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“L’Europa è indifendibile”, a cominciare dall’Italia, di Pietro Basso

Da tempo non ritorniamo sulle vicende concernenti le migrazioni, sulla guerra permanente agli emigranti e agli immigrati dell’Italia e dell’Unione europea. Lo facciamo per non ripetere all’infinito ciò che abbiamo già detto nel n. 3 del Cuneo rosso in cui abbiamo presentato un’ampia analisi di questo fenomeno epocale fondamentale per la rinascita del movimento proletario. Ma il gran parlare che si fa in questi giorni – in termini per lo più elogiativi, o molto elogiativi – dell’accordo Italia-Albania per la costruzione di uno o più kampi di concentramento per emigranti, della “nuova” politica dell’UE in materia sempre più intrisa di esplicito razzismo istituzionale, di come funzioni bene l’accordo con la Tunisia, dei maneggi con il generale-macellaio al-Sisi per replicare tale accordo, ci ha spinti a pubblicare la prefazione che Pietro Basso ha scritto ad un racconto-verità (o romanzo breve) appena pubblicato da Calibano Editore: Inferno a Rosarno di Marco Gabbas.

Alle volte i ripassi, non guastano. E ribattere il chiodo che l’Italia e l’Europa colonialiste e imperialiste sono “indifendibili”, e non soltanto per quello che stanno facendo a Gaza e in Ucraina, non è mai di troppo. (Red.)

Prefazione a Inferno a Rosarno, di Marco Gabbas

“L’Europa è indifendibile… […], è moralmente, spiritualmente indifendibile”: la sentenza senza appello di Aimé Césaire, contenuta nel suo indimenticabile Discours sur le colonialisme, è il primo pensiero che mi è venuto in mente leggendo questo asciutto racconto di una drammatica esperienza di emigrazione-immigrazione – un racconto fatto in prima persona da un giovane proveniente dall’Africa sub-sahariana approdato sulle rive meridionali, italiane, della civilissima Europa.

La sentenza di Césaire sull’Europa ben si attaglia all’Italia di oggi che ancora una volta, a distanza di un secolo da altre sue memorabili imprese, torna a porsi come l’avanguardia della reazione europea nella guerra a tutto campo agli emigranti, a promuovere orgogliosa (priva di vergogna, cioè) un razzismo di stato intriso di spirito e morale coloniali.

Purtroppo “in questa storia è quasi tutto vero”. Si potrebbe anche lasciar cadere il “quasi” senza timore di distorcere la realtà delle cose, qui rappresentata con un realismo crudo che non ha bisogno di ricorrere a toni sovreccitati. A cominciare dalle pagine dedicate all’attraversamento del Sahara che – non lo si deve far sapere – è ancor più tragico per decine di migliaia di emigranti dello stesso attraversamento del Mediterraneo. Non lo si deve far sapere, perché se esistesse un album fotografico à la Sebastião Salgado di queste transumanze umane attraverso il deserto su autentici carri-bestiame, apparirebbe ancor più chiaro che in pieno ventunesimo secolo è in corso una nuova tratta degli schiavi (non soltanto dall’Africa). E che a guidarla e controllarla sono le stesse nazioni di grandi trafficanti dei secoli passati che, con una prassi lungamente collaudata, si servono ancora di tanti piccoli trafficanti africani – quelli che hanno avuto in passato e hanno al presente il torto irreparabile di “compromettere l’Africa davanti a sé stessa” ad esclusivo beneficio degli schiavisti colonizzatori.

A parlarvene, qui, è uno di questi moderni schiavi (sotto)salariati destinato ad essere bracciante, manovale edile, facchino, poi di nuovo bracciante, in Sicilia, Campania, Calabria, l’andirivieni per la penisola che tocca in sorte a quanti sono illegalizzati, clandestinizzati da politiche migratorie attentamente studiate per rendere arduo, il più arduo possibile, l’accesso alla regolarità, la massima tra le aspirazioni iniziali degli immigrati.

