Il crollo del regime di Assad, più rapido di qualsiasi previsione (incluse le nostre), dovrebbe spingere ad interrogarsi sulle ragioni che ne sono state alla base. Indispensabile, quindi, ricorrere alla storia, recente e meno recente, di questo paese.
In questo dossier presentiamo alcuni nostri scritti degli scorsi anni che, partendo da più lontano, analizzano e commentano l’insorgenza siriana del 2011-2012 nel quadro della grande intifada araba, da noi considerata, fin dal suo apparire in Tunisia nel dicembre 2010, come uno degli avvenimenti storicamente più rilevanti del nuovo secolo. Per la sua ampiezza, per il suo carattere internazionale e di area, il risveglio delle masse arabe segnalava la fine di un’epoca: l’epoca della sottomissione di quelle popolazioni sempre più impoverite ai duri regimi locali, e al tempo stesso il declino ormai irreversibile del loro infeudamento all’Occidente e alle politiche neo-liberali da esso imposte. Abbiamo cercato di focalizzare le nostre analisi sul legame tra l’aspirazione alla libertà di pensiero e di azione politica e la necessità di far fronte all’impoverimento dilagante e alla mancanza di futuro delle masse proletarizzate soprattutto giovanili, che sempre più numerose vedevano l’emigrazione come unico sbocco alla loro condizione.
In Siria decenni di durissima repressione avevano ridotto al minimo le possibilità di
organizzazione politica autonoma dei proletari, la cui ribellione spontanea fu prontamente
stroncata con una brutalità che supera ogni confronto. Porre immediatamente il livello dello scontro sul
piano militare, oltre che su quello degli arresti e incarcerazioni a migliaia, è stata, negli anni successivi alla sollevazione, la scelta strategica “vincente” del regime, perché obbligò gli insorti a passare dall’organizzazione dei Coordinamenti di base alla costituzione di una miriade di gruppi di resistenza armata, su base locale, di clan, che in molti casi hanno finito per dipendere da chi poteva fornire loro le armi e garantire la sopravvivenza dei combattenti.
Il regime che il popolo voleva abbattere (cosa che riuscì in Tunisia e in Egitto) si trovò al centro di spinte
internazionali, la sua posizione strategica provocò l’intervento della Russia di Putin, dell’Iran e delle forze
libanesi di Hezbollah, con la formazione di una sorta di asse sciita, da un lato, e contemporaneamente con l’intervento del cosiddetto Stato Islamico, che occupò le zone strategiche lungo l’Eufrate. Un guerra mondiale condensata, con le formazioni curde arruolate, alla coda dei bombardieri americani, per riconquistare i territori occupati militarmente dall’Isis.
Il macellaio Assad godeva fama, in certi ambienti ultracampisti, di campione dell’antiimperialismo…
Nella canea islamofobica che caratterizzava il pensiero dominante europeo e anche buona parte della extra-sinistra, abbiamo dovuto evidenziare più volte la sproporzione tra la gravità delle azioni imputate ai gruppi jiadisti e il massacro che si era appena compiuto in Iraq ad opera dell’esercito Usa e dei suoi alleati. La necessità prioritaria di contrastare il razzismo e l’islamofobia dilaganti e i loro effetti sulla popolazione immigrata, può averci indotto a mettere eccessivamente in secondo piano, nelle nostre analisi, l’effetto nefasto – per noi indubitabile – che simili organizzazioni hanno sulla capacità delle masse di reagire e organizzare una reale lotta di liberazione.
La natura dell’Isis, all’origine piccolo gruppo cresciuto e organizzato dall’apparato statale iracheno del governo di Saddam Hussein a base sunnita, che gli Usa avevano deciso di azzerare in toto ed estromettere da ogni posizione di potere, sarebbe stata meglio lumeggiata andando a fondo sulla sua composizione di classe, su come si sia trasformata in una organizzazione militare efficiente, sul settarismo confessionale che dominava le sue posizioni (gli sciiti erano il loro primo bersaglio), e sull’estraneità delle masse siriane a questo tipo di contrapposizioni su base religiosa. Anche fisicamente, in Siria chiese e moschee stanno fianco a fianco, sciiti e sunniti, cattolici e ortodossi, con una attenta gestione dei privilegi ai notabili delle varie comunità da parte del
regime. Per questo non accreditiamo da nessun punto di vista le formazioni “islamiste” che oggi si
ripresentano sulla scena, che nulla hanno di rivoluzionario sia per il loro messaggio divisivo, che per la
loro pretesa di risolvere gli immani problemi della popolazione richiamandosi in maniera del tutto astorica
ai precetti dell’Islam, e mantenendo di fatto intatto il sistema capitalistico e la sopraffazione di classe. In
Iran, mai dimenticarlo, il consolidamento del potere degli ayatollah è avvenuto sterminando gli oppositori, in particolare i comunisti, e aggravando l’oppressione delle donne e dei lavoratori. Niente di diverso potremo mai aspettarci dal prevalere di questi falsi oppositori ai regimi in carica!
Da “Il pungolo rosso”, n. 1, L’Intifada araba e il capitalismo globale (luglio 2012)
Scriviamo queste note (a inizio luglio) mentre incombe sulla Siria, nello stesso tempo sulla rivolta popolare e sul regime di Assad che tenta di schiacciarla nel sangue, la minaccia ravvicinata di un “intervento umanitario” dei gangster della NATO. Non è ancora il momento giusto per avviare le operazioni belliche, fa sapere su “la Repubblica” (del 25 giugno) il generale Mini; ma, rassicura, ci stiamo lavorando; prima o poi scatteranno, Russia e Cina permettendo (cosa alquanto improbabile) o, eventualmente, anche senza il loro assenso...
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