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Sul 31 gennaio a Torino. Un po’ di documentazione (R. Rapisardi, Infoaut), e due note di commento

Il governo Meloni cerca da tempo, in tutti i modi e con ogni pretesto, di innalzare il livello della repressione statale contro ogni forma di conflittualità sociale, agendo sempre più in una logica di prevenzione dei conflitti. Ed è esattamente quello che sta facendo con la massima determinazione dopo la riuscita manifestazione del 31 gennaio a Torino chiamata in solidarietà al centro sociale Askatasuna.

Data l’ampiezza del malessere sociale, il governo e gli apparati dello stato vedono in ogni conflitto il possibile innesco di uno scontro di classe generalizzato che sono riusciti finora ad evitare, con la decisiva collaborazione della finta opposizione di centro-sinistra. Ne abbiamo parlato più volte, marcando come il cammino allo stato di polizia così tracciato – cominciato ben prima del governo Meloni con una serie di pacchetti e decreti sicurezza apprestati dai governi di ogni colore – è un prodotto della corsa verso il riarmo ed una nuova guerra globale.

Un aspetto di questa politica è l’attacco ai centri sociali.

Dopo lo sgombero, nell’agosto scorso, del più inoffensivo dei centri sociali, il Leoncavallo di Milano, il governo delle destre è passato alla chiusura, il 18 dicembre scorso, dell”Askatasuna di Torino – un’azione preceduta e accompagnata dai commenti di tutta la stampa forcaiola, tesi a dipingere le compagne e i compagni di questo centro sociale come pericolosi criminali che attentano alla altrimenti meravigliosa “vita democratica”. Questo, nonostante lo stesso centro sociale avesse concluso un patto di “cogestione” con il comune di Torino, sulla base del riconoscimento istituzionale di attività socialmente utili svolta da Askatasuna – un riconoscimento scontato per la popolazione del quartiere (e non solo).

[Notiamo en passant che nello stesso tempo l’attività di Casapound, incluse le manifestazioni in divisa, militarmente allineati e quant’altro, vengono definite e protette come pacifiche esternazioni di pensiero. La loro occupazione immobiliare, compresi i lavori di edilizia in stile fascista, viene scorporata e catalogata da Piantedosi, il ministro dell’interno voluto da Mattarella, come mera occupazione abusiva al pari di quelle dei proletari senza casa.]

La manifestazione nazionale di sabato 31 convocata in solidarietà al centro sociale chiuso e alle sue/suoi militanti è ora usata dalle destre per incrudire ulteriormente la repressione statale contro le resistenze e le lotte in corso e, soprattutto, quelle a venire. Da giorni i mass media di regime – con una larga convergenza tra le forze della destra e la falsa opposizione di centro-sinistra – stanno spacciando come dei tarantolati la narrazione di una giornata di violentissimi scontri di massa, con tentativi di uccidere agenti di polizia da parte di almeno un migliaio di manifestanti. 

Mentre i 4 (leggi: quattro, uno due tre quattro) agenti ricoverati sono stati tutti dimessi in 24 ore o poco più, suona ridicola l’affermazione della Meloni che a Torino il 31 sarebbe stato gravemente colpito addirittura lo stato in quanto tale (!). Un’affermazione intenzionalmente falsa che serve, però, ad invocare “l’urgenza di ricorrere a nuovi e più forti strumenti per sconfiggere i violenti e i delinquenti che si nascondono dietro i movimenti e il diritto di manifestare” (Piantedosi).

Questa narrazione è riuscita, in larga parte, ad oscurare agli occhi del grande pubblico un’ampia, rilevante manifestazione di qualche decina di migliaia di dimostranti, con una forte composizione giovanile, uniti dalla protesta per la chiusura del centro sociale Askatasuna, dalla volontà di difendere gli spazi sociali e di opporsi al riarmo e alla corsa alla guerra, e incoraggiati dall’importante movimento anti-ICE partito da Minneapolis e dal persistente moto di solidarietà internazionale al popolo e alla resistenza palestinese.

Per questo, come prima cosa – per smontare la narrazione di regime – ci sembra utile socializzare anche noi la testimonianza della giornalista free lance Rita Rapisardi presente sui luoghi degli scontri (assai circoscritti, peraltro) e l’insieme dei frammenti video e il Dossier che la redazione di Infoaut ha pubblicato per dare conto dell’intervento violento e arbitrario delle “forze dell’ordine”, che recitano ora la parte delle vittime.

