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Intervista ad Alessandro Pellegatta, sul Dizionario biografico dei sovversivi

Abbiamo intervistato il compagno Alessandro Pellegatta, già macchinista delle FF.SS., internazionalista in servizio permanente effettivo da una vita, che ha ideato e continua a curare, con l’aiuto di altri co-autori e sodali, il Dizionario biografico dei sovversivi. Una iniziativa singolare e preziosa per far conoscere aspetti, momenti, protagonisti e protagoniste ignorati o dimenticati della storia ricchissima del movimento proletario – che si contrappone alla strategia dell’oblio e della demonizzazione praticata con metodo e grandi mezzi dalla classe capitalistica e dai suoi intellettuali organici prezzolati.

Finora questo Dizionario è stato ospitato dal blog “Pagine marxiste”, ma presto sarà presente, con grande soddisfazione, anche sul nostro blog, come lo stesso Alessandro propone nella conclusione di questa intervista. (Red.)

Quando hai/avete cominciato a costruire il Dizionario dei sovversivi? e, prima ancora, come è nata questa felice idea?

A cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, quando i turni di lavoro e l’impegno nel CoMU (i Cobas dei macchinisti) me lo permettevano, partii alla ricerca delle mie origini. Non parlo di quelle biologiche, ma di quelle politiche. Sentirsi dire dagli stalinisti che eravamo dei provocatori, disgregatori, nemici della classe operaia, degni eredi dei nostri padri politici, tutto ciò era intollerabile. Trovai compagni della prima ora, parlai a lungo con loro, non senza emozione. Compagni che avevano vissuto la nascita del Partito comunista d’Italia, gli scontri col fascismo nascente, la repressione poliziesca, per essere in seguito messi ai margini dal partito ormai “bolscevizzato”, ossia reso conforme ai principi e alle pratiche staliniste, tutto fuorché rivoluzionarie. Incontrai anche i compagni che avevano fatto i partigiani per poi sentirsi “traditi”. Non ci volle molto a capire che quel mondo sommerso di eresie rivoluzionarie era fatto di storie individuali e di singoli episodi destinati all’oblio che spesso valevano più di paginate di analisi, o di pseudo-analisi, fatte da sedicenti rivoluzionari. La rottura generazionale è un’insidia da sempre presente nel campo rivoluzionario, sia per un preteso rivendicato anonimato, che sconfina nella psichiatria, sia per l’autoreferenzialità di chi viene dopo e pensa di aver capito tutto. Un patrimonio militante rischiava così di finire nell’oblio, quando anche gli ultimi protagonisti di quel ciclo se ne sarebbero andati.

Raccolsi molto, moltissimo materiale: testimonianze orali, vecchi documenti, lettere personali. Incrociavo le fonti, tutto doveva essere rigorosamente vero. Non avevo internet né tantomeno il PC. I documenti delle questure e delle prefetture conservati negli archivi quasi sempre non erano consultabili. Sfogliare le raccolte dei giornali conservate nelle biblioteche comportava sforzi penosi, in ore spesso rubate al sonno e al riposo dopo un turno notturno. Degli intervistati, all’inizio qualcuno mi guardava come si guarda un essere strano (“che vorrà questo da me?); poi la fiducia reciproca crebbe; diventammo amici, un’amicizia sincera destinata a non durare a lungo per ragioni anagrafiche. Prendevo appunti su un quadernino. Ogni tanto mi fermavo e il mio sguardo incredulo s’incrociava col loro. Non ci volle molto perché mi rendessi conto del danno che aveva fatto il disinteresse verso le singole storie dei militanti.

Poi gli “ultimi” se ne andarono. Si trattava di mettere ordine nel materiale raccolto.

Le biografie che avete raccolto sono molto lette, forse per un misto di curiosità ed interesse dei lettori a trovarvi compagni che si sono conosciuti, o di cui hanno sentito parlare.

Esattamente. Non si tratta di biografie asettiche, fredde, raccolte da uno studioso distaccato. Quando rintracciavo figli, nipoti, discendenti (quelli non indifferenti), a un certo punto chiedevo: “senti, ma perché invece di farla scrivere a me, non la scrivete voi in persona?”. Così è diventato un lavoro collettivo, coinvolgendo persone che non sono militanti ma che, con aneddoti e risvolti intimi, rendono le biografie complete e più interessanti.

Ci sono schede redatte completamente dai familiari: ad esempio quella su Radames Resaz, marinaio poi capitano di lungo corso che militò nella Sinistra comunista e tradusse Raya Dunayevskaya per Prometeo. Quanti compagni conoscevano Resaz?

Giuseppe Mannucci (figlio di Danilo, fondatore della CGL rossa, dirigente della Camera del Lavoro di Salerno, comunista internazionalista e poi anarchico), ha compilato le schede del padre di cui tiene viva la memoria di classe, di Ettore Bielli, di Ippolito Ceriello.  

Per non parlare di messaggi arrivati, del tipo: “Buongiorno, ho trovato nel dizionario il nome del mio bisnonno, di mio nonno, di mio zio, è pazzesco, in famiglia non sapevamo nulla! Ma, possibile? Non possiamo crederci, è tutto vero?”. Ne sono arrivati dall’Italia, dalla Francia, dagli Stati Uniti … e così è circolato il Dizionario anche in ambienti altrimenti poco raggiungibili.

