Aggiornamento del 25.1, ore 12.00 – La risposta dei thugs dell’ICE alla grande giornata di lotta di venerdì 23 non si è fatta attendere: questi criminali in divisa, che si candidano ad essere gli squadroni della morte dell’Amerika sul fronte interno, hanno compiuto un nuovo assassinio a sangue freddo, uccidendo con dieci colpi a bruciapelo l’infermiere Alex Jeffrey Pretti, cittadino americano di 37 anni. Pretti era disarmato come Renée Nicole Good, assassinata il 7 gennaio, ed era come lei intento a controllare l’operato delle pattuglie anti-immigrati difendendo una donna aggredita con spray dagli agenti.
Anche questa volta, negando spudoratamente l’evidenza, Trump ha giustificato l’assassinio e le retate nel Minnesota che hanno portato all’arresto, ieri, di una bambina di 2 anni – “Lasciate che i nostri patrioti dell’ICE facciano il loro lavoro”.
https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/25/trump-minneapolis-ice-news-diretta
Non succederà!
Nelle scorse ore, mentre Minneapolis ribolle di rabbia, si manifestava in migliaia a New York. Per la seconda volta l’innesco della battaglia di classe contro il Trump-2 viene dalla lotta contro gli assassinii e i soprusi comandati dal razzismo di stato. E questa volta, non è un dettaglio, a morire sotto i colpi del governo sono stati due bianchi. In un quadro di complicità del partito di Biden e Obama con le politiche razziste di Trump, il movimento riparte con maggiore radicalità e un più stretto intreccio tra neri, brown e bianchi. Per intanto a Filadelfia, il giorno dopo l’uccisione di Renée Nicole Good, davanti al municipio, è comparsa una pattuglia di Black Panther Party for Self-Defence con fucili automatici a tracolla…
Avanti così fino alla cacciata dell’ICE da Minneapolis e da tutte le città, fino alla sconfitta dei gangster della Casa Bianca! (Red.)
La guerra di Trump-Vance & Co. al proletariato di immigrazione ha avuto ieri [venerdì 23 gennaio] a Minneapolis (Minnesota) una nuova forte risposta di lotta.
Un corteo di 100.000 manifestanti, con pochissime bandiere a stelle e strisce (finalmente!!), e una marea, invece, di cartelli autoprodotti centrati su un solo obiettivo “ICE Out“, “Fuck ICE“. E poi una quantità di piccoli e non tanto piccoli presidi nelle piazze e nei quartieri più periferici della metropoli, con la stessa tensione, la stessa rabbia, gli stessi contenuti della manifestazione centrale.
L’ICE è la polizia speciale che l’amministrazione Trump sta sguinzagliando in un numero crescente di grandi città per dare la caccia agli immigrati “undocumented”, privi di regolare permesso di soggiorno. Il 7 gennaio, proprio a Minneapolis, questi “thugs” (criminali), così vengono apostrofati spesso dalla gente che li odia almeno quanto li teme, avevano assassinato a sangue freddo Renée Nicole Good, una poetessa e madre di 37 anni, regolare cittadina statunitense, colpevole solo di svolgere, insieme con altre/i, un’azione di controllo sulle brutalità e gli arbitrii dell’ICE. Intorno a quella vicenda, anche in risposta al provocatorio atteggiamento del governo di Washington che ha coperto l’agente assassino di totale impunità, è andata montando la volontà di una risposta forte, unitaria. Che si è verificata ieri sotto forma di un “Day of Truth and Freedom” (una giornata di verità e di libertà), che ha coinvolto masse di lavoratrici e lavoratori (soprattutto della sanità, della scuola, delle poste) e migliaia di studenti/studentesse, ben mescolati autoctoni e immigrati.
Non è passata, purtroppo, la spinta allo sciopero generale politico, che era stata portata avanti nei giorni scorsi da settori di base del sindacato e da associazioni degli immigrati – ma si può dire egualmente che la necessità di una simile iniziativa di lotta, del tutto inusuale negli Stati Uniti, ha conquistato non pochi punti. Non è passata perché tanto le burocrazie dell’AFL-CIO quanto la struttura del Partito democratico si sono rifiutate di prenderla anche solo in considerazione, facendosi ancora una volta dettare la linea dalla banda-Trump. Questa è determinatissima a portare avanti la guerra agli immigrati, un’arma utile a diffondere paura e spaccare il campo degli sfruttati. Non si può considerare un caso che proprio negli scorsi giorni alla Camera dei rappresentanti sia stato votato un cospicuo rifinanziamento del DHS (il Dipartimento per la sicurezza interna) e dell’ICE, con un apporto anche di deputati democratici. La “sicurezza interna” non può essere messa in discussione, va anzi incrementata (nel 2025 gli effettivi dell’ICE sono raddoppiati).
Tutto il mese di gennaio a Minneapolis si sono susseguite proteste accese davanti all’Hotel che ospita gli agenti dell’ICE, c’è stata un’irruzione nel tribunale federale, e prima ancora – riprendendo una prassi che fu propria dei momenti più tesi del movimento Black Lives Matter – foltissimi gruppi di dimostranti avevano recintato la zona in cui era stata assassinata Renée Nicole Good dichiarandola “zona autonoma del lutto” vietata alle forze della repressione.
