Traduciamo e riprendiamo da “The Palestine Chronicle” di qualche giorno fa un articolo di Ramzy Baroud. Tra le tante e divergenti interpretazioni di questo passaggio della guerra secolare tra la macchina coloniale di oppressione e di morte sionista-occidentale e il popolo palestinese, merita di essere attentamente considerato ciò che Baroud sostiene.
Gli avvenimenti degli ultimi due anni vanno infatti messi nella prospettiva storica ieri-oggi-domani, e Baroud mette chiaramente in luce la rinascita della soggettività politica palestinese e della causa palestinese avvenuta a partire dal 7 ottobre 2023. Più volte il nostro ragionamento è andato oltre, collegando quella data (che resta comunque di particolare rilievo) alla sequenza di Intifade avvenute dal dicembre 1987 in poi, in cui si è materializzata, a partire dall’irriducibile Gaza, la risposta di lotta del popolo palestinese alla svendita degli “accordi di pace” di Oslo – che tutto furono fuorché veri accordi di pace.
Non condividiamo il riferimento in positivo che Baroud fa al diritto internazionale, che dal 1917 (dichiarazione Balfour), e da prima ancora, esso è sempre stato contro la causa della liberazione nazionale e sociale del popolo palestinese. Ma la sostanza della sua analisi non ci pare ne sia inficiata. (Red.)
https://www.palestinechronicle.com/the-defeat-of-israel-and-the-rebirth-of-palestinian-agency
Per decenni, è prevalsa l’idea che la “soluzione” all’occupazione israeliana della Palestina passasse per un processo rigorosamente negoziato. “Solo il dialogo può raggiungere la pace” è stato il mantra ripetuto incessantemente nei circoli politici, nelle piattaforme accademiche, nei forum mediatici e simili.
Intorno a questa idea è fiorita un’industria colossale, che si è espansa in modo esponenziale nel periodo precedente e negli anni successivi alla firma degli Accordi di Oslo tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat e il governo israeliano.
La dissoluzione della “pace”
Il problema non ha mai riguardato il principio fondamentale del “dialogo”, della ‘pace’ e nemmeno quello dei “compromessi dolorosi“, un concetto ripetuto instancabilmente durante il periodo del “processo di pace” tra il 1993 e i primi anni 2000.
Il conflitto è stato invece in gran parte determinato dal modo in cui questi termini, e tutta una serie di concetti simili, sono stati definiti e applicati. La “pace” per Israele e gli Stati Uniti richiedeva una leadership palestinese sottomessa, pronta a negoziare e ad agire entro parametri ristretti, completamente al di fuori dei parametri vincolanti del diritto internazionale.
Allo stesso modo, il “dialogo” era ammissibile solo se la leadership palestinese acconsentiva a rinunciare al “terrorismo” – leggi: resistenza armata –, a disarmarsi, a riconoscere il presunto diritto di Israele di esistere come Stato ebraico e ad aderire al linguaggio prescritto imposto da Israele e dagli Stati Uniti.
Infatti, Washington ha accettato di “dialogare” con Arafat solo dopo la rinuncia ufficiale al “terrorismo” e l’accettazione di un’interpretazione restrittiva delle risoluzioni specifiche delle Nazioni Unite sull’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. Questi colloqui di basso livello ebbero luogo in Tunisia, con la partecipazione di un funzionario statunitense di basso rango, Robert Pelletreau, sottosegretario di Stato per gli affari del Vicino Oriente.
Israele non ha mai acconsentito al “dialogo” con i palestinesi senza una serie di condizioni preliminari rigorose, costringendo Arafat a una serie di concessioni unilaterali a discapito del suo popolo. Alla fine, Oslo non ha prodotto nulla che avesse un valore intrinseco per i palestinesi, a parte il semplice riconoscimento da parte di Israele non della Palestina o del popolo palestinese, ma dell’Autorità Nazionale Palestinese (AP), che nel tempo è diventata un veicolo di corruzione. La sopravvivenza dell’AP è indissolubilmente legata a quella dell’occupazione israeliana stessa.
Israele, al contrario, ha agito senza controllo, conducendo incursioni nelle città palestinesi, eseguendo massacri a piacimento, imponendo un assedio debilitante su Gaza, assassinando attivisti e imprigionando palestinesi in massa, tra cui donne e bambini. Di fatto, l’era successiva al “dialogo”, alla “pace” e ai “dolorosi compromessi” ha visto la più grande espansione e l’effettiva annessione di territorio palestinese dall’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza del 1967.
