Un’immagine del carcere di Torino dopo la recente rivolta
La giornata di Ferragosto è stata utilizzata dal governo e dalla cosiddetta opposizione per la solita ipocrita recita di regime in cui i massimi responsabili del sovraffollamento e delle infami condizioni “normali” di detenzione dei carcerati-massa (quelli/e che non possono passare i loro arresti nelle ville di proprietà, come il governatore della Liguria Toti, o come il suocero di Salvini, Verdini), coloro che sistematicamente sbarrano la strada alle misure alternative alla carcerazione e incrementano reati e pene, si premurano di “fare visita” a questo o quel carcere e di dettare a stampa e Tv le loro miracolose ricette per “migliorare” lo stato delle cose.
Che, invece, per loro primaria responsabilità, non cessa di peggiorare. Tant’è vero che quest’anno sarà un anno record per i suicidi di carcerati/e: ad oggi 67, il 30% in più dello scorso anno – l’ultimo suicidio è di ieri, 16 agosto, ed è avvenuto nel carcere di Parma, un detenuto tunisino di 37 anni, di cui non è stato dato neppure il nome. E tant’è vero che si stanno moltiplicando le proteste e le rivolte nelle carceri, l’ultima proprio la vigilia di Ferragosto a Torino.
Una doppia smentita categorica della nauseante ipocrisia di regime.
Il colmo dell’ipocrisia di regime l’ha messo in scena Nordio, il ministro della “Giustizia”, che ha appena varato un decreto-carceri che ha un solo punto fermo: l’aumento del numero degli agenti della polizia penitenziaria, tutto il resto sono vuote promesse di riduzione del numero dei detenuti (che sta invece crescendo anche tra i minorenni, per effetto del celebre “decreto Caivano”). Nordio è anche uno dei tre ministri che ha firmato il liberticida DDL 1660 la cui applicazione – se non riusciremo a fermarlo – incrementerà in modo esponenziale la repressione statale e gli arresti. Che ha pensato di fare questo “ministro della grande malavita” (è quello che ha voluto abolire il reato di abuso d’ufficio e vuole fare un provvedimento per impedire che i Toti e simili vadano anche solo agli arresti domiciliari)? Di andare a visitare il carcere femminile della Giudecca a Venezia, uno dei pochissimi istituti carcerari in cui, in una certa misura, e grazie all’impegno di un maestro di teatro profondamente umanista quale Michalis Traitsis che ha saputo in lunghi anni sollecitare l’auto-attività delle detenute, si sono aperti per loro degli “spazi di libertà” (ammesso che si possa usare un concetto del genere) per recitare, da pessimo attore, la parte di chi vuole fare del carcere “un luogo di rinascita morale e materiale”. Osceno.
Ma non meno osceni gli “oppositori” del governo Meloni alla Renzi che davanti al carcere di Sollicciano ha declamato (a favore dei suoi amici costruttori di carceri) la seguente dichiarazione: “Strutture come quelle di Sollicciano andrebbero distrutte e rifatte da capo anche per agevolare il lavoro delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria oltre che [notabene] per garantire una condizione civile ai detenuti”.
Su quale sia realmente la condizione della grande massa dei detenuti e delle detenute comuni – e politici – abbiamo raccolto in questo piccolo dossier alcuni materiali: la testimonianza della compagna Nicoletta Dosio, oggi ai domiciliari, e quella di due detenute dalla sezione femminile del carcere di Torino, pubblicate sull’Osservatorio repressione; il link ad un video sulla rivolta del 14 agosto avvenuta proprio nel carcere di Torino; le osservazioni critiche di Vito Totire sul primo rapporto semestrale 2024 sul carcere di Bologna (che secondo Totire va “immediatamente chiuso”); e una nota sull’incremento delle carcerazioni dei minori, altra grande impresa del governo Meloni, tratta da un articolo di Gabriel Seroussi, Rap/pressione.
Se in questi testi compaiono accenni o aperte dichiarazioni di fiducia malriposta in possibili interlocutori istituzionali (un Mattarella, ad esempio, che incarna in modo perfetto la ragion di stato, cioè la conservazione del sistema carcerario così com’è), lo rimproveriamo a noi stessi, alla pochezza del movimento politico anti-capitalista, che non ha saputo finora integrare la denuncia della repressione, delle intimidazioni, delle torture e delle violenze di stato che avvengono ordinariamente nelle carceri contro i detenuti-massa nei suoi compiti di propaganda e di lotta. (Red.)
Io dal di là del cancello, ai domiciliari, vi porto il messaggio delle “voci dentro”
9 agosto 2024
Il messaggio di Nicoletta Dosio dai domiciliari
Giovedì 8 agosto. I rintocchi del mezzogiorno giungono di lontano sulle ali del vento che in Valle non manca mai, neppure nell’afa pesante della canicola.
Nonostante il brevissimo preavviso, le donne e gli uomini del movimento NO TAV sono venuti a condividere con me questa mezz’ora di solidarietà verso i detenuti nelle carceri e nei CPS di tutt’Italia.
