Il 12 e il 14 novembre il mondo della formazione ha inviato un messaggio politico chiaro al governo Meloni: conosciamo il fine delle riforme nella scuola e nell’università e dichiariamo agitazione permanente per condizioni di studio/lavoro libere dalla guerra e della logica del profitto. Come? Bloccando i posti in cui normalmente si studia e si lavora.
La conoscenza – quando è critica – è un’arma potentissima. Lo è stata e lo è, quando direzionata verso un uso diverso da quello oggi imposto dal rapporto sociale di capitale e dalle forme culturali che questo rapporto veicola. All’interno di un certo dibattito marxisteggiante (ma non certo marxista) ci si è domandati a lungo come potesse svilupparsi un pensiero autonomo dal modo di produzione capitalistico (autonomo soprattutto dall’ideologia borghese che tutto mistifica) se il capitale procede in avanti inglobando tutto a sé, anche sul piano del diritto e dell’ideologia, senza lasciare spazio alcuno allo sviluppo di un pensiero critico. Senonché il capitale non è l’unica forza sociale presente nella società capitalistica, essendoci anche (almeno) un’altra forza sociale, dall’umore alquanto… variabile, nota come forza-lavoro. Sicché, come sta accadendo più spesso di qualche anno fa, lo scioglimento del citato rompicapo (del tutto teoretico, nato in menti a-dialettiche) proviene da chi è immerso nella produzione di conoscenza, come lavoratore/trice o come studente/ssa, e vuole riappropriarsene, per fare della formazione e del sapere un uso diverso da quello imposto dalla classe dominante, a fini realmente e genuinamente sociali. Il che, nella congiuntura storica attuale, significa anzitutto questo: la scuola e l’università devono uscire dalla guerra, dai suoi apparati e meccanismi. In questa affermazione che può sembrare anche spontanea o ingenua, si cela un messaggio politico di classe, chiaro e unitario: dalla formazione a ogni settore della società ogni merce prodotta (materiale e immateriale che sia) è finalizzata all’economia di guerra, bisogna bloccarne la produzione per praticare l’uscita dalla guerra! Lo sciopero è perciò uno strumento di lotta cruciale da declinare in ogni settore della società! E allora che sciopero sia!
Nella giornata di mobilitazione nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici precari della ricerca – 12 novembre – e nella giornata del 14 novembre di sciopero studentesco convocata dall’Unione degli Studenti, Link e Rete della Conoscenza – la scuola e l’università hanno svolto una pratica di lotta critico-politica, bloccando e manifestando per un programma che parte dall’opposizione alle riforme Valditara (scuola), all’emendamento Occhiuto-Cattaneo al DL 45 e al DDL 1518 (università) per arrivare all’opposizione all’attuale proposta di Legge di bilancio, inquadrata come finanziaria politica direttamente inserita in un programma di corsa al riarmo.

Napoli, Università Federico II
La giornata di lotta del 12 novembre
Nel giorno 12 novembre precarie e precari della ricerca di circa 20 Atenei, riuniti nel coordinamento delle Assemblee Precarie Universitarie, hanno convocato una giornata di mobilitazione nazionale CONTRO ESPULSIONI, GUERRA E PRECARIATO. Già all’inizio del mese di novembre era stato dichiarato lo stato di agitazione permanente contro l’università in guerra, per una stabilizzazione e un percorso di reclutamento chiaro di chi lavora in università, per un contratto sottoposto a contrattazione collettiva nazionale, per l’aumento del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) e l’eliminazione di accordi con enti privati considerati finanziatori privilegiati – “donators” – come Leonardo, Med-Or ed Eni, e la loro ingerenza nell’uso e nel contenuto di progetti di ricerca e della didattica.
Come affermano le assemblee precarie: con la fine dei fondi PNRR, il taglio del FFO – che si proclama aumentato, ma che rispetto al 2023 resta drasticamente minore e non adeguato all’inflazione, con una contrazione di 178 milioni, né equamente distribuito tra gli atenei – e l’introduzione di forme contrattuali o al ribasso (incarico di ricerca) o troppo costose (incarico post-doc) previste dall’emendamento Occhiuto-Cattaneo, si prevedono circa 20.000 espulsioni dall’università pubblica in Italia. Un’espulsione targata “guerra”.