Le proteste di Minneapolis sono state di stimolo e incitamento ad analoghe iniziative a Manhattan (la più partecipata), a Los Angeles, Portland, Houston, Seattle, Washington. “ICE out for Good”, l’ICE fuori dai piedi per sempre (con un gioco di parole), è stato lo slogan che ha unito le diverse manifestazioni. Ma non sono mancati slogan più radicali: “Fermiamo la Gestapo di Trump”, “Fermeremo il nazismo americano”, “Dobbiamo rovesciare questo regime”.
L’amministrazione Trump ha attaccato con l’abituale violenza queste manifestazioni, ritenendole frutto dell’istigazione di insurrezionalisti, terroristi, comunisti, con una dose accresciuta di violenza contro la comunità somala (è il metodo seguito da tutti i governanti: se ci sono proteste, se ci sono lotte, e tanto più se sono radicali, sono sicuramente frutto di infiltrati, e per lo più dall’estero). La banda della Casa Bianca ha provato a saggiare il terreno per verificare se c’erano le condizioni per delle contromanifestazioni, inviando a Minneapolis un suo abile agit-prop, il razzista di lungo corso Jake Lang, uno di quelli graziati da Trump per l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Costui aveva promesso che nel corso del suo raduno di massa avrebbe bruciato una copia del Corano, e si era fatto precedere dalle solite litanie contro i musulmani, in specie i musulmani somali, rei – a suo dire – di rapinare miliardi di dollari agli Stati Uniti in prestazioni di welfare e servizi sociali. Senonché al suo appello per il 17 gennaio hanno risposto solo una dozzina di persone a fronte di 3.000 dimostranti che l’aspettavano per dargli il benvenuto… Risultato: se n’è dovuto scappare da Minneapolis, piagnucolante, con qualche ammaccatura. (Qui vedete sotto la sua ingloriosa fuga)

Preoccupato, lo stesso Vance, uno dei più fanatici promotori della guerra agli immigrati, è accorso nella città del Minnesota il giorno prima del “Day of Truth and Freedom”, ammorbidendo un po’ i toni e arrivando a promettere che se ci saranno abusi, ci saranno provvedimenti contro chi li commetterà (processi, però, niente). Un’amministrazione che ha appena deciso di stanziare per il 2027 un budget militare di 1.500 miliardi di dollari, con un mostruoso incremento del 50% in un biennio, perché evidentemente si prepara a grandi guerre, non può consentirsi una crescita esponenziale dei conflitti interni.
Ma, nello stesso tempo, non può evitarli. Nel primo anno del Trump-2 la polarizzazione della ricchezza sociale ha avuto un balzo all’in su impressionante, mentre la disoccupazione aumentava e le Big Tech operavano un’ondata di licenziamenti. Per quanto le burocrazie sindacali e il partito democratico si adoperino a gettare acqua sul fuoco, inclusi i tipi alla Sanders che si limitano a evocare le elezioni di autunno per “punire Trump” e i ricorsi alla magistratura; la tensione sociale e politica sta salendo, e la giornata di ieri a Minneapolis ne è una prova ulteriore.
Da tempo sosteniamo, pressoché isolati, che ci aspettiamo una riaccensione sempre più ampia dello scontro di classe negli Stati Uniti, dove sembrano maturare le premesse perfino di una guerra civile. Ma per noi l’opposizione non è tra la democrazia statunitense (sempre anti-proletaria) e la “dittatura di Trump”, tra la democrazia e il fascismo. Per noi, sotto queste vesti, si acuiscono in modo tortuoso, ma evidente, gli antagonismi di classe – inesorabile conseguenza del declino storico della potenza statunitense nel mondo. E dentro questo processo dovrà emergere una nuova avanguardia di classe all’altezza dei tempi, più matura e ampia di quella che un secolo fa agitò per qualche decennio i sonni dei miliardari yankee. I tempi stanno maturando. La scomposta agitazione di Trump ne è un indicatore.
Buone nuove da Minneapolis, dalla nostra “America”. Non saranno le ultime.

Ieri l’ICE ha pensato bene, tra le altre cose, di arrestare all’aeroporto un centinaio di religiosi che erano lì convenuti per salmodiare i loro temi, comunque in solidarietà ai colpiti. Tra invocazioni e preghiere, interessante il loro slogan finale sugli arresti : “For every one that you arrest, a thousand more will show up next” (Per ognuno che arrestate, la prossima volta ne verranno fuori mille”). Il coro finale è: “This is for Renée Good”. In altre riprese si sente anche “Shame”.
Di seguito le riprese (9 ore!) della KMSP-TV, un’emittente locale di Minneapolis di proprietà del gruppo FOX. Le riprese non sono commentate (confessiamo di non averle viste tutte): è una sorta di cattura degli eventi, più che un reportage. Inutile dire: i commenti volgari e contrari di YouTube ci sono, come c’è da aspettarsi, ma si sentono diversi slogan durante il corteo (quello prevalente è “ICE out – Fuck ICE”). C’è anche la registrazione degli interventi allo stadio.