È il caso di ricordare che, da sempre, l’azione delle “forze dell’ordine” nei cortei, nelle proteste, nelle lotte, è quella di reprimere, di aggredire i proletari che picchettano pacificamente i magazzini della logistica come gli studenti che lottano contro la militarizzazione della scuola, di caricare gli operai dell’Ilva quando si muovono con decisione a difesa del loro posto di lavoro, così come è avvenuto tante volte al movimento dei disoccupati a Napoli nella sua lotta per un lavoro sicuro e dignitoso. Se un calcio ad un poliziotto è tentato omicidio, di quanti tentati omicidi sono vittima i proletari che cercano di combattere sfruttamento, disoccupazione, precarietà sociale?

Ma è esattamente a sancire per legge il libero, illimitato, non punibile, esercizio della violenza di stato contro le lotte che punta ora il governo Meloni con lo scudo penale per le forze della repressione. Punta al contempo ad intralciare l’organizzazione dei cortei e delle lotte con il varo del fascistissimo fermo di polizia preventivo dei “sospetti”. Inutile dire che Salvini, pressato dallo scissionista Vannacci, vorrebbe andare oltre, e ripropone l’infame misura del “deposito cauzionale” a carico di chi organizza le manifestazioni, da tempo uno dei suoi cavalli di battaglia. Il governo, pensando di poter fare cappotto, chiama anche la “opposizione” di centro-sinistra, così sollecita nella condanna dei “manifestanti violenti”, a varare la nuova stretta repressiva di buon accordo bipartisan.

Quanto alla manifestazione del 31, al di là della sua chiara riuscita in termini di partecipazione, ci limitiamo, in vista del futuro che ci attende, ad osservare questo: se vogliamo battere nelle piazze il governo Meloni, se vogliamo metterci di traverso alla sua macchina repressiva sempre più aggressiva, alle sue decisioni di spesa sempre più esplicitamente belliciste e anti-sociali, alle nuove normative pro-sionismo, è indispensabile moltiplicare gli sforzi in direzione del proletariato di immigrazione e del proletariato industriale che anche questa volta è rimasto a Torino, nella sua stragrande maggioranza, in disparte.

Abbiamo già sperimentato che questo sforzo può dare risultati nel movimento per la Palestina, partito da (almeno relativamente) piccoli numeri e poi cresciuto nel tempo, grazie anche alla testarda forza delle avanguardie più convinte di dover lavorare in questa direzione, per esplodere addirittura con gli scioperi generali di lavoratori e lavoratrici nelle settimane dal 22 settembre al 3 ottobre, e con un almeno iniziale coinvolgimento sia del proletariato immigrato che di quello industriale, in particolare grazie ad un nuovo protagonismo di massa giovanile.

L’abbiamo sperimentato, su scala di massa di gran lunga inferiore, anche nella battaglia contro il DDL-manganello, un terreno – però – su cui il coinvolgimento di questi settori è stato assai più esiguo. In ogni caso, anche nella denuncia e nella lotta contro le nuove misure spezza-dimostrazioni, contro lo scudo penale alle forze di polizia, contro le multe strangolatorie agli organizzatori delle manifestazioni, contro i DDL Romeo, Gasparri, Del Rio che equiparano vilmente l’antisionismo all’antisemitismo per stroncare il moto di solidarietà e sostegno al popolo palestinese e alla sua resistenza; se non ci interessa la mera testimonianza di esserci nel senso di essere vivi, di farci mera propaganda; se ci interessa invece ottenere concreti risultati schierando forze in campo sempre più ampie, la via da battere è obbligata. (Red.)

La testimonianza di Rita Rapisardi 

Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.

La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione. 

Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi. 

Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.

In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. 

A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. 

Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). 

Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno. 

Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”. 

Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce. 

Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, quello lo facciamo di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli, o nei commenti.

La controinformazione di Infoaut

https://www.facebook.com/infoaut.org

Abbiamo raccolto una serie di frammenti video che restituiscono il modo in cui il governo affronta il conflitto sociale: uso della violenza da parte delle forze dell’ordine, repressione e gestione dell’ordine pubblico in cui il sopruso e l’abuso sono la prassi. Senza dover commentare con grandi analisi il significato di violenza, uso della forza, conflitto, lasciamo alle immagini la capacità di spiegazione.

Il materiale raccolto è si trova nell’articolo su infoaut.org, contattaci nei dm per inviare media e testimonianze!

https://infoaut.org/approfondimenti/dossier-il-vero-volto-del-governo-nella-gestione-dellordine

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