L’iniziativa, partita dalle prigioni, prevede la “battitura”: chi è rinchiuso, batte su inferriate e blindi con i poveri mezzi che la detenzione permette. Condividere la protesta ci sembra giusto, bello e doveroso; per questo motivo, qui davanti a casa mia si è data appuntamento almeno una cinquantina di persone con oggetti da cucina, tamburelli, sonagli e c’è perfino un rudimentale olifante… e a chi non ha portato strumenti basta una pietra da battere sulla cancellata. Tra tutti c’è una dolcissima ragazzina, occhi azzurri e capelli biondi, l’immagine di un futuro che chiede di sapere. La sua presenza ha la grazia e la meraviglia delle prime, importanti esperienze.
Loro sulla strada, io al di là del cancello, reclusa ai domiciliari.
Parte la battitura, rumorosa, un po’ surreale tra tutto questo verde di siepi, alberi e giardini.
Io, nella mia condizione di detenuta sì, ma in una casa ampia e quieta, protetta dai cedri centenari, non posso non ricordare chi soffre il caldo torrido dell’estate in una cella due metri per tre, in edifici fatiscenti e sovraffollati, lontano dagli affetti e sottoposto ad ogni arbitrio fisico e psicologico da parte di guardiani incattiviti per professione e alienazione.
Il non-tempo di quel non-luogo l’ho provato anch’io, quattro anni fa, per tre mesi: pochi, ma sufficienti ad alimentare in me una rabbia che non passa e a rafforzare la tenerezza per le donne recluse nel blocco femminile delle Vallette, mie sorelle per sempre.
Per fedeltà e per affetto batto col mio bastone alle sbarre del cancello e racconto: il sovraffollamento sempre crescente, la desolazione dei rapporti impediti con le famiglie, la nausea della sbobba carceraria, i muri scrostati e i materassi pieni di macchie, le tre docce a funzionamento intermittente per cinquantanove persone, la mancanza di aria e di luce, la rozza prepotenza di certe secondine, il vuoto alienante dei giorni festivi, privi anche dei contatti minimi con l’esterno e le storie personali di miseria, violenze subite, malattia, le rotte insidiose dell’emigrazione e la nostalgia per i propri cari lontani, la preoccupazione per i figli piccoli.
Per molte di loro il carcere è tortura presente e, insieme, unico punto fermo rispetto alla mancanza totale di prospettive rispetto al dopo-carcere.
Leggo pubblicamente la bella lettera che due mie compagne tuttora rinchiuse nel carcere di Torino hanno inviato al mondo fuori, a nome di tutti i detenuti, per denunciare la situazione sempre più insostenibile, così crudelmente insopportabile e alienante da far preferire il suicidio.
L’appello accorato che da quelle pagine è rivolto a chi, eletto nelle istituzioni, dovrebbe far rispettare la Costituzione nata dall’antifascismo e dalla Resistenza stride più che mai rispetto alle leggi manettare varate in questi giorni dal Parlamento italiano: essere poveri, rivendicare uguaglianza e dignità, lottare per la giustizia sociale e ambientale, opporsi concretamente alla follia di un sistema che sta distruggendo ogni prospettiva di futuro, ecco i “reati” contro cui agirà con pugno di ferro il braccio giustiziere della legge.
Contro tanta ingiustizia urge rompere l’indifferenza del “mondo di fuori” straniato dai mass media di regime e congelato nell’“interiorizzazione della sconfitta” che uccide forza e iniziativa.
Le “voci dentro” parlano di noi tutti e ci avvertono che il tempo della delega è scaduto: che non cadano nel silenzio!
Nessuno sarà veramente libero finché ci saranno incatenati.
L’alternativa al carcere esiste ed è la giustizia sociale.
La mezz’ora di “battitura” passa veloce. Ognuno se ne va, ma senza fretta, quasi a malincuore.
Ci rivedremo a mezzogiorno del quindici agosto, quando l’iniziativa si ripeterà in tutte le carceri italiane. La data non è casuale: il Ferragosto in galera è un supplizio che non finisce mai.
Ed ecco il messaggio delle “voci dentro” che Nicoletta Dosio ha condiviso ieri dai suoi domiciliari:

In un clima “rovente, non solo per le temperature, scriviamo questa lettera dalla sezione femminile del carcere di Torino. Siamo due “ragazze” qui recluse e ci facciamo portavoce del pensiero e della necessità di molti altri reclusi. Il detto “stare al fresco” non si addice più a nessuna galera, perché ormai scontiamo le nostre pene stipati, nascosti e dimenticati in questi “magazzini di corpi” che sono polveriere in cui non c’è rispetto, né dignità, né futuro. La misura è colma, anzi stracolma… Quando la bomba esploderà di chi sarà la colpa?
