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La borraccia di Federico, di Graziano Giusti

Riprendiamo dal sito di “Pagine marxiste” la ricostruzione che Graziano Giusti ha fatto della personalità e dello stile del compagno Federico De Angelis, di recente scomparso, e della comune esperienza di lotta – una ricostruzione tanto ricca di considerazioni, quanto calda. (Red.)


Chiamiamolo destino, per chi crede al destino, oppure combinazione dei casi della vita (quante combinazioni!), oppure ancora intreccio bizzarro di energie che popolano il cosmo, ma la perdita di Federico credo ci costringa a fare qualche riflessione approfondita su chi siamo e dove andiamo.
Ho ancora vivo il ricordo di quando lo incontrai per la prima volta, circa ventidue anni or sono.
Era nella vecchia sede di Milano, quello scantinato di piazza Nigra. Ancora me lo rivedo indaffarato attorno a una fotocopiatrice, assorto in ciò che stava facendo.
Tra i fuoriusciti da Lotta Comunista, oltre a quelli della mia leva (Roberto, Angela, Giulia, Daniele) vidi con piacere un gruppo di compagni della generazione successiva, gli allora trentenni Davide, Sergio, Alfredo oltre, appunto, al nostro Federico. Con Alessandro in posizione mediana.
Seppi poi che il gruppo aveva già vissuto una scissione da parte di compagni usciti anche loro da Lotta Comunista ma animati da altri intendimenti. Ma questo ora non ha importanza.
Di quel nucleo di giovani sopra citato, causa vicende di vario tipo, è ora rimasto solo Davide. Ed è triste perché ciò non era certamente negli auspici di tutti noi.
Federico mi colpì per la sua serena determinazione. Educata, riflessiva, introiettata nel suo animo senza proclami, senza quelle posture ed egocentrismi che purtroppo a volte accompagnano la personalità di diversi compagni, anche tra i migliori.
Le diversità e le loro combinazioni sono il sale della politica (direi l’esaltazione della politica comunista nel lavoro collettivo), ma fra tali diversità quelle che sento più vicine al mio essere corrispondono alle caratteristiche che Federico aveva in abbondanza. E solide, senza calcoli.
Ci si vedeva in occasione di relazioni, riunioni, manifestazioni (aumentate decisamente di numero da qualche anno a questa parte). Già lo avevo inquadrato come uno dei sempre presenti; partecipe, attento, sempre pronto a esprimere il suo punto di vista, senza timore di andare controcorrente o di formulare pensieri poco graditi. Mai però per personalismo. Non era tanto diplomatico proprio perché genuino. Le “sottigliezze” della politica, della cosiddetta “tattica” politica poco le gradiva, nonostante fosse un compagno per nulla grezzo come conoscenze e interessi.
Poi venne il momento del lavoro quotidiano che ci unì per circa otto anni.
Destino, combinazione, intreccio energetico vollero che lui, causa morte del padre, proprietario di una casa a Bergamo, si trasferisse proprio in questa città; dove io, insieme ad altri/e compagni/e, avevamo fondato una Rete Operaia di autodifesa. Era il 2009. Un periodo di chiusura di fabbriche medio-grandi nella provincia (Frattini, Comitel, Indesit e altre ancora), a seguito della crisi finanziaria del 2008.
Ero nelle liste di mobilità dovuta all’esternalizzazione della Siemens di Cavenago Brianza, dove avevo lavorato fino a due anni prima; e dunque potei dedicarmi, con gli altri (trotskisti, ex rifondaroli, anarchici, ma anche un paio di lavoratori senza precisa collocazione), a formare dei gruppi di resistenza davanti ai cancelli delle fabbriche in lotta.
Lo scopo era quello di suscitare tra gli operai realtà di auto-organizzazione, al di là delle appartenenze sindacali, in grado di spingere in avanti la lotta e attrarre gruppi o singoli.
