
Riprendiamo e traduciamo da CounterPunch questo articolo di Sonali Kolhatkar sui legami sussistenti tra l’attuale scenario di crisi climatica e le condizioni dei lavoratori. La denuncia contenuta in questo pezzo è senza dubbio di qualità, specialmente per il modo in cui sono messe in luce le sistematiche distorsioni operate dai mezzi di comunicazione di massa quando affrontano questi problemi (sempre, sottolinea l’Autrice, dal punto di vista della produzione; del capitale, diciamo noi), ma ci sono un paio di aspetti che restano nell’ambiguità. Pur riconoscendo l’intreccio tra la sfera produttiva e quella riproduttiva (nella dimensione climatica, per lo meno), l’accento negativo che Kolhatkar pone in larga misura sul ruolo delle corporations (cioè delle grandi imprese) finisce quasi per oscurare il carattere integralmente sistemico della questione, legata alla natura stessa della formazione sociale capitalistica in quanto tale, a prescindere dalla grandezza e potenza delle imprese. Allo stesso modo, benché Kolhatkar metta in evidenza il sostegno della politica istituzionale all’accumulazione capitalistica, individua la ragione di tale stato di cose nelle “obbligazioni” che i politici hanno “nei confronti dei lobbisti”: in realtà, però, il fondamentale ruolo di sostegno all’accumulazione capitalistica svolto è svolto dalla macchina statuale in quanto tale, a prescindere da vincoli personalistici o partitici di sorta. (Red.)
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Mentre quest’estate le temperature negli Stati Uniti schizzano al cielo, alcuni di noi sono tanto fortunati da potersene rimanere in stanze con l’aria condizionata, ordinando a domicilio cibo, frutta e verdura, vestiti e altri prodotti. Gli altri, impegnati a sfacchinare nel caldo estremo per prelevare dai roventi scaffali dei magazzini e lasciarli ai margini delle strade dopo aver guidato in roventi furgoni per le consegne, rischiano la propria salute e persino la propria vita. Luglio 2023 è stato in assoluto il mese più caldo del pianeta. Da sempre.
A San Bernardino (California), dove il gigante delle consegne Amazon ha un magazzino e un hub immenso, le temperature hanno raggiunto i 38 °C per la maggior parte dei giorni di luglio, e il calore è stato pericolosamente elevato per l’intera estate. I lavoratori dello Inland Empire Amazon Workers United (IEAWU) hanno protestato per le pericolose condizioni di lavoro e hanno rivolto le proprie lamentele alla CAL-OSHA, la divisione statale dell’Occupational Safety and Health [Salute e Sicurezza sul Lavoro, N.d.T.]. Un lavoratore, Daniel Riviera, ha dichiarato a Fox11: “La principale preoccupazione di Amazon è la produzione. La sicurezza non è una priorità, se non quando è troppo tardi”.
Ciò di cui siamo testimoni nel caso di queste occorrenze fin troppo comuni è l’intersezione del cambiamento climatico di origine capitalistica con lo sfruttamento del lavoro di natura capitalistica. Si tratta di una combinazione letale, discussa peraltro con modalità che ne oscurano ad un tempo cause e soluzioni.
Prendiamo per esempio i corporate media, la cui copertura di questi fatti si è concentrata intorno alla parola d’ordine pro-business di “produttività”. La CBS si preoccupava, in un servizio del 1° agosto 2023, di “Come il caldo influenza la produttività dei lavoratori – e cosa ciò comporta per l’economia”. Allo stesso modo il New York Times si rammaricava, nel titolo di un pezzo pubblicato il 31 luglio 2023, di come “Il caldo sta costando all’economia statunitense miliardi in produttività perduta”. Il costo per l’economia (un eufemismo per “valori azionari” e “margini di profitto”) è ciò che importa – non la sicurezza e la salute degli essere umani. Perciò è una questione di prima importanza il fatto che, con le parole del Times, “più di 2,5 miliardi di ore di lavoro nell’agricoltura, edilizia, manifattura e nel settore dei servizi negli Stati Uniti sono stati persi a causa dell’esposizione al caldo”
La storia del Times citava R. Jisung Park, economista del lavoro e dell’ambiente, che si diceva preoccupato dal momento che “la performance [dei lavoratori] crolla drasticamente nel caso di esposizione al calore” e che perciò “temperature elevate finiscono per insudiciare gli ingranaggi dell’economia”.
La crisi climatica provocata dall’industria pare essere proprio un problema quando si tratta degli standard di performance richiesti dal sistema di sfruttamento dei lavoratori che l’industria mette in atto!
Non dovremmo essere sorpresi che, in un’economia strutturata in modo da vedere nei lavoratori mere unità di produzione in un sistema di sfruttamento imposto dall’alto ed esclusivamente finalizzato al profitto, i media rigurgitino di una tale serie di narrative ciniche, fondate su valori capitalistici ormai internalizzati.
L’amministrazione del presidente Biden, almeno all’apparenza, fa mostra di essere incentrata sulla sicurezza e sul benessere dei lavoratori. Nel tardo luglio il presidente ha domandato al Dipartimento del Lavoro di “emanare il primo Hazard Alert [letteralmente: “avviso di rischio”, N.d.T.] per il calore di sempre”, e di incrementare le protezioni per i lavoratori in relazione al caldo. “L’Hazard Alert riaffermerà il fatto che i lavoratori godono di protezioni relative al calore secondo la legge federale”, ha annunciato la Casa Bianca. L’amministrazione Biden ha sottolineato orgogliosamente come essa “abbia continuato a portare avanti l’agenda climatica più ambiziosa nella storia americana” e che, di contro, “molti repubblicani al Congresso continuano a negare l’esistenza stessa del cambiamento climatico”.