Gaza come anomalia
Durante questo periodo, c’era un consenso diffuso sul fatto che la violenza, intesa solo come resistenza armata palestinese in risposta alla violenza israeliana incontrollata, fosse intollerabile. Mahmoud Abbas dell’Autorità Nazionale Palestinese la liquidò nel 2008 come “inutile” e successivamente, in coordinamento con l’esercito israeliano, ha dedicato gran parte dell’apparato di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese alla repressione di qualsiasi forma di resistenza a Israele, armata o meno.
Sebbene Jenin, Tulkarem, Nablus e altre regioni e campi profughi della Cisgiordania continuassero a creare spazi, per quanto limitati, per la resistenza armata, gli sforzi concertati tra Israele e l’Autorità Palestinese spesso annientavano o almeno riducevano sostanzialmente questi spazi.
Gaza, però, è sempre stata un’anomalia. Le rivolte armate nella Striscia sono continuate sin dai primi anni ’50, con l’emergere del movimento dei fedayn, seguito da una serie di gruppi di resistenza socialisti e islamici. Il luogo è sempre rimasto fuori dal controllo, prima di Israele e poi dell’Autorità Palestinese. Quando i fedeli di Abbas furono sconfitti in seguito a brevi ma tragici scontri violenti tra Fatah e Hamas a Gaza nel 2007, il piccolo territorio divenne un centro indiscusso di resistenza armata.
Questo episodio avvenne due anni dopo il ritiro dell’esercito israeliano dai centri abitati palestinesi nella Striscia (2005) nelle cosiddette zone cuscinetto militari, istituite in aree che storicamente facevano parte del territorio di Gaza. Fu l’inizio dell’attuale assedio ermetico di Gaza.
Nel 2006, Hamas ottenne la maggioranza dei seggi nel Consiglio legislativo palestinese, una svolta inaspettata che fece infuriare Washington, Tel Aviv, Ramallah e altri alleati occidentali e arabi.
Il timore era che, senza il controllo della resistenza all’interno di Gaza e della Cisgiordania da parte degli alleati dell’Autorità Nazionale Palestinese (AP), i territori occupati avrebbero inevitabilmente dato origine a una rivolta anti-occupazione su larga scala.
Di conseguenza, Israele intensificò il suo soffocante assedio alla Striscia, che si rifiutò di capitolare nonostante la terribile crisi umanitaria derivante dal blocco. Così, a partire dal 2008, Israele ha adottato una nuova strategia: trattare la resistenza di Gaza come una vera e propria forza militare, scatenando guerre di vasta portata che hanno causato la morte e il ferimento di decine di migliaia di persone, prevalentemente civili.
Tra questi maggiori conflitti ricordiamo quelli del dicembre 2008-gennaio 2009, del novembre 2012, del luglio-agosto 2014, del maggio 2021 e l’ultima guerra genocida iniziata nell’ottobre 2023.
Nonostante l’immensa distruzione e l’assedio incessante, per non parlare delle pressioni esterne internazionali e arabe e dell’isolamento, la Striscia è riuscita in qualche modo a resistere e persino a rigenerarsi. Le abitazioni distrutte sono state ricostruite con le macerie recuperate e anche le armi della resistenza sono state ripristinate, spesso utilizzando munizioni israeliane inesplose.
La rottura del 7 ottobre
L’operazione di Hamas del 7 ottobre, nota come Al-Aqsa Flood, ha costituito una significativa rottura rispetto al modello consolidato che durava da anni.
Per i palestinesi, ha rappresentato l’evoluzione estrema della loro lotta armata, il culmine di un processo iniziato nei primi anni ’50 e che ha coinvolto diversi gruppi e ideologie politiche. È servita come duro avvertimento a Israele che le regole di ingaggio erano cambiate irrevocabilmente, e che i palestinesi assediati si rifiutavano di sottomettersi al presunto ruolo storico di vittime perpetue.
Per Israele, l’evento è stato sconvolgente. Ha messo in luce le profonde lacune delle tanto decantate capacità militari e di intelligence del Paese, e ha rivelato che la valutazione della leadership israeliana sulle capacità palestinesi era fondamentalmente errata.
Questo fallimento è avvenuto dopo la breve ondata di fiducia durante la campagna di normalizzazione avviata da Stati Uniti e Israele con i paesi arabi e musulmani più malleabili durante il primo mandato di Trump. All’epoca, sembrava che i palestinesi e la loro causa fossero stati resi irrilevanti nel più ampio panorama politico mediorientale. Tra una leadership palestinese cooptata in Cisgiordania e i movimenti di resistenza assediati a Gaza, la Palestina non costituiva più, per Israele, un fattore decisivo per il perseguimento dell’egemonia regionale.
