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Congo: paradiso per gli sfruttatori, inferno per i lavoratori

Tra le guerre del capitale più devastanti e nello stesso tempo più dimenticate ci sono, senza alcun dubbio, le guerre combattute negli ultimi trent’anni sul territorio della Repubblica democratica del Congo. Dietro e sotto di esse c’è l’ininterrotto assalto a questo vero e proprio scrigno dell’Africa (e del mondo) da parte delle vecchie potenze coloniali europee (con la Francia in prima linea, che ha soppiantato il Belgio, per lungo tempo padrone assoluto del Congo) e degli Stati Uniti da un lato, delle nuove potenze capitalistiche ascendenti, la Cina su tutte, dall’altro. Ma c’è anche lo strangolamento sul nascere, nei primissimi anni ’60, del movimento nazionale rivoluzionario guidato da Patrice Lumumba ad opera degli imperialisti belgi, francesi, americani consorziati tra loro (con l’assistenza delle truppe ONU), una figura, quella di Lumumba, che ci è sembrato il caso di ricordare qui – richiamando un nostro precedente post.

Su questo tragico seguito di guerre congolesi e africane, sulla posta in gioco, sui terribili livelli di sfruttamento del lavoro, anche del lavoro dei bambini, esistenti nelle miniere e nell’agricoltura del Congo, sugli attori internazionali statuali e imprenditoriali (i più potenti) e locali, riprendiamo dal sito Combat-C.o.c., strettamente collegato con il nostro, un articolo molto ben documentato e dettagliato. Anche in una situazione così drammaticamente frammentata, però, non mancano i tentativi di una risposta classista: ne è prova l’esistenza di un sindacato militante di minatori (il FOSYCO), che ha aderito alla giornata internazionale e internazionalista di azione contro le guerre del capitale lo scorso 24 febbraio. (Red.)

Congo, paradiso per gli sfruttatori, inferno per i lavoratori

La Repubblica Democratica del Congo [1] (RDdC) è probabilmente il paese africano più ricco per risorse minerarie, popolato da quasi 110 milioni di abitanti sparsi su un territorio grande quasi quanto l’intera Europa occidentale e secondo per dimensioni in Africa (dopo l’Algeria). Le sue risorse sono state e sono tuttora contese fra i principali paesi imperialisti, concupite dalle nazioni confinanti e al centro di appetiti tribali. A gestirle nominalmente un non-stato, che ha ereditato i confini dell’ex Congo belga, controlla solo una parte del territorio e subisce di volta in volta le pressioni internazionali, regionali e locali. I vantaggi della ricchezza del paese hanno comportato e tuttora comportano sfruttamento bestiale e massacri per la popolazione (15 milioni di morti durante la colonizzazione belga, una delle più feroci della storia, più di 6 milioni di morti negli ultimi trent’anni di conflitti, senza calcolare le mutilazioni, gli stupri ecc.). Le risorse congolesi hanno invece arricchito élites locali corrotte, multinazionali e politici stranieri. I congolesi comuni hanno fornito la manovalanza, i mutilati e i morti. Guerre e massacri si sono concentrati a sud e a est del paese, lungo la linea di confine con l’Angola e lo Zambia da un lato, con l’Uganda, il Ruanda e il Burundi dall’altro. Alla fine del 2024 probabilmente i circa 20 mila uomini del contingente ONU saranno ritirati. [2]  In questi giorni prosegue nel Nord Kivu l’assedio a Goma da parte dei guerriglieri dell’M23 iniziato nel maggio 2022. Un’offensiva che rispecchia la volontà degli Usa di contrastare il vantaggio acquisito dalla Cina su risorse di interesse militare. Cosa di non poco conto oggi che le fanfare di guerra risuonano più forti.

Mentre l’attenzione mediatica è concentrata su Gaza e in parte sull’Ucraina, vogliamo ricordare che il sanguinoso retaggio del colonialismo, proseguito dall’imperialismo di oggi, produce le sue vittime anche lì, in quell’Africa che è al centro delle attività diplomatiche e militari del nostro attuale governo. Non è possibile ripercorrere, in un solo articolo, la storia anche solo recente del paese. Si è quindi scelto di proporre ciò che è sembrato più significativo per comprendere il presente.

Una storia di minerali, multinazionali e sfruttamento

Dagli anni Novanta il minerale più appetibile del Congo è il coltan [3], usato nell’industria aerospaziale, nella missilistica e nell’aeronautica, nelle batterie dei cellulari, negli airbag, in molti aggeggi elettronici, dai giochi per bambini agli elettrodomestici.

