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Ancora sul governo Meloni e le donne: le misure “per” le caregiver

Torniamo sul tema : il governo Meloni e le donne, occupandoci delle caregiver, e di ciò che l’esecutivo delle destre, guidato per la prima volta da una donna, prevede “per” loro. Per, nel senso di a favore? Vediamo.

Una cosa è sicura: il 73% di chi assiste anziani e persone in condizioni di salute precaria è donna; lo sostiene l’Osservatorio Nazionale Caregiver dell’Istat (1). Altra cosa certa è l’incertezza – lo ammettono i dati stessi – dovuta al fatto che molti non sanno di essere caregiver: lo fanno e basta e sono sempre donne che contemporaneamente si occupano dei figli, del lavoro domestico, della gestione familiare e questo – che sia in condivisione o meno col partner – costituisce comunque un carico di lavoro non senza conseguenze (2). Chi ha queste incombenze è esposta a varie forme di esaurimento fisico e mentale, insonnia, irritabilità, frustrazione, il tutto accompagnato ed aggravato dalla carenza di relazioni sociali, da varie forme di isolamento che fungono da moltiplicatore del proprio senso di incomprensione, di solitudine. Su questo aspetto, associazioni del settore, ricerche e rapporti concordano.

L’età media delle/dei CG in Italia è tra i 45 ed i 60 anni; il 58% dedica più di 20 ore settimanali all’assistenza mentre il 35% ha lasciato il lavoro oppure è in part time. Lo stesso Rapporto Cnel che citiamo in nota stima che i dati che descrivono il fenomeno sono in peggioramento e che in Italia la condizione generale delle CG è peggiore che negli altri paesi europei. A titolo di esempio citiamo la situazione in Francia che vede il dato ribaltato, col 17% di uomini impegnati nel lavoro di cura a fronte del 15% di donne. Rimarchiamo che questa situazione fornisce il suo contributo negativo a quel divario di genere nei livelli di occupazione e nei livelli delle mansioni che si unisce al gap retributivo delle donne, già spesso indicato intorno al 30/33%.

Cosa fa il governo Meloni lo abbiamo già visto – in parte – nella legge di bilancio 2026, ma qui torna utile segnalare che in essa si agevola la trasformazione dei rapporti di lavoro da full-time a part-time vale a dire che si spinge quel 73% di CG a lasciare il lavoro aggravando la propria situazione di isolamento, di regressione delle relazioni sociali, e questo la legge, come colmo della beffa, osa chiamarla “conciliazione famiglia-lavoro”. Aggiungiamo che per cercare di rendere meno appariscente la perdita delle entrate domestiche dovuta al part-time, il governo continua a proporre l’esonero contributivo portandolo al 100% per un periodo massimo di 24 mesi (3).

Sul meccanismo perverso di queste misure, compreso il cd. cuneo fiscale, abbiamo già detto: la sua quantità è risibile, non compensa assolutamente la perdita del potere d’acquisto dei salari, giova più ai padroni che ai dipendenti, comporta minori entrate fiscali all’erario – in parte spalmate sulla fiscalità generale – con conseguente diminuzione della disponibilità dei capitoli di spesa per servizi sociali, pensioni, sanità. Il “beneficio” così previsto è dedicato, con la consueta patriarcale benevolenza, alle lavoratrici con almeno tre figli conviventi e fino al compimento del decimo anno di età del figlio più piccolo, ma senza limiti di età nel caso di figli con disabilità. Ecco cosa propongono le leggi dello Stato a chi si trova in una condizione che non esitiamo a definire “di disperazione”: mettiti a part-time!

I difensori del governo obietteranno che esistono i congedi parentali e che il governo li ha ampliati (poco!), li ha estesi anche alla facoltà del coniuge maschio (poco!), ma la parità è solo formale. Lo stesso Rapporto indicato in nota 2, i dati Istat e le elaborazioni Censis a cui si riferisce mostrano che finché si tratta di congedi per brevi periodi (1/3 giorni), la propensione al femminile è leggera ma appena si passa alla fruizione del congedo straordinario (fino a due anni) o del congedo trimestrale per assistenza ai figli, la maggior parte delle richieste è fatta dalle donne. La tendenza, già ravvisata nei permessi consentiti dalla legge 104, è ancora più evidente nella gestione dei congedi parentali a lungo termine dove i dati asseriscono essere una prerogativa quasi del tutto femminile. Avvisiamo che in ogni caso la retribuzione corrisposta a chi fruisce dei congedi non è totale ed è stata portata all’80% solo dal 2025.

Ma per relegare più o meno definitivamente la donna tra le mura domestiche in posizione subordinata, sia rispetto alla famiglia sia in ordine a tutti i rapporti sociali di lavoro e no, è necessario un incentivo e in questo il governo è specialista e la sua azione ha fatto ampio rodaggio con il ricorso ai bonus – quanto più piccoli possibile – sul modello dell’esca per catturare la preda più grande possibile. A fronte del nulla e dell’abbandono da parte dei partiti della finta opposizione e dei sindacati sempre più statizzati statizzati di ogni autentica istanza di lotta in difesa degli interessi minimi del proletariato, ogni misura anche infima conferisce l’idea – ma solo quella – di un segnale di attenzione, sempre però di stampo patriarcale e di benevola concessione.

