Si aggrava il bilancio del crollo di Scampia che conta, oggi 25 luglio, la terza vittima. Dunque, tre morti, dodici feriti di cui la metà sono bambini sotto i dieci anni di età, circa 800 persone sgomberate di cui 300 sono minorenni e le condizioni della metà dei feriti sono gravissime.
Le “vele” di Scampia devono essere fotografate ed osservate nei particolari perché solo così si capisce la società dei ghetti, solo così si vede all’opera una sezione della società che non si sente più parte di una collettività e che vive e si esprime autonomamente. “Non vogliamo aiuto”, “Ci aiutiamo da noi”, e così è stato! Gli abitanti si sono diretti verso le aule universitarie della Federico II per rimanere vicino alle loro abitazioni e hanno scelto di dormire a terra, rifiutando di alloggiare nelle scuole, altrettanto malandate, e nelle altre sedi in cui erano state attrezzate le palestre con brandine e bagni. Il Comune ha così deciso di inviare 150 brandine nei locali dell’Università.
Il consueto scarica barile tra le istituzioni ha subito preteso di addossare la responsabilità del crollo al “sovraffollamento” improvviso determinato da una lite tra condomini. Chiunque abbia un minimo di nozione sui fabbricati sa che questi vengono progettati con un coefficiente di sicurezza molte volte superiore al carico “abituale” d’uso. Le prove di carico statiche vengono effettuate con carichi di tonnellate al metro quadro e se una struttura non resiste o flette più del dovuto – la cd freccia – vuol dire che la progettazione è stata almeno inadeguata. L’imputato principale resta, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’errore di progettazione, l’incuria, la mancata manutenzione, l’errata manutenzione! Altro che liti tra abitanti!

Ma i responsabili, stampa compresa, scelgono con sicurezza la motivazione dei fatti: l’ipotesi più accreditata – sostengono le prime ispezioni – è che il ballatoio è caduto a causa di un cedimento strutturale che è come dire che il morto è tale perché non è più vivo! La magistratura al lavoro ha nominato una pattuglia di consulenti ma c’è poco da sperare sull’accertamento delle responsabilità, a maggior ragione se si va alla storia del complesso di Scampia che ha mostrato tutte le sue criticità e le sue bruttezze quando nemmeno era ancora stato collaudato. Da allora solo crolli e fatiscenze che hanno fatto preferire una serie di graduali abbattimenti nella emblematica logica del capitalismo: costruzione/distruzione, costruire per distruggere e distruggere per ricostruire.
E cosa abbia di celeste questa orribile topaia, lo potete vedere da voi: il danno e la beffa sono palpabili. Il Movimento dei disoccupati 7 novembre, che è stata sempre l’anima delle proteste e delle lotte di Napoli, ha indetto una manifestazione che partirà dalle aule dell’Università occupate da una parte delle famiglie sgomberate e si dirigerà alle 21 verso la Vela Celeste. Una fiaccolata per le vittime, ma anche per ricordare le responsabilità dello stato per il crollo di ieri e per le condizioni di vita degli abitanti delle vele. Non ci sono fondi per le necessità sociali, nel mentre l’investimento prioritario diventa sempre più quello bellico e, a lato, quello per le polizie.
Ecco alcuni passaggi del loro comunicato: “…nessuna preoccupazione circa la permanenza delle tende della protezione civile nel parcheggio dell’Ateneo”, “L’università non è un tempio accademico, né un ente privato… ed è arrivato a Scampia grazie alla nostra lotta, grazie al coraggio e alla dignità della gente delle vele … che si batte da più di 40anni per dignità, riscatto, lavoro, alloggi nuovi e sicuri”.
La nostra solidarietà si aggiunge alla catena di aiuti “privati” che ha fatto irruzione a Scampia, e che ha assunto una dimensione così ampia e corale da chiedere ai napoletani di interrompere il flusso degli aiuti perché non c’è possibilità di immagazzinarne altri e di organizzarli razionalmente per la distribuzione. Nonostante la repressione statale che colpisce tutti i giorni i disoccupati di Napoli, nonostante gli obblighi di firma, i divieti di dimora, i processi e le indagini che arrivano ad infamanti accuse di associazione a delinquere, la battaglia dei disoccupati arriva in tutti gli angoli della città e si ingrandisce ed acquista consenso e prestigio anche fuori della Campania.
Segnaliamo l’iniziativa ed invitiamo a sostenere la cassa di resistenza istituita per contribuire alle spese legali contro la repressione statale.
Questo è il codice iban:
IT44v0501803200000017119678
E’ intestato a “Associazione cassa di resistenza operaia ODV” aggiungendo la causale “Contributo di solidarietà”.