Si soffoca, c’è una pressione insostenibile in tutta la comunità penitenziaria che è costituita da detenuti e detenenti! Ci rivogliamo a tutto il Parlamento: “Disinnescate la bomba”. Non c’è più tempo e c’è una responsabilità politica diffusa in tutto ciò. Non abbiamo più neppure il diritto ad iniziative pacifiche come lo sciopero della fame. Tutto ormai ci mette a rischio di ritorsioni o denunce. Non sappiamo come fare per essere ascoltati. Scriviamo per far arrivare “oltre il muro” la richiesta di misure straordinarie che diano equità e giustizia al sistema penitenziario come liberazione anticipata speciale, amnistia, indulto; non come forma di impunità generalizzata, ma che siano una risposta all’emergenza umanitaria che viviamo. Qui dentro non ci sono i “banditi”, i “mostri”, qui dentro sono ingabbiati per lo più i corpi di coloro che incarnano disagi di ogni tipo.
La realtà è che la dignità umana è un concetto estraneo, così come la risocializzazione. Il sistema giustizia-carcere è fuorilegge. Sostanzialmente incostituzionale, produce altro carcere, rabbia, non imprime legalità, non dà futuro, porta all’alienazione e alla morte. Il potere centrale si nasconde dietro a misure slogan, mentendo apertamente e lasciando tutto nelle mani dei direttori.
Chiediamo ai garanti, specie a quello nazionale, di battersi per i nostri diritti. All’opposizione diciamo fate opposizione. Tutti gli eletti, anche i più “manettari”, devono garantire il loro servizio rispettando la Costituzione. Ci sentiamo di rivolgerci al Presidente Mattarella affinché scuota l’indifferenza dei decisori, del ministro, della politica! In lui riponiamo le nostre ultime speranze. Grazie!
(da centro studi sereno regis)
Pochi giorni dopo, proprio nel carcere di Torino, succedeva questo:
Qui di seguito, invece, le “Osservazioni al Primo Rapporto semestrale 2024 sul carcere di Bologna” redatte da Vito Totire, uno dei promotori della Rete nazionale lavoro sicuro.
Questo è il passaggio iniziale di un testo interessante, critico di Gabriel Seroussi, Rap/ressione pubblicato sul n. 36 di “Piombi”, newsletter dell’Associazione Closer – https://www.facebook.com/associazionecloser (la segnalazione, ovvio, non comporta la piena condivisione).
Ci sono comunità dove finire in carcere e più facile che in altre. In Italia è piuttosto evidente se si osservano i dati relativi alla detenzione minorile. Più della metà delle persone recluse nelle carceri minorili italiane sono straniere. Tra questi, il 75,5% è in regime di custodia cautelare, contro il 57,7% degli italiani. Nel complesso è cresciuto in maniera costante il numero di minori detenuti negli istituti penali. Oggi sono 500 le persone recluse; erano 10 anni che non si raggiungeva questa quota. Il Decreto Caivano del governo Meloni ha contribuito a questo aumento. Gli ingressi sono infatti in netto incremento: erano stati 835 nel 2021, sono saliti a 1143 nel 2023. Questi dati raccontano di una rinnovata centralità del carcere minorile come risposta statale alle esigenze securitarie dell’opinione pubblica, sempre più spaventata da fenomeni di “devianza” giovanile, soprattutto quando questi provengono da comunità razzializzate.
È infatti difficile non riscontrare una connessione tra attenzione mediatica e repressione. I famigerati “maranza” e le spietatissime “baby gang” sono ogni presenti sui social e sui quotidiani online. Un lessico che fa riferimento ad una nuova micro-criminalità, la cui caratteristica principale risiede nel non rientrare nel canone tradizionale della delinquenza italiana. Si tratta di un fenomeno realmente esistente, ma la morbosità e i toni con cui viene quotidianamente raccontato ci dicono ben altro. Un’Italia sempre più anziana e conservatrice si sta riscoprendo vulnerabile, quando, per la prima volta nel nostro paese, sono emersi i bisogni, gli interessi e le ambizioni delle cosiddette seconde generazioni. Se prima erano poche le figure pubbliche italiane non-bianche, oggi, soprattutto attraverso la musica, sono avvenuti i primi segnali di un processo di empowerment di comunità da sempre marginalizzate. Il successo trasversale di una cultura giovanile come l’hip hop, osteggiata dall’industria dell’intrattenimento, sta quindi producendo cambiamenti sociali e culturali radicali, che una parte di società italiana non ha intenzione di accettare. Tanto è vero che forme repressive di vario genere sono state applicate anche nei confronti dei rapper, veri e propri bersagli pubblici di politici e giornali conservatori. Queste figure stanno infatti oggi pagando dazio per la propria esposizione mediatica, subendo un trattamento legale nemmeno troppo nascostamente rivolto a minarne le carriere artistiche. Tuttavia, i casi che hanno coinvolti alcuni rapper possono anche fungere da lente di ingrandimento di dinamiche giudiziarie che avvengono diffusamente investendo le vite di tantissime persone che, semplicemente, non sono note al pubblico.