Ai tempi di re Leopoldo II del Belgio il Congo aveva attirato gli europei per il caucciù e l’avorio. L’agenzia Fides calcola in 10 milioni i congolesi morti (il 50% della popolazione) nel sistema di lavoro coatto imposto da re Leopoldo nei suoi 23 anni di regno; un sistema che prevedeva mutilazioni e morte per chi non rispettava le quote di raccolta. A questi si devono aggiungere altri 5 milioni di morti nei 53 anni successivi di colonialismo belga per ottenere, con uno sfruttamento “più razionale”, l’oro, i diamanti, il cobalto e l’uranio.

Oggi le miniere di coltan sono l’inferno per migliaia di bambini e giovani congolesi che estraggono a mano dal fango la “polvere nera” radioattiva per 2 dollari al giorno. In questo sfruttamento feroce e spudorato, che si ripropone lungo più di cent’anni, sta l’elemento di continuità disperante della storia del Congo. Ma l’identità degli sfruttatori è cambiata nel tempo.

Dal periodo post coloniale a Mobutu

Nel 1906 il 70% dell’economia del Congo era nelle mani della Société générale de Belgique, che a sua volta creò, in collaborazione con una società inglese, laUnion Minière du Haut Katanga (UMHK). Fra le due guerre mondiali l’Union Minière divenne uno dei principali produttori mondiali di rame, cobalto [4], stagno, oro, uranio e zinco. In particolare fino al 1940 il Belgio ebbe il monopolio dell’uranio (che fu fornito dal 1940 agli Usa che lo usarono per la bomba atomica) [5].

Nel 1961 il Belgio fu costretto a riconoscere l’indipendenza del Congo Kinshasa, ma tentò di conservare un peso nell’esercito e nell’economia del paese. Davanti alle resistenze del premier eletto, Patrice Lumumba, la HMHK, con il decisivo appoggio della CIA, organizzò la secessione del Katanga (guidata da Ciombè) e l’assassinio di Lumumba [6].

Diciamo che il Congo è un “non stato”, dentro i quali sono presenti 200 gruppi etnici, principalmente bantu. I primi 3 ne rappresentano il 45% (Mongo, Luba, Kongo). Il 68% del paese è coperto da foreste, i fiumi sono navigabili solo per brevi tratti. Il paese è privo di una rete stradale e ferroviaria degna di questo nome. Qualsiasi processo di unificazione è limitato dalla natura stessa. L’unico collante è il francese, l’odiata lingua dei colonizzatori. Giocare sulle contrapposizioni tribali è estremamente facile. La proposta di Lumumba di trasformare il Congo in uno stato federale muore con lui.

Nel 1964 il colonnello Mobutu, eliminati via via i concorrenti, dà inizio a un dominio personale che però si esercita di fatto solo sulla capitale (ex Leopoldville, ora Kinshasa) e sulla sua regione tribale. Il suo governo diventa il prototipo della cleptocrazia africana al servizio della grande cleptocrazia neo-coloniale, in cui dietro l’esaltazione delle tradizioni locali, compreso il recupero dell’animismo, si cela una struttura di potere basata sul clientelismo e la corruzione. Mobutu tiene buoni ma oscillanti rapporti con Usa, Francia e Belgio, mentre nel Kivu del sud si forma un potentato personale di Laurent Kabila, sostenuto dai sovietici e dalle truppe cubane.

Le attività di Belgio e Francia (quest’ultima presente in forze col gruppo Areva) perdono via via terreno a vantaggio dell’intervento dei colossi minerari americani (First Quantum Minerals, Barrick Gold, Frieport McMoran, ecc.), che intervengono direttamente nella politica congolese, spalleggiati dal proprio governo o tramite i governi delle nazioni che circondano il Congo.

Nel 1994 la situazione precipita quando Mobutu accoglie a Goma le milizie Hutu responsabili del genocidio dei Tutsi (quasi un milione di morti) in Ruanda, dove infuria la guerra civile. Questo trasferimento è favorito dalla Francia sotto ragioni pseudo umanitarie, ma è un tentativo di inserirsi nello sfruttamento delle ricche risorse dell’est del paese. Anche la Cina dichiara il proprio appoggio agli Hutu, mentre gli Usa hanno armato i Tutsi che alla fine del ’94 riprendono il controllo del Ruanda. Un milione di Hutu si rifugiano in Congo. L’aiuto di Mobutu agli Hutu spinge Kabila a stringere alleanza con i Tutsi Banyamulenge che pure vivono nel Kivu sud. Si allea quindi con i governi tutsi di Ruanda, Burundi e Uganda con la benevola assistenza degli Usa. La multinazionale America Minerals Fields [7] negoziò nel 1996 con Laurent Kabila lucrosi contratti minerari e successivamente ne finanziò, garante il governo Clinton, la campagna militare per il rovesciamento di Mobutu, a cui non a caso l’FMI tagliò improvvisamente i fondi.

