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Lo sfruttamento del lavoro domestico non ha nazione – Comitato 23 settembre

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa documentata denuncia della ‘sorte’ delle lavoratrici domestiche etiopi costrette all’emigrazione.

Lo sfruttamento del lavoro domestico non ha nazione!

L’emigrazione delle donne e delle ragazze del sud del mondo è sempre più un fenomeno internazionale e di massa. L’Etiopia, uno dei paesi africani più popolosi e più poveri, non sfugge a questa legge: basato su un’economia agricola di sussistenza, per gli 11 milioni di giovani in cerca di lavoro l’emigrazione è spesso una scelta obbligata. Per le ragazze, in particolare, le possibilità di lavoro sono ancora inferiori, mentre incombe su di loro la minaccia di matrimoni precoci. Le famiglie stesse le spingono a cercare lavoro nelle città e nei centri urbani, ma soprattutto all’estero, nei ricchi paradisi degli stati del Golfo e in Libano. Il lavoro di ragazze e bambine viene utilizzato per sopravvivere e saldare i debiti. Molte, anche giovanissime (13/15 anni), partono spinte dal desiderio di aiutare le loro famiglie ma anche di rendersi indipendenti dalla miseria e dalle costrizioni dell’ambiente in cui sono vissute.

La realtà sarà ben diversa: il viaggio stesso comporta un forte indebitamento con le “agenzie” che gestiscono il traffico, che si svolge spesso al di fuori dei canali ufficiali (le cifre sono incerte, ma riguardano centinaia di migliaia di ragazze) e che ha comportato spesso l’espulsione dai paesi di destinazione delle immigrate “irregolari”. Nonostante la stipula di accordi bilaterali tra gli stati, che dovrebbero tutelarle, le lavoratrici domestiche subiscono ogni genere di violenze e forme di sfruttamento e abuso. Inoltre sono numerose le donne che, non rientrando nei criteri stabiliti dalle nuove legislazioni, continuano a migrare seguendo rotte irregolari e affidandosi ad agenzie che operano illegalmente. La regolamentazione dell’emigrazione fa ricadere molti costi sulle ragazze e le loro famiglie: oltre a quelli previsti dalla legge, anche quelli imposti dalle agenzie che gestiscono il reclutamento.

L’importo totale ufficiale è compreso tra 2.000 e 3.000 Birr (tra 45 e 65 euro). Tutti gli altri costi dovrebbero essere coperti dal datore di lavoro. Tuttavia le donne che si sono rivolte alle agenzie del lavoro ufficiali hanno pagato tra 6.000 e 9.000 Birr, ma nessuno dei rappresentanti delle agenzie del lavoro intervistati ha ammesso questa pratica illegale. Si tenga conto che il guadagno mensile di una lavoratrice domestica ad Addis Abeba, con vitto e alloggio, è di circa 600 Birr, cifra che si abbassa a 400 nei centri urbani più piccoli. Parliamo di 10/13 euro al mese! Le emigranti non ricevono informazioni adeguate prima della loro partenza e non hanno la possibilità di discutere i termini e le condizioni del loro lavoro. Vengono attirate da false promesse di buone entrate finanziarie che consentiranno loro di sfuggire alla povertà. E le recenti ricerche sulle loro condizioni di vita e di lavoro dimostrano che le lavoratrici etiopi continuano a subire gravi forme di sfruttamento, abuso e violazione dei diritti umani durante il viaggio, una volta arrivate nei paesi di destinazione e persino al ritorno in Etiopia.

Una indagine condotta dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), su 1.152 donne rimpatriate nel 2014, evidenzia alti livelli di abuso verbale (52%), diverse forme di discriminazione alla persona (39%), violenza fisica (23%) e stupro (5%). Sono numerose le donne rimpatriate che soffrono disturbi psicologici gravi come conseguenza agli abusi subiti. Una condizione comune a tutte quelle donne del sud del mondo e dell’est Europa che hanno dovuto lasciare le loro famiglie per prendersi cura di quelle degli altri. Oltre a non essere riconosciute come lavoratrici, e quindi private della possibilità di organizzarsi in sindacati, le lavoratrici etiopi sono sottoposte, nei paesi di destinazione, al sistema della kafala, una nuova forma di schiavismo che mette le lavoratrici alla mercè dei loro padroni e dei cosiddetti sponsor. Questi requisiscono passaporti e cellulari, impediscono alle lavoratrici di lasciare il posto di lavoro e addirittura ad uscire di casa, le vincolano al pagamento del viaggio e altri costi, e quindi ad indebitarsi pesantemente per poter accedere al posto di lavoro.

Punizioni, lavoro forzato, cambiamento in peggio del contratto di lavoro, vendita della lavoratrice ad un altro datore di lavoro e ogni altro genere di pratiche illegali sono all’ordine del giorno nel sistema della kafala. Un sistema che è stato denunciato dalle lavoratrici immigrate in Libano, in occasione del Covid, come si vede nella foto che pubblichiamo.

Le ragazze etiopi sperimentano così una variante particolarmente crudele del sistema di sfruttamento internazionale delle capacità di cura delle donne dei paesi del sud del mondo e dell’est Europa, un sistema che oltre a stroncare le loro forze fisiche e psicologiche è un’arma di distruzione delle loro società. Il silenzio che circonda questo fenomeno è totalmente funzionale al buon funzionamento del capitale nel suo complesso.

Esso perpetua e sfrutta l’estrema povertà, la polverizzazione e la difficoltà di organizzazione, favorita anche dall’incapacità delle forze organizzate “nostrane”, che si dichiarano contro il sistema capitalistico e/o per i diritti delle donne, di assumere come parte della loro lotta la denuncia e la lotta contro le condizioni di vita e di lavoro di questa enorme massa di lavoratrici, presente a livello mondiale, e anche nel nostro territorio.

La situazione delle donne emigranti dall’ Etiopia non è un caso limite ma un esempio di quanto succede anche sotto i nostri occhi: basta volerle vedere!

(i dati riportati in questo post sono tratti dall’articolo di Silvia Cirillo: Percorsi di violenza: il caso delle lavoratrici domestiche etiopi in Medio Oriente, pubblicato sul sito: Torino World Affair Institute)

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