In un paese che digraziatamente abbonda di ciarlatani, l’opuscolo curato dai Giovani palestinesi d’Italia “Made in Italy per l’industria del genocidio: esportazioni militari ed energetiche per Israele” è una lezione di serietà (*).
Ricostruisce infatti rigorosamente la fittissima trama di rapporti che legano l’industria bellica e petrolifera italiana, il governo, l’esercito e lo stato italiano, alla macchina coloniale di sterminio e di distruzione che si è data il nome di Israele.
La ricostruzione mette capo alla seguente conclusione: “almeno 416 spedizioni legate a materiale militare e oltre 224 chilotonnellate di carburante originati in Italia sono stati consegnati a Israele dall’ottobre 2023. Questi trasferimenti sono proseguiti nonostante le ripetute dichiarazioni del Governo italiano secondo cui le esportazioni di armi verso Israele sarebbero state sospese o limitate”.
La conclusione (utilmente premessa all’analisi) arriva al termine di un’indicazione dettagliata del commercio militare tra Italia e Israele. Che ha tre differenti canali: i trasferimenti diretti dall’Italia a Israele (su cui si concentra l’opuscolo), i trasferimenti indiretti attraverso paesi terzi (gli Stati Uniti, ad esempio), le importazioni italiane di tecnologia ed equipaggiamenti militari da Israele.
Le imprese israeliane beneficiarie sono i colossi dell’industria di morte sionista: Elbit Sustems, Rafael, Israel Aerospace Industries (IAI), Orion Advanced Systems.
Le imprese italiane esportatrici sono anzitutto il colosso Leonardo s.p.a., una delle imprese leader a livello europeo e mondiale nei settori difesa e areospazio – che totalizza da solo oltre 150 spedizioni nel 2024-2025. E poi una molteplicità di imprese elettroniche, meccaniche, metalmeccaniche, elettromeccaniche, siderurgiche, fornitrici di sistemi ottici, dell’aerospazio, del settore sicurezza, fornitrici di servizi di alta tecnologia, di ingegneristica, marittimi.
Alcuni nomi in un elenco, molto probabilmente, incompleto: Banten, Marina Della Foce, Eligio Re Fraschini, Fireco, Losi, Secondo Mona, SAATI, Soliani Emc, Tattile, Tecnottica Consonni, Valforge, SAES Getters, Gamco International, CIT Composite Materials, TESI, Telespazio, Almaviva, Cyberdife, D. Marchiori, Elettronica, Sicamb, Techno Design, XENTA Systems, Glenair Italia, Hidromec, Lombardini, Breton, TS2 Engineering, Snap-on Tools Italia.
Ma ci sono anche forniture che provengono direttamente dalle strutture militari italiane: dall’Aeronautica militare, dalla base aerea di Amendola, dalla polizia di stato.
La Lombardia, il Lazio, la Toscana, l’Emilia-Romagna, le regioni in cui sono maggiormente concentrate le aziende fornitrici. I nodi logistici principali sono gli aeroporti di Roma Fiumicino e Milano Malpensa, i porti di Genova e Ravenna, poi Venezia, Salerno, Taranto…
Le forniture di componenti tecniche ed elettroniche specializzate, pannelli di controllo, tessuti speciali, etc., dall’Italia sono state cruciali per i bombardieri F-15, i caccia che hanno martirizzato i palestinesi di Gaza (e non solo). Così come lo sono state le forniture di petrolio greggio e gasolio, dirette ai porti di Haifa, Ashdot e Ashkelon – spesso con modalità “clandestine, nascoste tramite navi che disattivano o manipolano i propri localizzatori AIS”.
Giustamente il testo sottolinea che “il diesel ha un ruolo strutturale e necessario per il mantenimento della capacità operativa militare di Israele” perché “alimenta gran parte dei mezzi di trasporto terrestri e delle infrastrutture logistiche, tra cui veicoli blindati, autocarri pesanti, attrezzature di ingegneria, autocisterne e generatori elettrici che sostengono le operazioni militari” – i carri armati Merkava, utilizzati nei massacri a Gaza; i mezzi corazzati da trasporto truppe Namer 1500 ed Eitan, anch’essi ampiamente impiegati nel genocidio di Gaza; i bulldozer D9 utilizzati nella sistematica demolizione di case e infrastrutture palestinesi; i camion Oshkosh, “utilizzati per trasportare palestinesi rapiti, spogliati e bendati”.
L’importanza del commercio militare ed energetico dall’Italia a Israele – già di per sé enorme in quantità, dal momento che l’Italia è il terzo fornitore di armi e sistemi d’armi per Israele, dopo Stati Uniti e Germania – si misura anche con un altro criterio: il suo “carattere circolare“. Infatti le forniture non si limitano a supportare direttamente la macchina genocidaria dell’IDF; la supportano anche indirettamente perché alimentano quel complesso militare-industriale che è sempre più il perno fondamentale, il pilastro portante di tutta l’economia sionista, ed in particolare delle sue esportazioni. Se è vero che Israele si spaccia nel mondo come la “Sylicon Valley dell’Asia occidentale”, la sua capacità di esportazione è legata alla possibilità di “collaudare sul campo”, cioè sui bambini, le donne, gli anziani, i resistenti in armi palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, l’efficienza della sua produzione di morte. Tutto ciò che alimenta le operazioni-massacro dell’IDF alimenta al contempo l’industria bellica sionista, che a sua volta rafforza l’economia israeliana, per altri versi sempre più in difficoltà, consentendole di continuare a rifornire la macchina genocidaria.