Già, le politiche migratorie… quanto è spessa la coltre di mistificazione che le accompagna! Dichiarano fini non corrispondenti ai reali obiettivi perseguiti, perseguono obiettivi non dichiarati, anzi spesso negati. Ciò non sorprende, specie nella patria del Machiavelli, che ha mostrato come l’arte del governo non ha nulla a che vedere con la morale, e il ben governare s’identifica con l’efficienza politica, con la capacità di raggiungere dati scopi con tutti gli strumenti necessari. Nel caso dell’immigrazione lo scopo primario (non l’unico) dei poteri costituiti, economici e politici, mai apertamente dichiarato anche quando si ammette che “gli immigrati sono una risorsa”, è quello di usarli, donne o uomini che siano (non disprezzando una quota in crescita di minori), per abbassare il livello medio dei salari e dei diritti dell’insieme della classe lavoratrice. Questo perché il paese di immigrazione si appropria di una forza di lavoro, talvolta ben qualificata, senza aver dovuto pagare i costi del suo allevamento e della sua formazione; e nello stesso tempo perché questa nuova forza-lavoro che arriva dall’esterno dei confini nazionali è obbligata ad accettare, per stato di necessità, condizioni di lavoro e di esistenza differenziate in peggio rispetto alla popolazione lavoratrice autoctona – il razzismo istituzionale serve appunto a legittimare e riprodurre questa inferiorità sociale, che costituisce un vantaggio competitivo a cui la sempre più asfittica economia europea non intende assolutamente rinunciare, stretta com’è tra i due giganti d’Occidente e d’Oriente.

Se si ha presente l’inesauribile bisogno di forza-lavoro immigrata dell’Europa e dell’Italia, tale anche per ragioni di ordine demografico e per la sostituzione in atto di tante prestazioni di welfare pubblico con forme di assistenza privata, non si può prendere alla lettera neppure gli appelli delle forze xenofobe e razzistoidi, o francamente razziste, ad azzerare del tutto l’immigrazione. Immigrazione zero, o l’Alt à l’immigration sauvage della famiglia Le Pen, non hanno altro significato effettivo che immigrazione a zero diritti (ove fosse possibile).

Ci parla di tutto ciò e di altro ancora, il nostro emigrante sub-sahariano. Che non è però un emigrante ignaro di tutto, come pure ce ne sono. Egli ha nel suo bagaglio culturale – anche questo è vero di molti emigranti dall’Africa nera – Franz Fanon, la rivolta di Soweto, Nelson Mandela. E perfino il Primo Levi di Se questo è un uomo, incontrato negli anni di università – una di quelle università, forse, disattivate oggi dai piani di ristrutturazione del debito forgiati come armi letali “di pace” dal FMI e dalla Banca mondiale, a stare ai quali l’istruzione è un lusso insostenibile se si è, colpevolmente, nati “laggiù”.

Incontreremo così i nuovi campi di concentramento per “sub-umani”, costruiti con democratici fondi europei in Nord Africa, nei quali la dignità umana è calpestata con brutalità e cinismo; la fame, la sete, l’onnipresente paura; i primitivi mercati delle braccia nelle albe agli incroci di strada; il super-sfruttamento nei campi di pomodori e arance; il lavoro senza contratto; le paghe al di sotto dei bisogni di sopravvivenza; i prelievi usurari dei proprietari di baracche e casupole abbandonate; i soprusi e la violenza dei caporali; i bagni separati; il controllo asfissiante delle polizie; il terrore incombente delle bande malavitose libere di spargere impunemente il sangue degli immigrati quando funzionale allo svolgimento dei loro affari; i processi di disperata marginalizzazione in cui piccoli segmenti delle genti immigrate vengono precipitati con la prostituzione e la soggezione alle droghe. Ed anche il coinvolgimento attivo di bande di immigrati nelle attività della criminalità organizzata, con i relativi attriti e conflitti con i signorotti autoctoni del territorio, che in un modo o nell’altro finiscono per scaricarsi sui più indifesi tra gli immigrati.

E poi… le rivolte, narrate con passione anch’esse, in prima persona, da un loro testimone attivo. Le rivolte africane di Castelvolturno (19 settembre 2008) e Rosarno (7 gennaio 2010). Perché, come ne I dannati della terra, “ad un certo punto i colonizzati capiscono che possono ottenere qualcosa solo con la forza”: si trattasse anche solo di affermare la propria esistenza, e la necessità per chi comanda e opprime di dover tenerne conto. All’improvviso, senza rispondere ad un ordine, i molti di solito dispersi e passivi diventano “un corpo solo, alimentato dalla stessa forza”: “se mi uccidono un fratello, che faccio, resto a guardare?”. E per una volta, davanti alla “voglia di distruzione” dei rivoltosi, la paura si trasferisce nel campo di quelli che di solito diffondono paura tra gli immigrati. Così l’apartheid e la lotta contro l’apartheid sono arrivati dai campi dell’Abissinia dove si materializzò, ad Adua, la prima grande vittoria militare dei neri sui bianchi e dai sobborghi di Johannesburg in Italia, in tempi di perdurante apartheid globale e di globale guerra agli emigranti e agli immigrati. Con l’orgoglio di essersi comunque battuti.