Una “guerra dei trent’anni” africana

Scoppia la cosiddetta prima guerra del Congo,che si conclude con la conquista di Kinshasa da parte di Kabila, assistito da contingenti militari di Ruanda Burundi e Uganda. Da presidente Kabila chiede agli eserciti dei paesi alleati di lasciare il Congo; questi rifiutano e attaccano il nuovo governo. Scoppia così la seconda guerra del Congo che si trasforma ben presto nella “Prima guerra mondiale africana” (1998-2003). Il Ruanda accusa Kabila di voler massacrare i Tutsi sul suo territorio (alcuni linciaggi ci sono stati davvero a Kinshasa) e occupa ampie porzioni di territorio congolese ad est, più la centrale idroelettrica di Inga, il porto di Matadi e il centro diamantifero di Kisangani. Kabila chiede aiuto agli altri paesi africani e al suo fianco intervengono l’Angola (che da anni ospita gli ex ribelli katanghesi), lo Zimbabwe e la Namibia, ognuno dei quali invia contingenti militari. In seguito si affiancano anche Ciad, Libia e Sudan.

La guerra si trascina per cinque lunghi anni producendo 2,5 milioni di morti, o direttamente uccisi in eventi bellici o per malattie (colera, polmonite) e privazioni legate alla guerra. La tregua che formalmente vi pone termine non viene rispettata. La conta dei morti, a cura Onu, cresce a 4 milioni nel 2008 e 5,4 nel 2012. Altre fonti azzardano 10 milioni di morti, mentre alcuni riducono la stima a 3 milioni [8].

Questi numeri spaventosi si spiegano con le caratteristiche di questa “prima guerra mondiale africana”, caratteristiche che si mantengono fino ad oggi. È una guerra in cui contingenti di paesi stranieri (dall’Uganda all’Angola, dal Ruanda allo Zimbabwe), mercenari al soldo delle multinazionali, gruppi tribali o locali, a volte anche piccoli, le stesse milizie governative mirano a difendere o a conquistare zone limitate strategicamente importanti come porti, aeroporti, centri minerari e le poche strade percorribili. Non c’è un centro direzionale di due fronti contrapposti, regna una totale anarchia direzionale, i “cessate il fuoco” via via firmati non vengono rispettati. Le milizie si autofinanziano rivalendosi sulla popolazione civile, attuano saccheggi e violenze di ogni genere, devastano villaggi e aree coltivate, con un seguito di carestie, malnutrizione e malattie che hanno elevato la mortalità.

L’altra conseguenza è che il paese si frammenta, il trasporto delle merci si interrompe, le miniere cadono in mano al gruppo militare prevalente in zona, che si appropria delle royalties, tratta con gli acquirenti stranieri, chiede tangenti, ecc. Il commercio si trasforma in contrabbando diffuso, la produzione mineraria stessa si adatta. Accanto ai grandi giacimenti, si attivano piccole miniere a carattere artigianale, dove spesso il lavoro è coatto, presidiato da militari armati Si calcola che almeno il 20-30% del coltan, tungsteno, cobalto e oro vengano estratti così. Vi lavorano almeno 200 mila minatori, spesso bambini e adolescenti, la cui vita è molto breve, sia per l’endemica malnutrizione che per le condizioni di lavoro estreme. Per la concorrenza di queste “imprese artigiane” che praticano bassi prezzi, peggiorano anche le condizioni di lavoro e i salari dei luoghi di lavoro più concentrati. I lavoratori se possibile si impoveriscono ancora di più, i rapporti sociali si imbarbariscono ulteriormente [9]. Non c’è resoconto giornalistico che non testimoni di atrocità sempre nuove: uso e abuso dei soldati-bambini, razzie di cibo, stupri di donne e bambini, mutilazioni, incendi, ammazzamenti sommari. Il tutto con i contingenti Onu a fare da spettatori.