Quello che ha reso unico il Dizionario è il fatto che le notizie che compongono le singole schede arrivino, appunto, non solo dagli archivi o dagli articoli di giornale, ma da lettere o manoscritti usciti dai solai, da ricordi personali raccontati da voci tremanti per l’emozione, da fotografie riemerse dai cassetti. E (qualcuno mi prenderà per matto) dai cimiteri! Faccio solo quattro esempi: i due proletari della Bovisa, Teresa Galli (di cui noi abbiamo trovato la foto che è diventata ormai famosa) e il nostro Mario Noé, magnifica figura di proletario cui venne amputata la gamba negli scontri con le guardie regie a Piazza Mercanti, fondatore di Azione Comunista, che oggi tra l’altro non ha più una tomba.

E poi Sergio Salvadori, compagno internazionalista morto in carcere; trovai la sua immagine al cimitero, dove mi portò il compagno Alfredo Secci (anch’esso “schedato” nel Dizionario). Entrambi erano stati condannati innocenti per il delitto del marchese Dalla Robbia, e fu un’esperienza molto emozionante.

E cosa dire del fabbro bordighista Carlo Campeggi, novantenne con una memoria di ferro che mi aiutò molto, che durante la guerra costruì una carrucola per far passare perseguitati politici sopra il fiume che faceva (fa tutt’ora) da confine con la Svizzera? Ne parlava come se non avesse fatto nulla di speciale. Questi episodi non troverebbero spazio in un dizionario asettico e compilato freddamente.

Coinvolgere altri nella scrittura di biografie di militanti del movimento proletario: senza dubbio, un bel risultato. Quali altri risultati pensate di raggiungere con la vostra ricerca?

Un cantiere di lavoro come questo può avere una sua importanza, credo, per le nuove generazioni di militanti in arrivo. È come una talpa che scava, stai mesi senza riscontri, poi l’obiettivo lo raggiungi una volta che arrivi in superficie. Lo abbiamo visto con le iniziative parallele che affiancano il lavoro di ricerca del Dizionario; un esempio? La pubblicazione delle lettere dei ferrovieri licenziati politici del 1922-24. Hanno avuto un impatto notevole su ferrovieri giovani che nulla sapevano di quegli anni e di quei sacrifici, e hanno creato le condizioni per far nascere una nuova sezione del Dizionario, quella appunto dei ferrovieri, attualmente ospitata sul sito CUB Ferrovie, molto seguita.

Proprio per le caratteristiche che lo rendono unico il Dizionario contiene molti fatti ed episodi inediti altrove, che sono stati ripresi in più pubblicazioni virtuali e cartacee. E controlliamo sempre che la fonte venga citata.  

Quindi il Dizionario non è solo una raccolta di singole biografie, è un modo di raccontare e ricostruire l’esperienza personale di tanti compagni e compagne che dà testimonianza dei diversi modi in cui è stata interpretata la militanza. Forse, però, hai ancora qualcosa da dirci sui coautori.

Sì. Le fonti citate sono numerosissime, ma vi sono schede redatte direttamente da altri autori.

Molte di esse sono scritte da Marco Rossi, storico del movimento anarchico e militante anarchico lui stesso. Sono noti i suoi numerosi libri su Fiume, i disertori, le ribellioni partigiane, il sindacalismo rivoluzionario, così come la prefazione al libro di Alessandro Mantovani sugli Arditi del Popolo edito da Pagine marxiste. Le schede di Marco riguardano soprattutto ferrovieri anarchici, comunisti e socialisti del Livornese, colpiti dall’ondata di licenziamenti politici del 1922-1924 (furono 44mila).

Con Marco ci confrontiamo spesso proprio sull’anarchismo. Il nostro Dizionario, infatti, ha raggiunto dimensioni per cui è subentrata la divisione in sezioni (anarchici, partigiani, comunisti dissidenti, comunisti di sinistra, comunisti di destra, comunisti ante-”bolscevizzazione”, socialisti, repubblicani-giellini-azionisti, combattenti di Spagna). Per quanto riguarda gli anarchici, a differenza dei comunisti non stalinisti (gli stalinisti hanno scritto molto, ma con grandi falsità, calunnie e “dimenticanze” per cui i loro scritti non valgono granché, e vanno utilizzati con cautela), possiedono un grosso apparato biografico (si pensi alla biblioteca Serantini), forse attuando quanto disse Salvemini a Borghi, ovvero di scrivere loro stessi la propria storia altrimenti lo avrebbero fatto altri. Per cui la sezione “anarchici” nel nostro dizionario è complementare, ovvero le schede riguardano militanti dimenticati, con biografie incomplete, oppure si trattava di traditori e spie ma non veniva detto: persino i nemici della censura, gli anarchici, a volte dimenticano. E, come sostengono gli storici, la polizia fascista infiltrò molti fiduciari tra gli anarchici come tra i giellini.