Cosa è accaduto allora? Il 12 novembre in circa 20 Atenei i coordinamenti locali di lavoratrici e lavoratori hanno realizzato azioni di vario tipo: blocco di dipartimento, interruzione dei corsi, “blitz” all’interno degli Open Day universitari (come nel caso dell’assemblea precaria di Napoli o del coordinamento CoRDA di Padova), occupazione di poli (assemblea precaria di Pisa). Queste azioni sono state realizzate soprattutto da precarie e precari che hanno “strappato” la propria assenza lavorativa, non possedendo diritto di sciopero, e sono state seguite da assemblee di tutte le categorie del lavoro universitario dipendente (dal personale tecnico amministrativo, ai lavoratori esternalizzati e in appalto, ai cosiddetti strutturati e agli studenti) per immaginare una piattaforma rivendicativa comune che veda nella richiesta del contratto nazionale un terreno unitario di lotta per le diverse categorie, e nell’opposizione al taglio al FFO, all’entrata di aziende belliche e alla stretta autoritaria nei processi di governance dell’università un terremo di ampliamento della lotta. L’opposizione al riarmo generalizzato previsto dal dislocamento di fondi promosso dalla Legge di Bilancio, dev’essere invece un terreno di ricomposizione intercategoriale: anche le università devono essere bloccate il 28 novembre, giornata di sciopero generale contro la finanziaria, contro la guerra, per la Palestina!
A partire dal 12 maggio 2025 in cui per la prima volta le APU hanno convocato lo sciopero del lavoro precario con copertura di alcuni sindacati – che anche nel caso del 12 novembre hanno aderito e/o sostenuto la giornata con sforzi e pratiche differenti (FLC, CUB, SI Cobas, Adl Cobas, Clap) – la riappropriazione dello sciopero ha svolto una funzione centrale nella lotta precaria. Le pratiche di sciopero sono la sfida fondamentale per una categoria (come quella del lavoro di ricerca) che non presenta orario di lavoro, ferie, malattie, tfr, né tantomeno il diritto di sciopero e di iscrizione al sindacato. Una pratica necessaria che pone la relazione tra mobilitazione di categoria e necessità di ampliamento agli altri comparti universitari dentro una politicizzazione di questa battaglia: blocchiamo tutto in tutti i settori, sdoganiamo lo sciopero in questi settori considerati non sindacalizzabili!
Riportiamo qui parte del comunicato stampa delle APU https://linktr.ee/assembleeprecarieuniversitarie?fbclid=PAb21jcAOFRaZleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZA81NjcwNjczNDMzNTI0MjcIY2FsbHNpdGUCMTUAAafGFXuj8eqc_Eau8B23QasX5VLTQLznVc4WpSKGRk8VlSMIICjVBzLY1xGQMQ_aem_TLMXNWwsdvGJmclAW9TU-Q:
«Se l’università produce e riproduce scienza e merci, allora può e deve essere bloccata come ogni luogo di produzione. Questa è la sfida complessa che ci si pone dinanzi, perché lo strumento del blocco e dello sciopero non sia evocato come semplice formalità, ma si pratichi concretamente. Per farlo è necessario riappropriarci dei nostri luoghi di lavoro e di produzione del sapere; per farlo, ancora una volta vogliamo mobilitarci insieme. Solo in tal modo anche il funzionamento ordinario dell’università potrà essere messo in discussione. Denunciare il più grande attacco generalizzato e strutturale all’università pubblica, la più grande espulsione di lavoratrici e lavoratori degli ultimi venti anni, non è in contraddizione con l’opposizione all’ingresso di sponsor bellici e sionisti nell’università, anzi. La militarizzazione dell’università è la risposta che l’attuale governo sta fornendo rispetto al taglio del FFO che esso stesso ha promosso.
«Non vogliamo lavorare per la guerra, non vogliamo porre le nostre competenze al servizio di fabbriche di morte come la Leonardo e di progetti di sterminio come la Med-Or.
«Se infatti in questi mesi come lavoratorɜ precariɜ abbiamo imparato a riappropriarci dello sciopero come strumento di rivendicazione dei nostri diritti, da adesso convochiamo uno stato di agitazione permanente delle università che durerà fintanto che dureranno l’attacco all’università e la riconversione bellica dell’economia. Parteciperemo alle occupazioni, convocheremo assemblee dellɜ lavoratorɜ della ricerca e non, anche in orario di lavoro, interromperemo la didattica. Lo faremo ancora una volta insieme, con tutte le categorie precarie e sfruttate che lavorano nelle università, dal personale tecnico-amministrativo a quello esternalizzato che lavora nelle attività multi-servizi, con la comunità studentesca e con chi tra il personale docente è solidale alla nostra lotta, perché le università sanno da che parte stare. […]
«Chiediamo:
1) il blocco immediato delle espulsioni con un piano di stabilizzazione straordinario e l’introduzione di un reclutamento ordinario e ciclico per chiunque lavori con un contratto precario, attraverso il raddoppio del FFO;
2) salari e contratti dignitosi, percorsi accessibili verso il pieno inserimento lavorativo, libertà di ricerca e un’università finanziata e accessibile a tutte e tutti;
3) l’espulsione immediata dall’università degli enti che finanziano la guerra e il genocidio palestinese.