Già, perché come non mi stancherò mai di ripetere, per quanto “ostracizzati, repressi, usati come limoni da spremere fino all’ultima goccia e, se possibile, gettare, discriminati a tutti i livelli, ‘benevolmente’ inchiodati alla propria miseria di partenza o alle proprie vere o presunte diversità ‘antropologiche’ o culturali’, i lavoratori immigrati sono stati nondimeno in passato e sono all’oggi, con quante difficoltà si può comprendere, dei soggetti della vita sociale e politica. […] la massa degli immigrati non accetta, non può accettare passivamente la condizione di inferiorità sociale, giuridica, politica, culturale che le nostre società, che l’Europa, per restare al tema, affibbiano loro sistematicamente prima ancora che essi abbiano messo piede sul continente. E il loro rifiuto ad essere i paria dell’Europa, che ha assunto e assume ancor oggi le forme più diverse [anche quella della rivolta, ovviamente – n.], non cessa di essere libero e volontario solo per il fatto di essere ‘obbligato’ da quelle stesse misure che vorrebbero renderlo impossibile” (*). Uno dei risultati più tangibili di questa resistenza è la progressiva regolarizzazione della grande maggioranza delle immigrate e degli immigrati come primo presupposto di ogni altra forma di riconoscimento: in Italia, dopo vent’anni dal varo della legge tagliola Bossi-Fini studiata per rendere difficile la condizione di regolarità, il rapporto tra immigrati regolari e immigrati irregolarizzati è di 10 a 1 (e le acquisizioni di cittadinanza hanno largamente superato il milione).

In realtà – indipendentemente dal grado di coscienza anche solo rudimentale che possano averne – le popolazioni immigrate sono portatrici di bisogni di emancipazione, di riscatto sociale, individuale, nazionale, “razziale”. Ed è questo impulso storico irrefrenabile che fa del fenomeno migratorio un potente fattore universale di trasformazione sociale. Il fenomeno delle migrazioni internazionali, e dell’immigrazione dai quattro angoli del mondo verso l’Italia e l’Europa, non è un fenomeno passeggero o un’emergenza – dovrebbe essere evidente –, e neppure una sequenza di emergenze. È un fenomeno epocale che sta trasformando in modo irreversibile la nostra società, le nostre società in società multinazionali, multirazziali, multiculturali. Per quanti conflitti e scontri questo processo comporti, e li comporterà senz’altro, esso, macinando le obsolete ‘differenze nazionali’, farà compiere alle nostre società, alla nostra socialità, alla nostra specie, un grande passo in avanti.

A questa evoluzione in avanti sta dando il suo prezioso apporto la letteratura delle migrazioni, che vive ormai di continui, molteplici apporti anche in lingua italiana, e in cui questo lavoro di Marco Gabbas si inserisce di diritto. Di nuovo la parola ad Aimé Césaire: “Abbiamo bisogno di una società nuova, con l’aiuto di tutti i nostri fratelli schiavi, ricca di tutta la potenza produttiva moderna, scaldata da tutta la fraternità antica”. Egli si riferiva alla rinascita dell’Africa affinché si liberasse dall’ossessione illusoria di poter rieditare il passato, da ogni “roba da amatori di esotismo”. Ma vale anche per noi cittadini dell’Europa e del mondo che nel frattempo abbiamo appreso ad essere molto più guardinghi nei confronti della “potenza produttiva moderna”, avendone toccato la crescente distruttività, e abbiamo sperimentato – anche grazie alle migrazioni – forme di fraternità potenzialmente più complete ed esaltanti di quelle antiche. Resta del tutto vero, però, che il compimento di questo processo esige un rivolgimento sociale totale: “la salvezza dell’Europa non è affare di una rivoluzione nella metodica, ma è la Rivoluzione da fare; quella che alla stretta tirannia di una borghesia disumanizzata sostituirà, aspettando l’avvento di una società senza classi, la preponderanza dell’unica classe che abbia ancora una missione universale poiché, nell’intimo della sua carne, soffre di tutti i mali della storia, di tutti i mali universali: il proletariato”.

È questo il saluto del grande letterato martinicano al giovane proletario africano che qui vi parla. E a voi lettori interessati ad ascoltarne il racconto veritiero e senza fronzoli.

2 agosto 2023

(*) P. Basso – F. Perocco (a cura di), Gli immigrati in Europa. Diseguaglianze, razzismo, lotte, Angeli, Milano, 2003 (7^ ristampa, 2022), pp. 42-43.

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