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Dodici stati contro Israele. Quelli di cui Israele può, però, fare tranquillamente a meno

Si è tenuta nei giorni scorsi a Bogotà in Colombia una “Conferenza di emergenza” promossa dai nove Stati del “Gruppo dell’Aia” (costituitosi a gennaio per coordinare iniziative legali e diplomatiche contro la politica genocidiaria di Israele), convocata da Colombia – che proprio ieri ha annunciato l’importante decisione di cessare di essere un “partner globale” della NATO – e Sudafrica. 12 paesi sui 31 presenti hanno sottoscritto una dichiarazione che li impegna a vietare qualsiasi fornitura diretta o indiretta e il transito di armi a Israele, e a sanzionare negli appalti pubblici le imprese che sostengono il genocidio e la politica di insediamento illegale nei Territori Occupati.

Si tratta certamente di misure concrete, da lungo tempo attese, e anche noi che abbiamo sempre affermato che il popolo palestinese non ha veri amici tra gli Stati, ma solo tra i proletari e i popoli oppressi, diciamo: “meglio tardi che mai” – questo, indipendentemente dall’autenticità del sostegno alla causa palestinese da parte dei governanti dei 12 Stati (Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica).

Riguardo alla sincerità, ci chiediamo ad esempio se il presidente indonesiano Prabowo Subianto, ex generale e massacratore degli indipendentisti di Timor Est e di Papua anche con l’utilizzo di bande paramilitari, e responsabile della repressione di attivisti antigovernativi a Giakarta, possa essere un autentico sostenitore della libertà dei palestinesi; analoghi dubbi nutriamo nei confronti del magnate e presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che fece sparare sui minatori in sciopero a Marikana e lo scorso anno ha provocato la morte di centinaia di minatori “abusivi” facendo assediare dalla polizia la bocca delle miniere d’oro di Stilfontein.

Comunque, al di là delle motivazioni dei governi che hanno aderito a questa iniziativa, diamo atto che si tratta finalmente non di generiche dichiarazioni prive di conseguenze pratiche, quali abbiamo finora sentito da diversi governi, ma di impegni concreti al boicottaggio della politica genocida e colonialista di Israele (anche se non si tratta di boicottaggio economico e finanziario). Queste dodici firme avranno tuttavia un impatto minimo, pressoché irrilevante per Israele, dato che si tratta di paesi che non sono nel novero dei fornitori di armi allo stato sionista. Quindi l’impatto sarà più propagandistico che reale, volto ad accreditare i governi firmatari tra le masse arabe, e più in generale nel movimento internazionale per la Palestina, quali veri oppositori di Israele.

Proprio per questo le 12 firme fanno risaltare le mancate firme innanzitutto da parte degli altri 19 paesi presenti a Bogotà, tra i quali Spagna, Portogallo e Irlanda per l’Europa, oltre Cina e Russia, paesi che hanno certamente molte più relazioni commerciali e militari con Israele, e la cui firma avrebbe avuto un impatto ben maggiore nel danneggiare la macchina genocida dello stato sionista, ma proprio per questo non hanno voluto aderire agli impegni presi dai 12.

Per queste ragioni (vedi anche i nostri documentati articoli che mettono a nudo l’ampia collaborazione di Cina e Russia con Israele) continuiamo a non farci illusioni sul fatto che dai governi capitalisti possa arrivare un sostegno decisivo alla libertà del popolo palestinese, che potrà venire solo dalla sollevazione dei proletari e delle masse oppresse dell’area contro i rispettivi governi complici di Israele, insieme al movimento internazionale di protesta e solidarietà alla resistenza palestinese. Purtroppo la stessa valorosa resistenza palestinese non fa un appello determinato a questa sollevazione, nella vana speranza che una soluzione favorevole possa venire dalle mediazioni tra le grandi potenze e gli Stati della regione.

Conferenza di emergenza degli Stati, luglio 2025, Bogotà, Colombia

Gli Stati annunciano misure senza precedenti per fermare il genocidio di Gaza alla conferenza di Bogotà

16 luglio 2025.  

Nell’ambito dell’azione multilaterale più ambiziosa dall’inizio del genocidio di Gaza 21 mesi fa, una coalizione di Stati interregionali riuniti a Bogotà ha concordato sei misure diplomatiche, legali ed economiche coordinate per frenare l’assalto di Israele ai Territori Palestinesi Occupati e difendere il Diritto internazionale nel suo complesso.

Convocata congiuntamente dai governi di Colombia e Sudafrica in qualità di Copresidenti, la Conferenza di emergenza del Gruppo dell’Aja ha riunito 30 stati provenienti da Africa, Asia, Europa, nonché Nord America e Sud America, per andare oltre le parole di condanna e intraprendere un’azione collettiva fondata sul diritto internazionale.