«Non staremo a guardare mentre le università vengono asservite all’economia di guerra; non staremo a guardare mentre il nostro futuro viene stracciato; non staremo a guardare mentre noi e lɜ nostrɜ colleghɜ veniamo espulsɜ dai nostri luoghi di lavoro. L’agitazione permanente comincia da oggi, mobilitiamoci insieme dentro e fuori le università: per noi, per l’università pubblica, per la Palestina, per tuttɜ!»
La giornata di lotta del 14 novembre
Alla giornata del 12 novembre hanno partecipato anche studentesse e studenti – riuniti in coordinamenti e non – sia nelle pratiche di blocco che nelle assemblee. Un unico filo rosso ha unito queste due giornate di lotta: le istituzioni della formazione hanno un ruolo cruciale nei processi di riarmo; dunque per bloccare l’ingranaggio, non basta astenersi dalle postazioni di ricerca e di studio, bisogna investire lo sciopero della sua dimensione politica. Questo lo si fa soprattutto praticando l’unità dentro le scuole, nelle università e nelle piazze con tutte le altre spinte di lotta che si muovono nella stessa direzione.
Così il 14 novembre, durante la giornata di sciopero studentesco, anche le APU hanno composto i propri spezzoni. Il 14 novembre è stata una giornata estesa in tutte le città italiane, in cui studentesse e studenti medi e universitari hanno inondato strade e piazze con un programma che nell’opporsi alla riforma Valditara chiede l’abolizione del PCTO (la famigerata alternanza scuola-lavoro) in quanto specchio di una società diseguale, piegata al profitto e in questa congiuntura all’interesse bellico. La piattaforma rivendicativa accurata elaborata durante questa giornata parte dalla didattica e valutazione, passando per il diritto allo studio, per l’edilizia scolastica, per il benessere psicologico e per una scuola priva di qualsiasi tipo di discriminazione sino alla completa de-strutturazione del rapporto scuola-lavoro così com’è ora centrato sulle necessità delle imprese.
Qui la completa piattaforma https://www.unionedeglistudenti.org/unaltra-scuola-un-altro-mondo-e-possibile/, di cui citiamo un passaggio rispetto al rapporto tra PCTO e guerra:
«Si sono infatti moltiplicate le segnalazioni di PCTO svolti in collaborazione con reparti dell’esercito e con aziende come Leonardo, percorsi il cui obiettivo di reclutamento di manodopera per la macchina bellica è sempre più evidente. Dopo il fallimento evidente del nuovo indirizzo “Liceo del Made in Italy”, ennesimo tentativo di trascinare la scuola e l3 studenti nell’autocelebrazione nazionalista da parte del Governo Meloni, il Ministero del Merito ha provato a ripiegare propagandando il relativo successo del modello ITS Academy, sostenendo che tali percorsi permetterebbero all’87% dei diplomati di trovare lavoro entro un anno. Questi dati, raccolti nel corso del primo anno di sperimentazione del nuovo modello, non restituiscono una reale efficacia di quest’ultimo, considerando anche che l’aumento generale dell’occupazione non influisce minimamente sul carovita, sull’inflazione, sull’erosione del potere d’acquisto e su tutte le dinamiche della crisi economica che rendono la vita impossibile a migliaia di giovani e studenti. Inoltre, mentre i costi proibitivi del materiale scolastico mettono a dura prova studenti e famiglie, il Ministro Valditara ha ben pensato di stanziare 500 milioni in favore delle scuole paritarie, smantellando sempre di più la concezione di una scuola pubblica e solidale. L’attuale sistema scolastico rappresenta ormai un modello di istruzione che, pur professandosi “apolitico”, è legato a doppio filo alle dinamiche capitalistiche, economiche e aziendali che fanno dei saperi un’operazione di marketing, dell’obbedienza al potere un obbligo e della guerra il fine ultimo di ogni ricerca. Noi studenti non intendiamo più accettare lo sfruttamento fisico e psicologico a cui ci sottopone il sistema scolastico, non permetteremo che i nostri corpi e le nostre menti vengano utilizzati come strumenti dell’imperialismo, non ci piegheremo di fronte alla repressione della nostra voce di dissenso e delle nostre proposte politiche di alternativa al sistema di istruzione neoliberista».