Arriva la Cina

Nel 2003 si firma formalmente una tregua, ma la guerra continua “a bassa intensità”, principalmente nell’Est del paese. Le società minerarie si adattano al contesto. Quelle che si adattano meglio solo le ultime arrivate, quelle cinesi. Nel 2006 si tiene a Pechino uno storico summit Cina-Africa cui partecipano 50 capi di stato africani. Le grandi società minerarie americane che avevano soppiantato quelle francesi, vendono pian piano a quelle cinesi. Nel 2008 il governo cinese riesce a firmare con Kabila uno storico mega accordo da 9 miliardi di $, grazie anche al fatto che il governo congolese è messo in ginocchio dai debiti (c’è stato il crollo delle quotazioni internazionali delle materie prime in seguito alla crisi) e strangolato dal FMI [10]. Costretto alla difensiva sotto il profilo della concorrenza economica, l’imperialismo Usa rafforza la carta militare, il governo Obama vara ufficialmente AFRICOM [11]. Gli Usa hanno una importante base militare in Ruanda a Cyangugu, il cui dittatore Kagame è un ex militare addestrato in Kansas ed è in grande amicizia col governo inglese. Dallo loro base gli Usa sono stati in grado di condizionare l’intervento francese in passato, e ora influenzano i recenti conflitti nell’Est Congo in funzione anticinese. All’inizio la Cina investe nel rame e nel cobalto del Katanga tramite la Wanbap Resources, poi nel cromo e nel nickel del Kasai (tramite la Cemec), ma punta anche al legname, di cui la Cina è affamata, e a piantagioni modello. Nel corso degli anni assorbe molti asset Usa, ad es. China Molybdenum (oggi CMOC), nel 2016 compra tutte le partecipazioni di Freeport-McMoRan e nel 2020 Tenke Fungurume Mining. Di conseguenza controlla 15 delle 19 miniere di cobalto del paese, garantendosi il 60% del suo fabbisogno; una acquisizione strategica in vista della battaglia mondiale per i veicoli elettrici. Per ora controlla l’80% della lavorazione mondiale del cobalto e gli Usa stanno correndo ai ripari: corteggiano il nuovo presidente Tshisekedi per rientrare nella corsa ai minerali congolesi.[12]

Guerre invisibili e cattiva coscienza

Spesso, negli articoli dedicati al Congo, gli autori si stupiscono dell’indifferenza del mondo davanti all’entità dei morti e degli atti di barbarie in Congo. Indignazione assolutamente condivisibile, stupore oggettivamente se non soggettivamente ipocrita. Nessun governo capitalista o imperialista ha mai avuto o ha oggi interesse a indagare sulle violenze e i massacri perché tutti, potendo, hanno partecipato e partecipano al festino. L’unica differenza è che se ai tempi di Mobutu i referenti da corrompere per accaparrarsi i minerali erano pochi, per quando avidi, e concentrati a Kinshasa, via via gli attori in campo si sono moltiplicati. Per gli anni recenti si parla di 120 diversi gruppi armati attivi in Congo. Come dichiara sconfortato a Vatican News un missionario comboniano, nessuno fra quelli che contano ha interesse a porre fine alla mattanza perché il grosso dei lauti profitti va in bocca alle multinazionali, che, certo, poi devono devolvere, corrompere capi e capetti. Ma fin che dura l’illegalità, non devono rispondere di quello di cui si appropriano né di come trattano i lavoratori o la popolazione [13].

Comunque, le élites borghesi del Sud del mondo si dimostrano rapaci come le multinazionali. Ci limitiamo all’esempio del Ruanda.

La vera natura delle guerre al confine Congo-Ruanda

Il presidente ruandese Kagame è all’origine dell’incidente aereo che innescò il genocidio del ’94 in Ruanda, grazie al quale fra le altre cose, scaricò nelle regioni congolesi una “sovrappopolazione” ruandese ingestibile. Dal 2007 il suo governo alimenta la guerriglia nel Congo orientale per garantirsi il regolare flusso del contrabbando di minerali che vengono venduti sui mercati della capitale Kigali, dove si affollano gli intermediari di Belgio, Germania, Gran Bretagna, India e Malesia. Il Ruanda, 8 milioni di abitanti, poche miniere attive, è il primo esportatore mondiale di oro e coltan. Oro e coltan che provengono illegalmente dal Congo. E per riportare il discorso su un terreno di classe ricordiamo che il 63% della popolazione ruandese vive sotto il livello di povertà, la stessa percentuale presente in Congo. Nell’ultima statistica attendibile risulta che il 20% dei più ricchi deteneva il 51,4% del PIL, mentre il 20% dei più poveri il 5,4%. Non è quindi un problema “tribale” fra ruandesi e congolesi, ma un problema di sfruttati e sfruttatori.

Kagame quindi scatena nel Nord Kivu fra il 2007 e il 2008 il movimento tutsi CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo) guidato da Laurent Nkunda, un tutsi ex ufficiale congolese e ex pastore della Chiesa Avventista del settimo giorno che raccoglie circa 6 mila uomini [14]. Quando il Ruanda spinge per una tregua, subentrano mercenari e ufficiali dell’Uganda, da cui poi si stacca l’M23 che anima la guerriglia del 2012-13 nei pressi di Kamango. La situazione è così internazionalizzata che nei negozi si paga in dollari e i soldati Onu si prestano a riciclare il denaro “sporco” per i nativi. Il Nord Kivu ha comunque un governatore “democraticamente eletto” che è pappa e ciccia con i capi delle milizie che hanno base a Goma, stimate in numero di 40. Del resto all’epoca anche il Katanga ha un governatore che si comporta come capo di uno stato sovrano. Nelle trattative per il cessate il fuoco del 2014 la novità è che si offrono come mediatori Sudafrica e Tanzania, che, ansiose di avere un ruolo, forniscono sostanziosi contingenti per l’Onu, che interviene a fianco del governo di Kinshasa. Nel 2014 compare la prima milizia islamista, l’ADL-Nalu.