Già, gli infiltrati e i traditori…

Qui vengo al dunque: nel Dizionario si trovano anche comunisti che divennero fascisti o furono reclutati dall’OVRA. Il più noto è Bombacci, che fu tra i fondatori del PCdI e venne fucilato dai partigiani a Dongo come “supertraditore”. Ma negli anni Venti, che piaccia o no, anche da massimalista un ruolo nel movimento comunista e proletario lo ebbe. La sua scheda contiene un’immagine che trovai in Messico dove compare tra gli altri con Lenin, Charles Phillips, fondatore del PC messicano, e la sorella di Lenin al congresso dell’Internazionale. La scheda di Bombacci attualmente è la seconda più visitata del dizionario, dopo quella di “Nannaro” Gramsci e davanti a quella di Mario Acquaviva, internazionalista ucciso dagli stalinisti.

L’autore della scheda di Nannaro è Massimo Lunardelli, col quale ho scritto il libro sulla vita incredibile di Azzario, uno dei fondatori del PCdI che il fascismo rinchiuse in manicomio. Massimo è profondo conoscitore della famiglia Gramsci, ha scritto un libro sull’altro fratello di Gramsci, Mario, che fu fascista per lungo tempo. Nannaro, invece, da comunista divenne anarchico, e fu uno dei 117 aderenti a “Libertà o Morte”, gruppo di combattenti anarchici in Spagna poi richiusi nel campo di Argeles. Vi sono già altre schede nel Dizionario sugli aderenti al “Libertà o Morte”, e un proficuo scambio di informazioni è avvenuto coi curatori francesi del sito loro dedicato. 

Puoi dirci qualcosa sulle fonti, su come avete raccolto le informazioni e su come le avete elaborate?

In parte ho già risposto: Archivio Centrale dello Stato, Archivi di Stato delle singole province, Fondi Questura, Fondi Prefettura, testimonianze orali, documenti privati, consultazione dei giornali dell’epoca, libri, cimiteri … La fase successiva consiste nell’incrociare le fonti, per verificare rigorosamente la veridicità delle informazioni raccolte. A volte le fonti di polizia si basavano su spiate, non sempre veritiere, visto che gli informatori erano a libro paga e magari ci mettevano del loro; e poi non sempre i fiduciari sapevano distinguere ad esempio un comunista di sinistra da un centrista, per cui spiegavano a modo loro, ingigantivano, minimizzavano. Anche i ricordi personali andavano verificati. Tutto quello che viene pubblicato è frutto di controlli incrociati. Peraltro, la recente “desecretazione” di molte informazioni che prima erano inaccessibili, ha permesso di constatare come i compagni internazionalisti nati nei primi del Novecento fossero monitorati attentamente ancora negli anni Sessanta … uno spettro che continuava ad aggirarsi.

Benché tu sia un noto compagno internazionalista, le biografie che avete raccolto non riguardano solo militanti internazionalisti rivoluzionari, ma anche anarchici, giellini e sovversivi in genere. Condividiamo la logica di questa scelta, perché il movimento proletario ha avuto in passato, e avrà di necessità anche in futuro, tendenze diverse e contraddittorie tra loro – anche se, è evidente, esse non sono per noi equivalenti. Ci interessa sapere se tu (voi) ci siete arrivati spontaneamente, o si è trattato di una precisa e discussa scelta politica.

Spontaneamente! Anzi, era una condizione, un percorso obbligato. Non si contano i sovversivi il cui percorso politico non è affatto lineare. Prendiamo i pappalardiani. Pappalardi, comunista di sinistra, dirigente delle Camere del lavoro di Castellamare di Stabia e Napoli, è il primo a staccarsi dal PCdI già nel 1923, e segue un percorso differente sia da Bordiga che da quella che sarà la Frazione di Sinistra. Nel 1926 stringe i rapporti con Korsch e raggruppa intorno a sé militanti che daranno vita a «Le Réveil Communiste» e poi a «L’Ouvrier Communiste», a stretto contatto coi consiliaristi tedesco-olandesi e il Gruppo Operaio di Mjasnìkov. Quando il gruppo pappalardiano si disperde nel 1931, molti di esso approderanno all’anarchismo, oppure a GL. Comunisti che diverranno anarchici (Nannaro Gramsci), anarchici che diverranno fascisti (Bartolozzi), ci sono decine di esempi di questo tipo.

GL e il mondo della sinistra repubblicana (già interventista e massone) potrebbero apparire come fuori contesto. Eppure i percorsi individuali di non pochi militanti della Sinistra comunista approdarono a GL; il solco era quello dell’antistalinismo; pensiamo ad esempio ai fratelli Pierleoni, di cui è pronta la scheda per la pubblicazione. Non è forse vero che l’antistalinismo vissuto in maniera combattiva, ma senza un ancoraggio di classe e teorico forte, portò certi compagni del tutto fuori strada? Parlo di quelli che dopo un passato nel movimento rivoluzionario finirono nel PSLI. E via dicendo.

Attualmente i sovversivi raccontati nelle schede sono circa trecento. Saranno migliaia, il lavoro continua.

E speriamo di vederlo presto pubblicato sul Pungolo rosso!

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