Il pilastro della strategia del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e la sua aspirazione a concludere la lunga carriera politica con il trionfo regionale definitivo, vennero improvvisamente spazzati via. Infuriato, disorientato, ma anche determinato a ripristinare tutti i vantaggi di Israele ottenuti dopo Oslo, Netanyahu ha intrapreso una campagna di uccisioni di massa che, nel corso di due anni, è divenuta uno dei peggiori genocidi della storia dell’umanità.
Il metodico sterminio dei palestinesi e il palese desiderio di ripulire etnicamente Gaza dai sopravvissuti hanno messo a nudo il carattere intrinsecamente violento di Israele e della sua ideologia sionista, facendo sì che il mondo, in particolare le società occidentali, riconoscessero Israele per quello che veramente è e per quello che è sempre stato.
Resistenza, resilienza e sconfitta
Ma il vero timore che ha unito Israele, gli Stati Uniti e diversi paesi arabi è la terrificante prospettiva che la Resistenza, e soprattutto quella armata, possa riemergere in Palestina e, per estensione, in tutto il Medio Oriente, come forza vitale in grado di minacciare tutti i regimi autocratici e antidemocratici. Questo timore è stato fortemente amplificato dall’ascesa di altri attori non statali, come Hezbollah in Libano e Ansarallah nello Yemen, che insieme alla resistenza di Gaza sono riusciti a stringere una formidabile alleanza che ha richiesto il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel conflitto.
Anche in questo caso, Israele non è riuscito a raggiungere a Gaza nessuno dei suoi obiettivi strategici, grazie alla leggendaria resilienza del popolo palestinese, ma anche alla abilità della resistenza che è riuscita a distruggere oltre 2.000 veicoli militari israeliani, tra cui centinaia di carri armati Merkava, fiore all’occhiello dell’industria militare israeliana.
Nessun esercito arabo è riuscito a far pagare ad Israele un prezzo militare, politico ed economico di tale portata durante i quasi ottant’anni di violenta esistenza del Paese. Sebbene Israele e gli Stati Uniti – e altri, tra cui alcuni Paesi arabi e l’Autorità Nazionale Palestinese – continuino a chiedere il disarmo della resistenza, tale richiesta è razionalmente pressoché irrealizzabile. Per raggiungere quell’unico obiettivo nel corso di due anni Israele ha sganciato oltre 200.000 tonnellate di esplosivo su Gaza, e ha fallito. Non vi è alcuna ragione plausibile per credere che possa raggiungere tale obiettivo attraverso le sole pressioni politiche ed economiche.
Anche se Israele e gli Stati Uniti – e altri, tra cui alcuni Paesi arabi e l’Autorità Palestinese – continuano a chiedere il disarmo della resistenza, una richiesta del genere è praticamente impossibile da soddisfare.
Non solo Israele ha fallito a Gaza, o, più precisamente, come affermano molti storici israeliani e generali dell’esercito in pensione, è stato decisamente sconfitto a Gaza, ma i palestinesi sono riusciti a riaffermare l’azione palestinese, compresa la legittimità di tutte le forme di resistenza, come strategia vincente contro il colonialismo israeliano e l’imperialismo occidentale-statunitense nella regione. Ciò spiega il profondo timore condiviso da tutte le parti che la sconfitta di Israele a Gaza possa alterare radicalmente l’intero equilibrio di potere nella regione.
Anche se gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali e arabi continueranno a negoziare nel tentativo di riportare in auge il leader palestinese Abbas, che ha quasi 90 anni, e il suo modello di Oslo come uniche alternative praticabili per i palestinesi, le conseguenze a medio e lungo termine della guerra potrebbero portare a una realtà completamente diversa, in cui Oslo e i suoi personaggi corrotti saranno definitivamente relegati nel passato.
Per concludere, se vogliamo parlare di una vittoria palestinese a Gaza, dobbiamo considerarla un trionfo clamoroso per il popolo palestinese, il suo spirito indomito e la sua resistenza profondamente radicata che trascende le fazioni, l’ideologia e la politica.
Alla luce di tutto ciò, si deve anche dire chiaramente che l’attuale cessate il fuoco a Gaza non può essere interpretato erroneamente come “piano di pace”; si tratta di una semplice pausa dal genocidio, poiché ci sarà sicuramente un nuovo ciclo di conflitti, la cui natura dipenderà in larga misura da ciò che accadrà in Cisgiordania, e in effetti nell’intera regione, nei prossimi mesi e anni.
Il Dott. Ramzy Baroud è giornalista, autore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo prossimo libro, “Before the Flood“, sarà pubblicato da Seven Stories Press. Tra i suoi altri libri figurano “Our Vision for Liberation”, “My Father was a Freedom Fighter” e “The Last Earth”. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