Aumentano i focolai di guerra e quindi la corsa ai minerali

Analogo discorso fatto per il Ruanda si potrebbe fare per l’Angola e lo Zambia dove arriva su camion l’uranio grezzo smerciato illegalmente e fatto passare senza alcuna protezione nei villaggi; come pure per l’Uganda e lo Zimbabwe. Ed ora accanto agli europei, agli Usa e alla Cina si affacciano gli Emirati (che nel ’23 hanno concluso un accordo da circa 2 miliardi di $ per lo sfruttamento nell’est Kivu di 4 miniere di stagno, tantalio, tungsteno e oro), l’Arabia Saudita ed anche il Sudafrica e l’India.

Nel ’94 i burattinai erano la Francia e il Belgio, fra il 2007 e il 2015 si aggiunge la Germania che ha una forte presenza economica nell’interscambio con il Ruanda e spinge per una “soluzione federalista del problema Congo” [15].

L’ultima campagna militare lanciata intorno a Goma dall’M23 (a maggio 2022) ha stupito i commentatori: l’M23, che sembrava estinto, è riemerso, ma con una dotazione militare assai moderna, degna di un esercito regolare, esibisce armi israeliane, russe e francesi di produzione molto recente. Il copione dei disastri umanitari si ripete, con 200 mila sfollati in pochi mesi e un numero imprecisato di civili ammazzati o mutilati. Dietro sembra ci sia, come abbiamo anticipato, il desiderio dell’imperialismo Usa di rientrare negli affair del Congo [16] in un momento di grandi tensioni internazionali. L’imperialismo Usa deve come non mai mantenere la superiorità militare sui concorrenti, quindi non può lasciare alla Cina il semi-monopolio di alcuni minerali. In questo senso il governo è chiamato ad agire come “capitalista collettivo”, bypassando le multinazionali Usa che, con l’occhio ai dividendi, hanno venduto alla Cina.

Che fare?

Davanti a situazioni come queste, la reazione diffusa è un senso di impotenza. A parte alcune ONG che conducono lunghe ricerche e intentano cause legali per protestare per il rispetto dei diritti umani e contro il lavoro minorile, ben poco si fa o sembra potersi fare. Qualcuno invita a riflettere cosa c’è dietro ogni volta che prendiamo in mano un telefonino. Detto così, non porta molto lontano.

Occorre invece riflettere che a produrre tutto questo è un intero sistema produttivo mondiale tutto teso al profitto, con nessun riguardo per i costi umani. Almeno fino a quando la resistenza degli sfruttati lo contiene.

È combattendo qui e adesso, mettendo in discussione questo sistema a casa nostra, che prepariamo un futuro migliore.

[1] Il paese si chiamò Zaire fra il 1971 al 1997, per volontà di Mobutu che alimentava una retorica “indigenista” per coprire la sua collusione con la rapina delle risorse del paese operata dalle multinazionali occidentali. Spesso ci si riferisce a questo Congo come Congo-Kinshasa, dal nome della capitale, per distinguerlo dall’assai più piccola Repubblica del Congo con cui la RDdC confina a ovest e che a sua volta è detta Congo-Brazzaville (5 milioni di abitanti), ex colonia francese, mentre il Congo Kinshasa è ex colonia belga.

[2] La richiesta avanzata dal governo di Kinshasa di ritirare dal Congo le truppe Onu ha fatto notizia; nel dicembre ’23 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato il ritiro fra aprile e dicembre 2024. Al loro posto avrebbero dovuto intervenire le truppe della Comunità dell’Africa Orientale attualmente a guida kenyota, una proposta subito bocciata dal presidente congolese Felix Tshisekedi, che ha accusato la CAO di collusione coi ribelli. L’Onu era intervenuto pesantemente dopo l’indipendenza e prima dell’avvento di Mobutu in Katanga (missione ONUC). Torna in grande stile durante la Prima guerra mondiale africana (1999) con la sigla MONUC (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo) che nel 2010 diventerà MONUSCO (Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo) e, nel 2013, è sostituita dalla Forza di combattimento delle Nazioni Unite, l’Intervention Brigade. Nel 2003 consisteva in 10 mila uomini, adesso sono circa 18 mila, di cui 12.400 militari, 5 mila civili più vari funzionari per un costo annuo di 1,1 miliardi di $. Ufficialmente presenti a sostegno del governo in carica, i suoi soldati vengono spesso accusati nel migliore dei casi di inerzia e inefficacia, o di complicità con l’uno o l’altro protagonista bellico, in altri casi di abusi contro i civili. Il contingente Onu attuale è composto da pakistani, bangladeshi, nepalesi, sudafricani e marocchini per quanto riguarda i militari; le forze di polizia sono garantite da Senegal ed Egitto. Le perdite fra le loro fila sono le più alte rispetto a tutte le altre missioni di pace (salvo ora a Gaza). Ma spesso sono state accusate di abusi contro i civili e soprattutto in pochissimi casi hanno fatto la differenza rispetto alle violenze delle forze armate.