Nelle deliberazioni della conferenza di Bogotà, tutti i 30 Stati partecipanti hanno concordato all’unanimità che l’era dell’impunità deve finire e che il Diritto internazionale deve essere applicato senza timore o favoritismi attraverso politiche e legislazioni interne immediate, insieme a un appello unanime per un cessate il fuoco immediato.

Per dare il via a questo processo, 12 Stati di tutto il mondo – Bolivia, Colombia, Cuba, Indonesia, Iraq, Libia, Malesia, Namibia, Nicaragua, Oman, Saint Vincent e Grenadine e Sudafrica – si sono impegnati ad attuare immediatamente le sei misure attraverso i propri sistemi giuridici e amministrativi nazionali per spezzare i legami di complicità con la campagna di devastazione israeliana in Palestina – e hanno fissato il 20 settembre, in concomitanza con l’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, come data per l’adesione di altri Stati. Sono attualmente in corso consultazioni con le capitali di tutto il mondo.

 “Con la presente annunciamo le seguenti misure” – si legge nella Dichiarazione congiunta alla conclusione della Conferenza ministeriale di emergenza sulla Palestina – “da adottare sulla base dei quadri giuridici e legislativi nazionali degli Stati”:

1. Impedire la fornitura o il trasferimento di armi, munizioni, carburante militare, equipaggiamento militare correlato e articoli a duplice uso a Israele.

2. Impedire il transito, l’attracco e la manutenzione delle navi in qualsiasi porto in tutti i casi in cui vi sia un chiaro rischio che la nave venga utilizzata per trasportare armi, munizioni, carburante militare, equipaggiamento militare correlato e articoli a duplice uso in Israele.

3. Impedire il trasporto di armi, munizioni, carburante militare, equipaggiamento militare correlato e articoli a duplice uso verso Israele su navi che battono la nostra bandiera e garantire la piena responsabilità, inclusa la rimozione della bandiera, in caso di inosservanza di questo divieto.

4. Avviare una revisione urgente di tutti gli appalti pubblici, per impedire che istituzioni e fondi pubblici sostengano l’occupazione illegale del territorio palestinese da parte di Israele e ne consolidino la presenza illegittima.

5. Rispettare gli obblighi di garantire l’accertamento delle responsabilità per i crimini più gravi secondo il Diritto internazionale, attraverso indagini e procedimenti penali solidi, imparziali e indipendenti a livello nazionale o internazionale, per assicurare giustizia a tutte le vittime e prevenire crimini futuri.

6. Sostenere i mandati di giurisdizione universale, come e ove applicabile nei quadri giuridici e nelle magistrature nazionali, per garantire giustizia alle vittime di crimini internazionali commessi nei Territori Palestinesi Occupati.

“Questi 12 Stati hanno compiuto un passo avanti epocale”, ha dichiarato Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei Diritti umani nei territori palestinesi occupati. “Il tempo stringe perché altri Stati – dall’Europa al mondo arabo e oltre – si uniscano a loro”.

La conferenza ha concordato di stabilire una scadenza per le decisioni definitive degli Stati entro settembre 2025, in linea con il termine di 12 mesi previsto dalla risoluzione A/RES/ES-10/24 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, adottata il 18 settembre 2024.

Tale risoluzione invitava tutti gli Stati ad adottare misure efficaci nei confronti delle violazioni del Diritto internazionale da parte di Israele, tra cui l’assunzione di responsabilità, sanzioni e la cessazione del sostegno, entro un anno dall’adozione.

“Siamo venuti a Bogotà per fare la storia, e ci siamo riusciti”, ha dichiarato il presidente colombiano Gustavo Petro. “Insieme, abbiamo iniziato a lavorare per porre fine all’era dell’impunità. Queste misure dimostrano che non permetteremo più che il Diritto internazionale sia considerato facoltativo, o che la vita dei palestinesi sia sacrificabile”.

“Quello che abbiamo ottenuto qui è un’affermazione collettiva che nessuno Stato è al di sopra della legge”, ha dichiarato il Ministro sudafricano delle Relazioni Internazionali e della Cooperazione, Ronald Lamola. “Il Gruppo dell’Aja è nato per promuovere il Diritto internazionale in un’epoca di impunità. Le misure adottate a Bogotà dimostrano che facciamo sul serio e che un’azione coordinata tra gli Stati è possibile”.

“Questa conferenza segna una svolta, non solo per la Palestina, ma per il futuro del sistema internazionale”, ha dichiarato Varsha Gandikota-Nellutla, Segretario Esecutivo del Gruppo dell’Aja. “Per decenni, gli Stati, in particolare quelli del Sud del mondo, hanno sopportato il costo di un sistema internazionale in rovina. A Bogotà, si sono riuniti per rivendicarlo, non a parole, ma con i fatti”.

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