
La notizia. Settembre 2022, ala psichiatrica della prigione di Fulton, una cella sudicia. Lashawn Thompson, giovane nero affetto da malessere mentale in custodia da alcune settimane per un reato minore, disturbo alla quiete pubblica probabilmente, viene trovato cadavere. Il corpo, il volto, martoriati dalle escoriazioni, brulicanti di cimici e pidocchi, che l’hanno “mangiato vivo” – denuncia la famiglia.
Smentendo il parere dei medici incaricati dalle autorità, l’autopsia indipendente finanziata da un ex-giocatore della NFL appura che ne hanno causato la morte lo stato di denutrizione e disidratazione, l’aggravarsi della malattia mentale, l’estesa infestazione. La reazione rassicurante delle autorità, apparentemente costernate e prodighe di promesse, ed il risarcimento appena concesso alla chetichella alla famiglia – motivo per cui la notizia è stata dai media dissotterrata da sotto la mole della cronaca – avvolgono questo fatto atroce in un batuffolo di ovatta.
Silenzio, a differenza dei casi Jayland Walker e George Floyd, tra gli altri. Forse perché la brutalità dello Stato viene lì resa palese dalla violenza, comunque impunita, della polizia, e suscita la reazione di sdegno del “pubblico” progressista e soprattutto la mobilitazione del movimento antirazzista. L’impressione è che nella rappresentazione mediatica, peraltro alquanto parca, Lashawn Thompson sia invece stato una piccola comparsa nello spettacolo anestetizzante della cronaca nera.
Tuttavia, le denunce di qualche associazione in difesa dei diritti civili, e della comunità nera in particolare, e l’inquadramento dato alla notizia da alcuni giornalisti seri forniscono degli elementi che fanno della morte, anzi dell’omicidio, di Lashawn Thompson, un caso emblematico di razzismo istituzionale made in Amerika. La maggior parte dei detenuti nel carcere di Fulton, in attesa di giudizio per reati minori (misdemeanor), marcisce in cella perché è materialmente impossibilitato a pagare la cauzione. Dall’ispezione ipocritamente effettuata solo in seguito alla morte di Thompson risulta che pressoché tutti i detenuti affetti da disturbi psichici sono in condizioni di denutrizione e disidratazione. Infine, bisogna ricordare che il tasso di incarcerazione dei Black Americans è quasi cinque volte superiore a quello della popolazione bianca.
“Un’eredità perdurante e dolorosa di subordinazione razziale” – deve notare al riguardo The Sentencing Project, ente progressista di per sé piuttosto morbido. Il fratello di Lashawn, McCrae, l’ha spiegato con una semplice immagine. Ha detto che quel volto martoriato dagli insetti gli ha portato alla mente il viso sfigurato di Emmet Till, l’adolescente torturato a morte dai suprematisti bianchi.

La barbara uccisione di Lashawn Thompson come ennesimo caso di razzismo istituzionale, dunque, nella pretesa culla dei diritti civili e democratici. Insieme alla discriminazione e alla violenza di genere, il razzismo è – nella legislazione e prassi istituzionale, nell’ideologia, nella violenza bruta – un micidiale strumento di divisione ed oppressione di classe. In quest’ottica denunciamo l’omicidio di Thompson, che è per noi un fratello, un fratello di classe. Condividiamo le denunce umanitarie, ma lo sdegno per lo scempio della vita umana deve prendere sostanza; dobbiamo capire da che parte stare per poter agire radicalmente. Il “movimento della classe”, quando ci sarà “movimento”, non si dimostrerà minimamente all’altezza se non sarà, anima e corpo, antirazzista e femminista in un’ottica di classe.
Ma sarebbe un errore sciogliere la vicenda di Thompson in discorsi generali, anche se la sua matrice è, non ci piove, il razzismo di Stato. Tanto più alla luce della tendenza, nell’”intellighenzia” radicale, a discutere con algida serenità dei massimi sistemi, come assuefatti all’orrore incalzante dell’oppressione di classe. Come infiniti altri, l’omicidio Thompson non è e non deve essere “un caso esemplare”, utile a dimostrare qualcosa, destinato all’oblio. Posto che sappiamo di cosa stiamo parlando (altro che negligenza), la vita spezzata di Lashawn Thompson, che amava ballare, cucinare torte con le fragole e avrebbe voluto fare il medico, curare la gente, mentre si barcamenava nei negozi di ortofrutta: quella morte inflittagli infinite volte, perché dev’essere diventato folle dal ribrezzo, è di per sé già troppo.