[3] Coltan è il nome industriale di una miscela di columbite e tantalite, da cui si estraggono il tantalio e il nobio. Il tantalio e il nobio hanno in comune la capacità di resistere a cariche elettriche e quindi a temperature altissime, quali sono richieste oggi da apparecchiature elettroniche anche di uso quotidiano, ma a maggior ragione dai circuiti dei satelliti. Sono nei microchip e nei circuiti stampati, nei cellulari e nei PC, ma anche nelle apparecchiature di aerei, droni e missili. Il nobio costa più dell’oro. Il coltan, che nel 1998 costava 2 $ al chilo, arrivò nel 2004 a 600 $.

[4] Il cobalto viene utilizzato oggi principalmente nella produzione di batterie al litio e leghe magnetiche, per renderle resistenti all’usura. Valutazioni prudenti sostengono che il Congo possieda da un terzo a metà delle riserve mondiali del cobalto, concentrate nel Katanga. Per approfondire, cfr. Siddharth Kara – Rosso Cobalto People 2023.

[5] Per un approfondimento, leggere il lungo articolo di Ngofeen Mputubwele (“La sanguinaria storia che il film Oppenheimer non racconta”) sulla vita dei minatori congolesi nelle miniere del Belgio, in particolare nel periodo bellico. Vi è anche citato il primo sciopero del 1941. https://www.wired.it/article/oppenheimer-uranio-congo-sfruttamento/

[6] La secessione rientrò dopo sanguinosi scontri con le truppe Onu nel 1973. Ma riprese nel 1977-78 durante l’era Mobutu (rivolta di Shaba). La UMHK fu nazionalizzata nel ’66 col nuovo nome di Gécamines e arricchì il governo Mobutu.

[7] Seguire le avventure in Africa di questa grande società mineraria, quotata nelle borse di Vancouver e Londra, è difficile per i suoi continui cambi di denominazione. Fondata nel 1995 con capitali Usa e Canadesi, dopo un accurato studio geologico delle potenzialità delle regioni a Est del Congo, nel 2006 ha cambiato nome in Ad Astra Minerals, e poi è stata acquistata dalla First Quantum Minerals.

[8] Nel gennaio 2014 Le Monde diplomatique ospita il macabro dibattito sulla conta dei morti. Pennivendoli al soldo delle società minerarie contestano l’uso della parola genocidio impugnata dalle associazioni umanitarie.

[9] Un caso eclatante spesso citato è quello delle miniere di uranio di Shinkolobwe in Katanga (https://www.pressenza.com/it/2011/09/la-xmaledizionex-di-shinkolobwex-lxestrazione-artigianale-dellxuranio-nel-katanga-xrdcx/), passate dai belgi alla Gécamines. Nello sfascio generale dello Stato il loro sfruttamento viene affidato agli ex dipendenti, che si organizzano in piccole cooperative artigianali che estraggono e contrabbandano il minerale senza alcuna protezione dalla radioattività. L’esercito di Kinshasa, mandato da Kabila a sorvegliare il tutto, si limita a chiedere un diritto di pedaggio ai contrabbandieri, perché i militari non ricevono per mesi la paga. Finché malattie e morti fanno il loro corso, il villaggio vicino di 15 mila abitanti viene evacuato e distrutto. Ma i minatori che scelta hanno? Morire di fame subito, o di radioattività dopo qualche anno.

[10] In quei mesi il rame ha perso il 75% del suo valore, i diamanti il 40% e il cobalto l’80%. La Cina offre al governo congolese prestiti a tassi meno onerosi di quelli del FMI tramite le sue banche, ad esempio la Exim Bank, e garantisce una quota maggiore di royalties sull’estrazione dei minerali. Investe ovviamente nelle miniere (viene creata in joint venture la Socomine, società mista sino-congolese), ma anche le ammoderna, progetta la costruzione di nuove strade (3.200 km in tutto), nuovi collegamenti ferroviari con il Katanga e con il Porto di Matadi sull’Atlantico (e qui operano – la Sinohydro e la Crec (China Railways Engineering Company). Ma anche garantisce la riattivazione delle dighe distrutte fra cui Inga, 31 ospedali e 145 centri sanitari e opere di fognature in varie città.