L’Italia, dunque, con le imprese del made in Italy e le istituzioni dello stato, è totalmente complice nel genocidio.
Il primo, grande pregio di questa indagine è quello di demolire le ipocrite rassicurazioni di Meloni, Crosetto, Taiani sulla sospensione o la limitazione delle forniture di armi ad Israele. Nulla di tutto ciò!
Anzi, se si andasse ad indagare fino in fondo sulle catene di approvvigionamento di Leonardo dagli Stati Uniti all’esercito israeliano (l’opuscolo fa solo degli accenni), si scoprirebbe quasi certamente che è superiore a quanto finora emerso. E il massimo azionista di Leonardo (30,2% delle azioni), mai dimenticarlo, è quello stato italiano che con il suo presidente è in grado di battere ogni record di bugiarda demagogia “pacifista”.
La parte meno interessante, o francamente debole, dell’opuscolo è quella giuridica, che è double face: perché, se è vero che fa carta straccia della retorica di stato sul diritto internazionale, sul rispetto dell’art. 11 della Costituzione del 1948, della normativa italiana, europea e internazionale in materia di esportazione degli armamenti; dall’altro lato prende forse un po’ troppo sul serio questo insieme di norme che nei fatti non hanno mai vincolato nessuno stato, sia firmatario delle stesse (o addirittura autore), sia – a maggior ragione – non firmatario.
Importanti, invece, le conclusioni politiche che ci sembra utile riportare perché la denuncia è centrata, come di rado accade, sul primo nemico che è “in casa nostra”. Invece di riciclare le solite lagne a sfondo nazionalista sulla criminalità degli “altri”, Stati Uniti, NATO, UE, Israele, di cui l’Italia avrebbe, fondamentalmente, il solo torto di agire da “colonia”, i/le GPI vanno diritto al punto:
«Oggi l’Italia agisce come un hub logistico all’interno di un più vasto sistema militare ed economico che arma, rifornisce e protegge l’economia di guerra israeliana. (…) Il sostegno dell’Italia non è né accidentale né neutrale. (…) È un sostegno materiale al genocidio e a una più ampia guerra regionale. Continuare questi traffici significa rimanere complici nell’eliminazione sistematica del popolo palestinese e degli attacchi aggressivi di Israele in Cisgiordania, in Iran e in tutta la regione. Contro questa complicità vanno intraprese azioni concrete».
Il riferimento è alle manifestazioni di settembre-novembre scorso con il loro “ampio sostegno ai blocchi contro l’industria del genocidio” e al fatto che “questo sistema è vulnerabile laddove dipende dai lavoratori” – un chiodo, il necessario coinvolgimento della classe lavoratrice dei porti, dei magazzini, delle ferrovie, delle fabbriche, su cui insistiamo dal primo giorno, e su cui ci siamo impegnati dal primo giorno, dentro SI Cobas, CUB e oltre. Tanto più condividiamo l’appello alla dimensione internazionale, e perciò internazionalista, dell’azione di lotta da sviluppare per danneggiare la macchina bellica sionista.
I cinque obiettivi specifici indicati sono:
1)l’embargo bilaterale totale sulle armi verso e da Israele;
2)l’annullamento di tutti i permessi di esportazione e gli accordi di assistenza tecnica;
3)l’interruzione di forniture di petrolio greggio e gasolio per l’esercito israeliano;
4)il controllo trasparente su tutti i transiti e le esportazioni dual use che passano per i porti e gli areoporti italiani;
5)l’immediata cancellazione del memorandum militare Italia-Israele del 1995.
Sono obiettivi che condividiamo, e che potremo imporre solo con un forte rilancio del movimento di sostegno alla resistenza del popolo palestinese, e il suo maggiore radicamento nella classe lavoratrice. Perché la possibilità di un vero “controllo trasparente” su questi traffici di morte dipende esclusivamente dalla messa in atto di un controllo proletario su di esso. Obiettivi e temi che dovranno essere centrali nello sciopero del sindacalismo di base del prossimo 29 maggio, che ci auguriamo sia davvero unitario e riesca a coinvolgere anche settori di lavoratori e lavoratrici iscritti alla CGIL.
(*) Giorni fa è stato presentato a Marghera da una compagna ed un compagno dei GPI in un intenso incontro organizzato dal Comitato permanente contro le guerre e il razzismo, in cui ci sono stati interventi del SI Cobas, Docenti per Gaza, Ferrovieri contro la guerra, Rete Libere/i di lottare, con le conclusioni di un compagno della TIR.

