Nessuno si attendeva che le giornate di lotta del 28-29 novembre replicassero quelle del 3-4 ottobre, ed è stato così. Tuttavia meritano egualmente una riflessione e un bilancio, con una messa in prospettiva.
Lo sciopero di venerdì 28 ha avuto un impatto più limitato di quello del 3 ottobre, specie nel settore privato (l’industria è stata sostanzialmente assente), inclusa la logistica, che nello scorso decennio è stato il settore di gran lunga più combattivo del proletariato, sempre presente, grazie anche all’iniziativa del SI Cobas, negli scioperi per la Palestina. Per questo, stanti le informazioni in nostro possesso, abbiamo dato rilievo alle situazioni in cui è sicuro che di sciopero vero, totale, si è trattato: l’hub della logistica di Milano-Pioltello, la Brt di Genova (dove si è scioperato per il rispetto dei contratti e contro la crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro), Mondo convenienza a Torino (dove è stata in primo piano la richiesta della libertà per Mohamed Shahin).
Un’effettiva azione di blocco è stata compiuta anche alla Leonardo di Tessera (Venezia), ma – in previsione della cosa – la fabbrica era, a quel che ci risulta, vuota, non era in produzione. Diverse migliaia di manifestanti si sono radunati al porto di Genova, richiamati anche dalla presenza di Greta Tunberg, ma nessun blocco delle attività portuali. Presidio al porto di Salerno, ma anch’esso in tono minore rispetto al 3 ottobre. Soltanto nei trasporti locali e nelle ferrovie (dove di recente è stato firmato un pessimo contratto) lo sciopero ha avuto un impatto abbastanza significativo, anche se a macchia di leopardo; ovunque, però, decisamente inferiore al 3 ottobre. Infine, i dati ufficiali relativi allo sciopero nel pubblico impiego parlano di una percentuale di adesioni inferiore al 3% a fronte dell’8-8.5% del 22 settembre e del 3 ottobre.
Il minimo comun denominatore dello sciopero di venerdì 28 combinava il sostegno al popolo palestinese con la denuncia della finanziaria di guerra del governo Meloni. Cosa ha giocato in negativo? Anzitutto la falsa percezione che sia stata raggiunta una tregua a Gaza e in Palestina (come se il genocidio fosse ormai alle spalle), la vergognosa approvazione del “piano Trump” all’ONU con un effetto-scoraggiamento, e poi la decisione della CGIL di scioperare da sola il 12 dicembre.
Del resto, la gran parte del sindacalismo di base, a partire da USB e CUB, ha scelto di indire il giorno dello sciopero dei cortei cittadini piuttosto che i picchetti alle fabbriche e ai magazzini. I cortei cittadini hanno avuto, in alcuni casi (Milano, ad esempio) una buona partecipazione, spesso più di studenti che di lavoratori, ma di rado si sono segnalate azioni di lotta – a quel che ci risulta, è accaduto solo a Torino, con l’irruzione nei locali de “la Stampa”, per denunciarne la complicità totale nel genocidio di Gaza e nell’arresto di Shahin, e a Modena, dove è stato occupato il consiglio comunale per protestare contro la decisione del Comune di non rompere i legami esistenti con le istituzioni sioniste.
Comunque sia, nel complesso, il 28 è stata una significativa giornata di lotta che ha socializzato la necessità di continuare a mobilitarsi per la Palestina e di battersi contro il governo Meloni, non solo perché complice del genocidio, ma perché protagonista di prima fila della corsa alla guerra e responsabile dei sacrifici che il riarmo e l’economia di guerra comportano.
Il sabato 29 ha confermato questo quadro, con la manifestazione di Roma (tra i 20 e i 30.000 partecipanti) e quella più modesta di Milano (alcune migliaia). Anche in questo caso la manifestazione di Roma ha avuto numeri lontanissimi dai fiumi del 22 settembre e del 4 ottobre, ma pure al di sotto delle aspettative generate dalle presenze di richiamo di Francesca Albanese, Greta Tunberg e dall’endorsement di esponenti della cultura e dello spettacolo di fama mondiale, tra tutti Roger Waters.
La non eccelsa partecipazione alle piazze del 28 e del 29 è stata anche il frutto della pretesa autosufficienza di USB e delle forze associate, che fin dal primo momento hanno operato per far sì che le diverse piazze, in particolare quella di Roma del 29, fossero “cosa loro”, scoraggiando la partecipazione delle altre componenti sindacali, politiche e sociali, o nella migliore delle ipotesi, costringendole a marciare alla coda del “loro” corteo e della “loro” piattaforma. Con ciò è stata, almeno in parte, dilapidata quella pluralità di apporti che era stata tra i fattori del successo delle giornate di lotta del 22 settembre e del 3 ottobre – una pluralità già azzoppata dal rifiuto della CGIL di scioperare il 28 novembre insieme al sindacalismo di base.