[11] Questo “Comando degli Usa in Africa”, che è responsabile per le operazioni militari statunitensi che si svolgono in tutto il continente africano ad esclusione del solo Egitto, riflette la crescente importanza strategica dell’Africa e mira a difendere meglio gli interessi statunitensi nel continente e a sorvegliare con più efficacia le “zone calde” del Sahara, del Sahel, del Corno d’Africa e del Golfo di Guinea.

[12] https://www.focsiv.it/la-corsa-ai-minerali-critici-nella-rep-democratica-del-congo-e-i-conflitti-per-il-loro-controllo/https://saveriani.it/collaboratori/item/ruanda-vulcano-assopito

[13] Rivelatore l’accordo firmato il 5 dicembre ’22 tra la multinazionale svizzera Glencore e il governo di Kinshasa, con cui la società si impegna a versare 180 milioni di $ a compensazione definitiva di eventuali comportamenti non etici tenuti dalla compagnia nel periodo 2007-18. L’azienda possiede la miniera di cobalto di Mutanda, presso Kolwezi (cobalto) e il 75% della Kamoto Copper Company in joint venture con Gécamines e l’australiana Simco. Il versamento è preventivo rispetto al processo intentato da varie ONG con accuse che vanno dalla violazione dei diritti umani, al lavoro minorile, all’inquinamento, all’evasione fiscale https://www.nigrizia.it/notizia/rd-congo-accuse-di-corruzione-glencore-patteggia e https://www.swissinfo.ch/ita/economia/la-glencore-accusata-di-gravi-violazioni-in-congo/29700010

[14] Contro Nkunda Kinshasa manda 3.500 uomini. Gli scontri provocano un milione di sfollati e circa 600 mila morti nei primi 6 mesi. I governativi sono affiancati dagli Hutu ruandesi del FDL e da truppe regolari di Zimbabwe e Angola (che fornisce anche le armi). Da entrambe le parti si usano soldati bambini. Inenarrabili le violenze. Nkunda si presenta come difensore dei Tutsi discriminati in Congo, ma chiede anche che il Nord Kivu gestisca il 60% del valore dei minerali estratti e solo il 40% vada al governo centrale; per questo chiede la cancellazione della joint venture Congo-Cina del 2006 (https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=22675 e Limes del 30 dicembre 2015).

[15] German Foreign Policy del 06-03-15 rivela gli interessi della Germania in una miniera gestita dalla Somikivu che estrae coltan nella miniera di Lueshe; Kabila, per fare cassa, tenta di vendere la concessione a una società austriaca, e allora la Germania assolda un gruppo locale il “Rassemblement Congolais pour la Démocratie” per eliminare i rivali e salvaguardare i propri investimenti.

[16] https://africa24.it/2023/09/12/repubblica-democratica-del-congo-rdc-le-nazioni-mondiali-si-contendono-le-risorse-minerarie-della-rdc/; https://www.analisidifesa.it/2021/03/congo-inferno-dimenticato/

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Riquadro 1 – L’uccisione di Luca Attanasio e la presenza italiana

Dell’Africa si parla molto in Italia. Della R.D. del Congo molto meno. Solo nel febbraio 2021 l’assassinio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio fece scalpore da noi e all’estero. Per il resto, del Congo si occupa prevalentemente la stampa missionaria e vaticana (il 41% dei congolesi è cattolico) e la pubblicistica pacifista. Il perché di questo scarso interesse è presto detto. L’Italia nella RDdC non conta nulla. L’ultimo accordo di cooperazione firmato è del 1985, e non ha avuto seguito. Il modesto interscambio commerciale (440 milioni di € circa) consiste principalmente nell’acquisto di minerali da parte dell’Italia. Le poche imprese presenti sono iniziative individuali nel campo delle costruzioni e nel settore alimentari-ristorazione. Il Congo non rientra neanche nel dibattito della “emergenza immigrati”: ci sono in tutto poco più di 6 mila congolesi, concentrati a Roma, Torino e Padova. L’uccisione di Luca Attanasio, ambasciatore dal 2017, è avvenuta il 22 febbraio del 2021, non a caso nei pressi di Goma, la capitale del Nord Kivu, posta all’estremità est del paese, a 2.400 km dalla capitale, cioè in un’area del tutto al di fuori del controllo del governo centrale. Le autorità locali hanno cercato di derubricarla ad una rapina finita male. L’Espresso ha sostenuto una matrice italiana dell’agguato (Attanasio stava per scoperchiate un traffico di visti concessi illegalmente da funzionari corrotti del Consolato italiano). Tutti hanno deplorato “l’imprudenza” di muoversi senza protezione in un’area notoriamente insicura al confine con il Rwanda, ma Attanasio era con funzionari Onu (del World food programme). Indagati, costoro nel febbraio 2004 hanno ottenuto l’immunità dal Tribunale di Roma, privilegio riconosciuto per “consuetudine” secondo il Ministero degli Esteri italiano. È noto l’interesse dell’Eni ad entrare nella spartizione delle risorse e questo può aver dato fastidio a qualcuno. Poiché una parte dei militari e poliziotti congolesi è corrotta e in combutta con ribelli e banditi, ci sarebbe stata una fuga di notizie sugli spostamenti di Attanasio. Uno dei tanti omicidi destinato, sembra, a restare impunito. Nel maggio ‘21, il presidente congolese Tshisekedi ha proclamato lo stato d’assedio nell’Ituri e nel Nord Kivu, ma non è riuscito a farlo rispettare.

