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I traditori della causa degli oppressi palestinesi (italiano – english)

Riceviamo da una compagna del Comitato di sostegno alla lotta dei palestinesi la segnalazione di questo articolo di Foreign Policy che presenta in modo indiscutibilmente elogiativo (ma non privo di disprezzo per l’individuo) il probabile successore di Abu Mazen alla testa di quella che continua ad essere chiamata “Autorità nazionale” (AN) palestinese benché abbia sempre meno autorità sulle masse oppresse della Palestina, da cui è vista ormai come una cricca di corrotti collaborazionisti con il nemico sionista – e cos’altro è, se non questo?

Hussein al-Sheikh, tale il suo nome, è apertamente definito da un esponente dei servizi israeliani “il nostro uomo a Ramallah“, colui che “dietro le quinte sta cercando di salvare dal collasso l’Autorità nazionale” in strettissimo legame con i governi di Israele e Stati Uniti. La sua ultima impresa contro la massa dei palestinesi oppressi, e specificamente contro i gruppi di giovani militanti armati di Jenin e di Nablus, è stata quella di portare in Giordania 5.000 uomini a libro paga dell’AN ad addestrarsi sotto la guida di ufficiali istruttori israeliani e amerikani per “migliorare le operazioni anti-terrorismo” nelle città di Nablus e di Jenin – cioè per assassinare con la massima efficienza possibile i coraggiosi ribelli di quelle città.

Anche se a molti palestinesi e amici della causa palestinese non piace sentirlo dire, i vari Abu Mazen, Hussein al-Sheikh e parecchi altri traditori della causa della liberazione nazionale e sociale degli oppressi di Palestina non solo tali perché moralmente abietti, venduti, etc., come singoli individui; sono tali perché borghesi, perché appartengono ad una classe sociale composta di proprietari di terre e di fabbriche (e perfino di piccole banche), di affaristi, di grossi commercianti dell’import-export, di amministratori delle “donazioni” e degli “aiuti”, che si è arricchita, allargata e consolidata nel lungo periodo dei cosiddetti “colloqui di pace” israelo-palestinesi sotto il controllo di Washington durante il quale è stata liquidata totalmente la possibilità materiale della prospettiva dei “due popoli, due stati”. E che ora, essendo beneficiaria dell’attuale status quo, non arretra davanti a nessuna forma di degradante collaborazione con lo stato di Israele.

Gli stessi mandanti israeliani dei crimini di Nablus, Gaza, Jenin non si nascondono che un individuo come Hussein el-Sheikh è “altrettanto popolare tra i palestinesi quanto lo era lo Scià in Iran al gennaio 1979”, che è un nuovo Karzai, ma questo è. E poiché Israele e l’asse Pentagono-Wall Street non possono mollare la presa strangolatoria sulla massa dei palestinesi, è di fantocci del genere che Israele, l’UE, gli States hanno bisogno (e non solo a Ramallah, anche a Gaza), affinché siano loro, per quanto possibile, a “fare il lavoro sporco”.

I militanti e gli amici della causa palestinese debbono prendere definitivamente atto che il “popolo palestinese” è più che mai diviso in classi. E che gli strati borghesi e privilegiati sono impegnati nel sistematico sabotaggio e nella repressione della resistenza all’oppressore e colonizzatore sionista, non solo di quella armata. L’appello all’unità, fortissimo nell’ultima Intifadah denominata appunto “Intifadah dell’unità”, se ignora questo durissimo dato di realtà, è destinato ad andare incontro alle più cocenti delusioni e sconfitte.

Certi chiacchieroni che si spacciano per internazionalisti ne derivano che non c’è più spazio per la causa della liberazione nazionale dei palestinesi. Noi internazionalisti militanti ne abbiamo derivato da tempo, invece, che il centro di gravità di questa causa – che è sempre più ad un tempo inestricabilmente nazionale e sociale – si è spostato dagli iniziali strati piccolo-borghesi e borghesi verso la massa dei più oppressi e degli sfruttati; e si è più che mai internazionalizzata, dal momento che la legittimità dello stato colonialista e razzista di Israele non è più difesa soltanto dall’imperialismo occidentale, ma anche dalla totalità delle borghesie e dei regimi arabi, nonché dai presunti “anti-imperialisti” (viene da ridere perfino a scriverlo tra virgolette) che comandano a Mosca e Pechino. L’eroica resistenza dei ribelli palestinesi ad Israele e alla rete di classe dei collaborazionisti quali Hussein el-Sheikh, si lega perciò sempre più strettamente alla lotta rivoluzionaria contro il capitalismo globale.

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