Eppure, nei suoi primi due anni, l’amministrazione Biden ha concesso l’approvazione a più permessi per l’estrazione di petrolio e di gas di quanti furono garantiti nei primi due anni di vita della precedente amministrazione repubblicana di Donald Trump. Un’attivista per il clima di 21 anni, Elise Joshi, ha affrontato nel tardo luglio di quest’anno Karine Jean-Pierre, la segretaria per la stampa della Casa Bianca, dicendo: “Un milione di giovani ha scritto all’amministrazione implorandola di non approvare un disastroso progetto di trivellazione petrolifera in Alaska, e siamo stati ignorati”. Il video della coraggiosa azione di Joshi è diventato virale.
Se Biden è davvero interessato alla salute e alla sicurezza dei lavoratori nel contesto di un clima sempre più caldo, e lo è anche nei riguardi del futuro di giovani come Joshi, egli ha il potere di fare molto più che limitarsi a imporre il rispetto degli standard di sicurezza – una misera rattoppatura che non servirà ad alcunché ai fini di arrestare il riscaldamento globale.
Il Center for Biological Diversity ha dedicato un intero sito web, BidensClimatePowers.org, per spiegare tutto ciò che il Presidente potrebbe fare immediatamente, senza il bisogno di approvazione da parte del Congresso. Le raccomandazioni includono il rifiuto della concessione di nuovi permessi per progetti riguardanti i combustibili fossili, come Joshi lo ha supplicato di fare.
Né i media al soldo delle grandi imprese né i politici (con le loro obbligazioni nei confronti dei lobbisti) intendono affrontare con onestà la questione della combinazione tra sfruttamento del lavoro e cambiamento climatico. Mai ne viene messa in luce né la causa comune – l’avidità delle corporations –, né la comune soluzione – l’estirpazione di quell’avidità.
I primi mesi della pandemia del COVID-19 sono stati una sorta di prova per ciò che ora accade nel caso della catastrofe climatica che inviluppa il pianeta.
Persino quanti godettero del lusso di lavorare da casa durante i lockdown venivano valutati in termini di produttività. In un primo momento l’America delle corporations celebrò il fatto che le persone lavorassero con maggiore lena dalle loro case rispetto ai luoghi di lavoro, liberi dal consumo del tempo del pendolarismo e dalle distrazioni del cameratismo tra persone. Ora, mentre molti lavoratori si rendono conto di non voler essere gli ingranaggi in un macchinario di proprietà altrui, Fortune.com strombazza un titolo come: “La produttività dei lavoratori americani è in declino al tasso più rapido degli ultimi 75 anni – e potrebbe verificarsi una guerra dei CEO contro il WFH” [Work From Home; Lavoro da casa, N.d.T.].
Allo stesso tempo, coloro sul lavoro dei quali la società fa affidamento furono etichettati come “essenziali” e furono mandati a lavorare, affrontando impavidamente un virus letale, spesso privi di adeguate misure di sicurezza. Persino lavorare per un fruttivendolo durante la pandemia è costato la vita ad alcune persone. Un terzo di tutti i lavoratori statunitensi era considerato essenziale. Non sorprende che in essi c’era una quantità sproporzionata di persone a basso reddito e di colore. Possiamo supporre che lo stesso accadrà anche in un quadro di riscaldamento del clima mentre persone come Daniel Rivera, il lavoratore al magazzino Amazon di San Bernardino, sgobbano nel calore rovente in modo che le ruote della produttività continuino a girare.
Proprio come le corporations si preoccupano poco delle vite dei lavoratori, la crisi climatica è il prevedibile risultato di un’economia strutturata al fine di massimizzare i profitti degli azionisti, e non per garantire un pianeta vivibile per le future generazioni. Kim Stanley Robinson, un autore di fantascienza, ha unito i puntini nel suo romanzo New York 2140. “Stiamo pagando una frazione di quanto costi effettivamente produrre le cose, ma allo stesso tempo il pianeta, e i lavoratori che quelle cose le producono, si beccano sui denti quei costi non pagati”, ha detto Robinson. Non possiamo lasciare che siano romanzieri impegnati a tratteggiare futuri distopici gli unici a identificare le comuni cause del cambiamento climatico e dello sfruttamento del lavoro.
Il modo in cui è organizzato l’attuale sistema economico privilegia il benessere del solo 1% di tutti gli esseri umani. Che si tratti della letalità di un virus o del clima, a meno che non identifichiamo con chiarezza i problemi sistemici e ridisegniamo il sistema economico perché procuri il benessere di tutti gli umani, il futuro non sarà vivibile, rendendo i discorsi sulla “produttività” accademici nel senso più letale possibile.
Sonali Kolhatkar è la creatrice, conduttrice e produttrice esecutiva di Rising Up With Sonali, uno show televisivo e radiofonico in onda su Free Speech TV (Dish Network, DirecTV, Roku) e le stazioni di Pacifica KPFK, KPFA e affiliati.