Riquadro 2 Sintesi cronologica della Repubblica Democratica del Congo

1884-1908 – l’attuale RDdC diventa proprietà personale di Leopoldo II, re del Belgio.

1908-1960 – dominio coloniale belga.

30 giugno 1960 – il Belgio concede l’indipendenza. Da subito si profila lo scontro fra il presidente filoamericano Kasavubu e il primo ministro nazionalista pan-africano Patrice Lumumba.

11 luglio 1960 – secessione del Katanga. Segue a breve la secessione del Kasai. Centinaia di mercenari europei combattono nelle file dei vari fronti.

Gennaio 1961 – Patrice Lumumba viene giustiziato [il suo corpo è squartato in 34 parti e poi sciolto nell’acido] per ordine del colonnello Mobutu. [Dietro questo ordine ci sono gli imperialisti belgi, francesi e statunitensi, con l’assistenza delle truppe Onu. – n.]. A Kindu 13 aviatori italiani, che dovevano rifornire un contingente Onu, scambiati per belgi, vengono massacrati.

1964-1996 – dominio personale di Mobutu [Questo lunghissimo periodo è suddiviso nettamente in due parti. Nel primo decennio Mobutu si fa promotore di una campagna politico-ideologica contro il tribalismo e contro la soggezione all’Occidente, per la formazione di un’unica nazione e di un unico stato “pan-congolese” in nome della “autenticità congolese”, e nazionalizza (contro gli interessi belgi) l’Union Minière. Profittando di una congiuntura economica internazionale favorevole legata all’alto prezzo del rame, Mobutu promuove, ma in modo caotico e con un gusto ‘faraonico’, degli investimenti infrastrutturali tesi, nelle intenzioni, a “zairenizzare” l’economia del paese con il sostegno dello stato. Questa prima fase si chiude bruscamente con l’avvento della crisi di metà anni ’70 e la fine della guerra del Vietnam (che aveva contribuito in modo decisivo a tenere elevato il prezzo del rame); inizia una seconda fase del “regno” di Mobutu caratterizzata dal crollo del pil, dall’esplosione del debito estero (che sale di dieci volte dal 1975 al 1990), da un’inarrestabile inflazione. Il potere di Mobutu, che sarà progressivamente sempre più dispotico e sanguinario, si regge per vent’anni sempre più grazie ai prestiti a cascata del Fondo monetario internazionale, di cui il Congo diventa membro votante, ottenuti per decisione di Stati Uniti e Francia. Il paese passa sempre più sotto il dominio occidentale, e il regime di Mobutu si vende come la diga che impedisce alle forze “socialiste” di prendere piede nella regione. Icastica l’espressione ritornante in rapporti della CIA: “Mobutu is a bastard, but is our bastard”. Con il crollo del “socialismo reale”, di simili “bastard” non c’è più stato bisogno, meno intermediazioni…].

1994 – Kinshasa è risucchiata nel conflitto dei Grandi Laghi.

1996-7 – Prima guerra del Congo.

1997 – Laurent Kabila nuovo presidente.

1998-2003 – Prima guerra mondiale africana. Il 16 gennaio 2002 Laurent Kabila è assassinato, gli succede il figlio Joseph che firma un cessate il fuoco il 18 luglio 2003.

2006 – leprime elezioni regolari confermano Kabila.

2007-8 – guerra a bassa intensità nel Nord Kivu fra le truppe di Kinshasa e le milizie tutsi di Nkunda, sostenute dal Ruanda.

2009 – Nkunda è silurato dal Ruanda; si firma una tregua, i suoi mercenari vengono assoldati dall’Uganda.

2012-13 – campagna militare della milizia M23, a Kamango, al confine con l’Uganda.

2016 – scontri nel Kasai.

2018 – elezione del nuovo presidente Félix Tshisekedi; il primo ministro, Michel Sama Lukond Kyengee è stato direttore di una delle più importanti compagnie minerarie di Stato, la Gécamines (ed è sostenuto dal potentissimo uomo d’affari Moise Katumba).

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