Ad economia di guerra corrisponde propaganda di guerra e la destra ci si butta sopra varando presunte riforme e facendo apparire sulla scena il disegno di legge della ministra Locatelli, finora mai nominata nelle cronache del Consiglio dei Ministri del governo Meloni. Ed ecco una poderosa dichiarazione della ministra: “Dopo 10 anni in cui sono naufragate tante proposte di legge, finalmente oggi il Governo vara una norma per la dignità e il riconoscimento di tante persone che amano, che curano e non vogliono essere sostituite [il corsivo è nostro], ma affiancate in questo complesso compito di cura e di vita”. Forte di uno stanziamento di 257 milioni di euro – sempre nella famigerata Legge di Bilancio 2026 ma a leggere bene “spendibile” solo nel 2027 – la Locatelli propone una legge che – attenzione – dovrà ora passare al vaglio del Parlamento e seguire il normale iter legislativo che nel migliore dei casi non si compirà prima di un anno evidenziando due furbate in una. La prima è che la somma appostata per ora non verrà spesa, e la seconda è che, se tutto dovesse andare celermente, farà vedere i suoi frutti alla vigilia delle prossime elezioni politiche sulle quali questa destra di governo conta molto.

Vediamoli, dunque, alcuni di questi “frutti” se non avvelenati, sicuramente amari. Al/alla caregiver familiare verranno corrisposti 400€ mensili ma solo se presta assistenza per minimo 91 ore a settimana (rileggete bene: orario minimo 91 euro a settimana!!, il che vuol dire che 400 euro mensili corrispondono a 1, un euro l’ora!) a persone con disabilità gravissima, che abbiano un reddito non superiore a 3000€ l’anno e con un ISEE non superiore a 15.000€. Con questi criteri trovare un cittadino italiano che li soddisfi sarà una vera impresa ma non basta perché la cifra disposta dal poderoso disegno di legge di riforma è solo “un massimo”. Sono infatti previsti altri tre scaglioni di impegno: il convivente impegnato da 30 a 90 ore settimanali; il non convivente che si impegna per almeno 30 ore settimanali; la persona impegnata da 10 a 29 ore, convivente o meno che sia. Per questi ultimi non sono previsti “emolumenti” ma solo agevolazioni nel proprio rapporto di lavoro quali permessi ed altro – da chiedere col cappello in mano e sempre che il padrone di turno non pensi a trovare una scusa per licenziare il dipendente poco produttivo. E poi “riconoscimenti” quali iscrizioni ad albi ed elenchi da definire; manca solo il conferimento di pergamene e medagliette! Ci si chiede, allora, perché la cifra di 400€ è corredata dalla parola “massimo”. Lo si spiega nel seguito della lettura del testo allorchè compare che esso dipenderà dal numero delle richieste di accesso al “beneficio”.

A rimarcare il ruolo della famiglia secondo Meloni, la legge specifica che l’ambito della figura di caregiver è circoscritto al coniuge, ai conviventi di fatto, ai parenti entro il secondo grado “consolidando così una rete di protezione certa e legalmente riconosciuta” intorno alla persona con disabilità. Appare così il profilo, la tipologia che il governo immagina per la/il caregiver: non si tratta del riconoscimento di un lavoro di cura, di conseguenza non c’è alcuna tutela previdenziale, non è prevista una sostituzione sia pur temporanea che allevi il carico di lavoro o intervenga in caso di necessità della caregiver. E’ la stessa filosofia che questo governo di padroni, guerrafondai, evasori e sfruttatori vorrebbe per l’intera umanità lavoratrice. In questo la ministra Alessandra Locatelli ha già profuso abbondanti prove delle sue volontà e della sua concezione del mondo. Laureata in sociologia, non nuova all’impegno in politica, è stata assessore alle politiche sociali e vicesindaco al Comune di Como dove ha messo in atto la misura malthusiana di eliminazione dei poveri togliendo loro ogni possibile sostegno. E così che all’epoca vietò le elemosine, che multò un prete che portava le colazioni ai senzatetto, che mandò le idropulitrici a sparare getti d’acqua sui senza tetto che dormivano sotto i portici di San Francesco dando loro una energica sveglia all’alba. Quando le associazioni del territorio le presentarono richiesta di aprire un dormitorio per quei senzatetto inzuppati lei semplicemente rifiutò. Anche gli ambulanti le davano ombra e l’8 marzo fece loro sequestrare 700 mazzi di mimose e li fece multare per un totale di 18.000€. Urge qualche importante riconoscimento da parte del grande protettore del governo delle destre che sta al Quirinale: la carica di ministro è insufficiente!

Note

 (1) Abbiamo trovato interessanti considerazioni e dati di LineaCare. Rimandiamo al link lianecare.com/blog/caregiver-familiari-sfide-quotidiane

(2 ) Altre fonti, tra cui il Rapporto del Cnel su “Il valore sociale del CG” (18 ottobre 2024) commissionato dalla Regione Lazio forniscono valori che vanno dal 60 all’80%, un range troppo ampio che indica, secondo noi, la necessità di una ricerca più puntuale.

 (3) 1° gennaio 2026 Legge 199/2025, art. 1, co. 214-218 – Questa legge, e le altre che seguono in analogia, è in esecuzione delle disposizioni della Legge di Bilancio 2026.

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