Impresa ardita, ma nella benestante e bacchettona Bergamo era una cosa inusuale che richiamava in qualche maniera gli “anni d’oro”. E serviva comunque, almeno per alcuni, a depurarsi dalle tante scorie “partito-centriche” che avevano per troppo tempo condizionato le nostre esistenze.
Federico si calò subito in questa attività, che consisteva in una presenza costante ai cancelli e nei cortei, nel dare una mano ai presidi (notti comprese), nel condividere il “pane” con gli operai, chiamandoli a reagire ai programmati funerali della Triplice. Lì ebbi la prova provata della sua affidabilità, della sua serietà, del suo impegno. Non era molto adatto a far lievitare il contatto personale, per caratteristiche sue (riservatezza, pudore nell’esprimersi, difficoltà nella battuta e nella proposta) … cose di cui molti di noi sono carenti, a partire naturalmente da chi vi scrive.
Aveva però il passo del montanaro, che cammina cammina senza scatti, ma anche senza pause.
Federico c’era, c’era, e ancora c’era. Anche quando poneva problemi o critiche (e lo faceva con la sua erre moscia e una tonalità tale da apparire a volte distaccato dalle passioni), ciò non si traduceva mai in disimpegno, o snobismo.
Dopo la discussione sul dire e sul fare, che non mollava facilmente, era già pronto a riprendere il suo posto.
Notavo in lui una stima genuina verso di me che si esprimeva non in apprezzamenti espliciti (mai udito Federico fare apprezzamenti verso qualcuno) ma in azione e considerazione. Forse perché sentiva che anche da parte mia egli godeva di un “ritorno” dello stesso segno. Non l’ho mai snobbato o fatto intendere che lo snobbassi. Anche nei momenti, che non sono mancati, di confronto serrato (quando lui si impuntava per poi tornare a combattere in prima linea), ho sempre cercato di dargli pari dignità politica e personale. Spero di esserci riuscito. E vorrei tanto che una simile percezione possa essere giunta nel profondo del suo animo.
Quando, “giovane precario” alla bella età di 58 anni, fui messo alla porta dalla Same di Treviglio e imbastii per due settimane un presidio di protesta ai cancelli della fabbrica assieme agli altri “trombati” miei pari, il buon Federico tutte le mattine, prima di recarsi al lavoro con la sua bicicletta, si fermava con noi, dandoci una mano in tutto. E nel tardo pomeriggio, all’uscita, faceva il replay. L’auspicata mobilitazione interna degli operai a nostro sostegno poi non avvenne e dovemmo desistere.
Finita quella vicenda causa il vergognoso dietrofront della FIOM di “sinistra” (cremaschiana), in cui il bonzo della FIOM si era dato latitante, cercai di ricompattare qualche contatto interno alla Same, organizzando riunioni settimanali con un paio di operai “stabilizzati” che dall’interno avevano condiviso l’iniziativa dei precari.
Bene, Federico era sempre e puntualmente al mio fianco in tali circostanze. Anche in questo caso avevamo dato il via a una lotta improba, ma a lui bastava pensare (da vero comunista) che le lotte giuste si fanno: sempre e comunque.
Cominciò poi (2013), appena aperta la sede di via Cadibona, l’esperimento del Comitato per il Salario Minimo Garantito di Milano. La scommessa, fatta insieme ai compagni di Rivoluzione Comunista, consisteva nel cercare di raggruppare, nella metropoli lombarda, una massa sufficiente di disoccupati per costituire un polo di aggregazione politico che avesse una certa risonanza e attrattiva, in grado magari di fungere come moltiplicatore e selezionatore di quadri proletari.
Non era aria, perché – detta in due parole – Milano non è Napoli. Il numero dei disoccupati o semi-occupati che riuscimmo a raccogliere arrivò in alcuni momenti anche al centinaio, ma da lì a imbastire mobilitazioni significative e continue, campa cavallo.
Federico non poteva venire agli appuntamenti di “setaccio” che facevamo davanti all’Ufficio del Lavoro di Milano, dove ci recavamo a turno quasi tutti i giorni feriali, ma ai mercati rionali sì. Alle manifestazioni pure. Alle riunioni sempre. Queste ultime si tenevano di sera nella nostra sede e quando terminavano, lo riaccompagnavo a Bergamo in auto (lui non poteva guidare ).