Il risultato pratico non è un manifesto unicamente vertenziale, ma una consapevolezza del ruolo della scuola della società e della responsabilità del movimento studentesco come “miccia” in processi di lotta contro il governo Meloni e le sue diramazioni. Non a caso, organizzazioni come l’UDS hanno svolto un lavoro concreto e capillare anche nelle lotte contro lo stato di polizia previsto dal DL Sicurezza ed esteso ad ogni ramo della società, non per ultimo all’interno delle scuole, entro i meccanismi di reclutamento del lavoro, nell’inserimento per emanazione diretta di esponenti del governo nei CDA e nelle università, attraverso la militarizzazione degli spazi scolastici e nella repressione espressa nei confronti di studentesse e studenti. A partire dai bisogni materiali, di welfare della massa degli studenti, questi sindacati studenteschi si stanno impegnando in operazioni di raccordo che dai bisogni materiali degli studenti arrivano all’individuazione di strategie politiche generali – in primis unitarie con chi lavora in questi settori. Riportiamo un estratto del comunicato UDS per il 14 novembre:
«Siamo ben consapevoli che le scuole in cui viviamo non sono altro che lo specchio di una società ingiusta. Lɜ studenti che non hanno diritto a dei libri di testo o ad essere rappresentatɜ in maniera adeguata, devono condurre la stessa lotta delle persone che non possono curarsi o che non hanno diritto ad avere una casa […] L’escalation bellica a cui stiamo assistendo non è altro che la riproduzione estrema delle contraddizioni di cui soffre questo sistema economico. La concorrenza sfrenata e guidata dai grandi oligopoli internazionali fa sì che si possa speculare sulla vita delle persone, disinteressandosi dal benessere collettivo. La questione palestinese rappresenta non solo il volto della brutalità e della disumanità di chi ci governa e di chi specula su un genocidio, ma anche il simbolo della resistenza che si può costruire tra le persone. […] Per questo e per tanto altro riempiremo le piazze di tutto il Paese con lo slogan “un’altra scuola, un altro mondo è possibile”. Lo facciamo perché non vogliamo scuole belle in un mondo come questo, perché siamo ben consapevoli che essere studenti oggi vuol dire essere lɜ precariɜ di domani. Le scuole in questo momento devono ricoprire un duplice ruolo: essere presidi di solidarietà e di mobilitazione per affermare un diverso modello di società ed essere luogo di emancipazione che permetta la formazione di una generazione cosciente dei propri diritti e di come difenderli e conquistarne ulteriori».
Verso lo sciopero generale del 28 novembre
Con questo spirito finale, allora, accogliamo la spinta di lotta espressa da queste due giornate, e soprattutto l’invito che ne deriva: ogni luogo di lavoro, ogni forma di produzione sociale può essere bloccata; in ogni spazio di contraddizione si può lavorare per generare una proposta politica di classe, unitaria! Contro il governo Meloni, contro la Legge di Bilancio, per un mondo fuori dalla guerra!
Lo sciopero resta, a nostro avviso, il campo di battaglia da mettere alla prova in ogni lotta. Abbiamo sempre creduto che la forma del blocco non sia rappresentata dalla “sindacalizzabilità” dei soggetti che lavorano, ma dalla cooperazione che questi possono realizzare proprio attraverso il blocco delle attività. Che si tratti di chiudere un’aula, un laboratorio o una fabbrica; che si segnali la propria assenza tramite una mail o una mancata prenotazione; che si “picchettino” aziende o scuole; resta il fatto che lo sciopero è lo strumento che rende visibile una categoria, e senza corporativismo se concepito e attuato in direzione dell’unità delle lotte. In questo modo si valorizza ciò che i sindacati combattivi ci hanno insegnato (su tutti il SI Cobas), ovvero che lo sciopero non è mera assenza dal lavoro, ma è una pratica di lotta che va riempita di contenuto e su questo neppure il singolo blocco, nel lungo tempo, basta: bisogna ampliare la base di chi blocca e fare in modo che nelle pratiche di lotta dei lavoratori emerga una prospettiva politica anti-capitalista – la direzione in cui ci sembra che si stiano muovendo organizzazioni studentesche come l’UDS.
Forse è per questa ragione, in quanto Meloni, Piantedosi&Co. fiutano il pericolo di una nuova generazione studentesca che inizia a radicalizzarsi, che anche le due giornate di lotta sono state segnate da interventi polizieschi, con le immancabili cariche, intimidazioni, fermi di polizia – che ancora una volta ci tocca denunciare, con la nostra solidarietà ai colpiti.
Una ragione in più per lavorare tutte e tutti insieme, perché il 28 novembre – non come evento a sé, ma come data interna a un processo di ampio respiro, anche internazionale e di impronta internazionalista – unisca nello sciopero tutte le componenti che si riconoscono parte di un unico processo. In ogni università, scuola e luogo di lavoro vanno convocate assemblee per sviluppare un programma di lotta contro la finanziaria e contro la guerra che integri dentro queste parole d’ordine le rivendicazioni di ogni settore sociale.
LA MANO CHE TAGLIA E’ LA STESSA CHE BOMBARDA: VERSO IL 28 NOVEMBRE PER UNO SCIOPERO GENERALE E CONCRETO CONTRO UNA FINANZIARIA DI GUERRA, PER UN ALTRO MONDO POSSIBILE!