Ad ogni modo l’asse USB/RdC/Potere al popolo esce da queste settimane di mobilitazione rafforzato. Questo dato rispecchia il livello medio finora raggiunto dalla mobilitazione per la Palestina e da quella contro il governo Meloni. Il polo USB/RdC/Pap, nella sua pretesa di conciliare le istanze antagoniste della Resistenza palestinese e la “realpolitik” collaborazionista dell’ANP di Abu Mazen e dei suoi referenti in Italia, opera nei fatti per la legittimazione politica di questi ultimi, ormai da anni considerati impresentabili, corrotti e traditori della causa palestinese, dai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania per primi. Non a caso non ha sparato a zero, come si dovrebbe, contro il piano Trump per Gaza, né contro la vile decisione dell’ONU di vidimarlo. Si copre dietro il ricorrente appello all’unità che viene da più parti del mondo palestinese, soprattutto fuori dalla Palestina, e naviga tra il detto e il non detto in questa fase decisamente confusa e piena di contraddizioni laceranti nelle stesse organizzazioni della Resistenza palestinese.
Questo è, però, al momento, anche il livello medio espresso nelle manifestazioni: “Siamo per la Palestina, per il popolo palestinese”, più come vittima che come resistente. “Siamo per i due popoli, due stati”, e per qualsiasi cosa si muova in questa direzione – anche attraverso le diplomazie e gli accordi in apparenza più dubbi.
Lo stesso può dirsi per quel che riguarda la lotta al governo Meloni. Anche quanti/e hanno scioperato e manifestato nelle ultime settimane, sono ben lontani/e dalla convinzione che è necessario aprire uno scontro frontale con questo governo e provare a buttarlo giù con la forza della mobilitazione delle piazze prima che ci trascini senza possibilità di ritorno nel processo che va verso una catena di guerre. Prevale l’idea che lo si possa sloggiare anche con la lotta di piazza, si capisce, ma soprattutto con le elezioni. Del resto, Potere al popolo non ne fa mistero: punta alle politiche del 2027 e, se l’USB non disprezza di firmare accordi sindacali insieme con la CGIL, Pap, per quanto si presenti come alternativa al centro-sinistra, non disdegnerà all’occorrenza di rapportarsi “in modo costruttivo” ad esso. Sempre che non venga messa fuori gioco dai marpioni di AVS, la ruota di scorta del Pd, dai nuovi Soumahoro (nel piccolo) o dagli stagionati Varoufakis (nel meno piccolo – costui già si è affrettato a venire a Roma per incontrare Francesca Albanese, contesa da più parti come perfetta acchiappavoti), tutti pronti a profittare in proprio delle lotte messe in campo da altri.
Pur con queste ipoteche, siamo comunque più avanti di due anni fa, grazie anzitutto all’impatto della magnifica Resistenza palestinese, che ha fatto nascere anche in Italia una “generazione Palestina” di adolescenti, soprattutto donne, con un vivissimo germe di ribellione dentro, e ha riattivato compagne/i che si erano parcheggiati ai lati del campo. Tutto sta a non fermarsi qui, dal momento che ci vorrà ben altro che la prospettiva ipocrita e impraticabile dei “due popoli, due stati” perché il popolo palestinese conquisti la sua liberazione dall’imperialismo sionista-occidentale. E ci vorrà ben altro che una maggioranza di schede e di personaggi (o personaggetti) “carismatici” per battere le destre e fermare la corsa alla guerra. Il “momento USB/RdC/Pap” è provvisorio. Il futuro è delle soluzioni radicali ed extra-istituzionali perché – detta in breve – one solution, revolution.
A noi internazionalisti militanti è richiesta la pazienza di portare dentro questa situazione che si è appena cominciata a movimentare la nostra prospettiva rivoluzionaria, indicando qual è, di volta in volta, il passo in avanti ulteriore da compiere. Oggi, sulla solidarietà alla Palestina, è la condanna senza appello del “piano Trump” su Gaza e dell’ONU, avversa al popolo palestinese già con l’iniqua ripartizione dei territori nel 1948, con la determinazione a rilanciare la mobilitazione di massa per spezzare i mille legami che legano l’Italia a Israele. Mentre per quel che riguarda il governo Meloni, bisogna battere sulla necessità di cacciarlo dalle piazze, senza alcuna illusione sulle urne, mobilitandosi contro la Finanziaria di guerra, tutta a favore di banche, imprese e fabbricanti di morte, e contro le sue singole decisioni – anzitutto il DDL Gasparri – che vanno nella direzione dello stato di guerra e di polizia.
Non ci nascondiamo né le nostre insufficienze né i limiti del nostro agire, che non sono imputabili solo alla situazione oggettiva. Dobbiamo lavorare con determinazione crescente per rappresentare dentro le mobilitazioni non solo la parte che vede con lucidità i passi ulteriori da compiere, ma anche per raccogliere e organizzare le forze di coloro che, pur ritenendo giusto il percorso proposto, non sono ancora pronti a compiere il passo verso una militanza complessiva. È un lavoro che possiamo svolgere solo praticamente, agendo con metodo per contendere ad opportunismo, campismo, elettoralismo – e gli altri -ismi non rivoluzionari – l’egemonia sui movimenti di lotta. Se queste organizzazioni e tendenze si fanno forti dei limiti degli attuali movimenti di lotta, noi dobbiamo ricavare la nostra forza dalle potenzialità di rivolta che questi stessi movimenti racchiudono.
Potremo farlo solo organizzandoci meglio, e raccogliendo le nuove energie radicali che in questi due anni si sono sprigionate.