Era egli assai provato tra pendolarismo, lavoro e riunioni, tant’è che quasi sempre durante il viaggio verso Bergamo, prostrato dal suo malessere, mi sonnecchiava a fianco, bocca aperta, capo rovesciato all’indietro.
Non avendo io avuto figli che si sono appassionati alla politica, in quei momenti andavo con la fantasia, come se fossi stato il padre. Che con orgoglio si riporta a casa il figlio, dopo aver entrambi coltivato la stessa passione… Quella situazione diciamo “protettiva” verso Federico mi dava una piacevole sensazione. Una volta arrivati a destinazione, lui salutava riconoscente, raccoglieva il suo immancabile zaino zeppo di roba, e si infilava rapidamente dentro il cancello di casa.
Una casa la sua, quella di Bergamo, molto spaziosa, piena di libri, di fogli e oggetti vari collocati alla rinfusa. Una casa dove si vedeva la mano dell’uomo che vive da solo. Qui, per anni, andavo per svolgere insieme a lui le riunioni settimanali online dei COC (Comunisti per l’Organizzazione di Classe). Lui di fretta, dopo aver preparato una immancabile pasta col tonno, portava sul tavolo una caraffa di thè che veniva sistematicamente svuotata.
Apparentemente tale esperienza (2010-2014) potrebbe anche essere ritenuta infruttuosa; però in realtà da parte nostra, ma direi anche da parte di altre realtà sparse sul territorio nazionale, in quella maniera è stato preparato il terreno per la TIR, collegandoci in prima battuta alle lotte operaie del SiCobas.
Anche qui Federico ha profuso tutte le sue energie: diffondendo “Combat”, il giornalino dei COC; partecipando alle riunioni e all’elaborazione dei testi politici; curando gli abbonamenti di “Pagine Marxiste”; rifornendomi dei libri necessari per le presentazioni che svolgevo in varie città italiane.
E, non per ultimo, intervenendo con la sua competenza quando la mia ignoranza informatica mi mandava in palla col PC. Lui del resto, col PC ci lavorava.
Sempre paziente, generoso, non si tirava mai indietro nel prestarsi per risolvere incombenze o imprevisti. In fondo tra me e lui vi era una divisione di compiti: io il suo autista d’ufficio, lui il mio tecnico di fiducia.
Quante le manifestazioni alle quali ha partecipato in questi anni! Alle quali si recava, fossimo più o meno numerosi, col giornale di “Pagine”, orgoglioso di diffonderlo. Era la sua pelle, la sua seconda casa, come abbiamo scritto in occasione della sua scomparsa. Manifestazioni dove sistematicamente contava i partecipanti, annotava i soggetti politici e sindacali presenti, gli incontri che gli capitava di fare con questo o quello, sintetizzando il tutto in brevi report che ci inoltrava. Chapeau, compagni.
Lui era breve, telegrafico nei suoi interventi. Un po’ per carattere; ma anche perché a lui, da buon lombardo, piaceva andare al sodo. Piacevano le risposte secche. “Sia il tuo dire un sì-sì o un no-no” si legge nei Vangeli. Ecco, una cosa del genere. Chiarezza certo; seppur la politica abbia tempistiche e modalità sue proprie. Quando a volte capitava che nei discorsi mi dilungassi troppo oltre il dovuto, lui mi ascoltava rispettoso, come sempre, facendomi al tempo stesso capire con la semplice postura del capo che non c’era bisogno che andassi oltre.
Eravamo insieme a Bologna con Roberto, dicembre 2016, quando facemmo una due giorni in cui si cominciò, con altri gruppi internazionalisti, a formulare l’ipotesi di una organizzazione politica nazionale collegata strettamente alle formidabili lotte dei facchini. E poi tante altre volte, nelle piazze e nelle sedi, si vedeva Federico spuntare con la sua andatura e con qualcosa sempre in mano: fossero taccuini, volantini, giornali, aste di bandiere, striscioni; col sole o con la pioggia.
