una madre senza notte.
L’infanzia a Gaza
è eroismo
nel tempo dell’abbandono.
(Traduzione: Dalila Minacer)