Se arrivava con appena qualche minuto di ritardo a una riunione, si premuniva di avvisare a tempo.
Formalità? Direi invece estrema correttezza; pensare che se qualcun altro si sforza di essere puntuale lo devi essere anche tu e cercare di non farlo attendere. Quando la forma è sostanza. Lo è quasi sempre, e cozza con un certo lassismo dei costumi, diciamo così, che si nota a piene mani negli stessi gruppi rivoluzionari.
Nel caso di Federico la sua disciplina derivava dall’autodisciplina. Quando a tavola l’altra sera, a Valmadrera (LC), davanti ai compagni, ai parenti e agli amici di Federico riuniti per ricordarlo, ho fatto presente che con lui non serviva stare a spiegare come ci si doveva comportare; i perché e i percome della militanza; che non c’era bisogno di “ordini” per fargli fare le cose che vanno fatte; ho volutamente indirizzato il messaggio a chi magari in vita lo avrà considerato un tipo un po’ particolare (e lo era certo, in positivo!), succube di idee a dir poco strampalate.
E invece no. “L’uomo nuovo” che richiamava Sabrina nella sua dedica (quell’uomo nuovo citato anche al funerale di un altro nostro compagno scomparso prematuramente, Gnappo), è fatto di pasta buona, solida, qualitativamente di ottima fattura.
E tale qualità la si vede non tanto nell’apparire, o peggio nel prevaricare (in tal caso, spiace dirlo, le disillusioni sono sempre in agguato dietro l’angolo), ma nell’essere “buoni” come lo era Federico.
Compagni “oscuri” quanto preziosi.
Sì, egli ha frequentato, come qualcuno ha detto, una “scuola politica”. Dove però i professori sono tenuti a dare l’esempio sempre, su tutto; e a saper imparare dagli alunni.
Che dire ancora? L’ultimo viaggio insieme lo abbiamo fatto nel maggio scorso. Siamo andati ancora a Bologna, stavolta all’assemblea costituenda della TIR come organismo politico strutturato.
L’ho atteso sotto casa e via con la solita vecchia auto che ormai non ne può più. Soffriva a stare seduto in una stessa posizione per lungo tempo. Ho pensato ad acciacchi di origine reumatica, ma forse era quell’altra cosa che già faceva capolino… chissà.
La sera stessa dell’assemblea ci siamo appartati in un cortiletto adiacente il luogo della riunione mangiando un panino e dividendo l’acqua della sua borraccia. Non era certo di buon umore, ma neppure sfiduciato che tutta questa attività potesse infine procedere. Vedevo che stava in gran parte chiuso nei suoi pensieri (e ne aveva ben donde).
Tornando a Bergamo, nella fretta di prendere dal bagagliaio dell’auto il suo solito zaino (avevamo pernottato a Bologna), gli cadde all’interno, senza che né io né lui ce n’accorgessimo, la sua borraccia di montagna. Quella stessa che ci aveva dissetato e che credo abitualmente portasse con sé nelle gite dei fine settimana.
Il giorno dopo mi chiese se per caso l’avessi trovata in auto. Guardai. Nulla. Si era incastrata così bene tra un borsone e il tappetino della bauliera che non me ne accorsi. Come se l’oggetto, birichino, non volesse farsi prendere.
Poi è successo ciò che tutti sappiamo. Voleva venire con me a Monza alla presentazione del “Disfattismo”, e sarebbe venuto anche a quella della Calusca, dopo aver già assistito a quelle di Sondrio e di Como. Il sempre presente Federico…Arrivò in treno da Milano coi libri (eravamo ai primi di novembre), ma lo vidi stanco, affaticato. Mi disse di non sentirsi in forma. Va bene Federico, riguardati. E così lo congedai.
Due giorni dopo giunse quel maledetto messaggio dove lui informava tutti di essere caduto in casa e del ricovero al Papa Giovanni XXIII. Quando seppi che era affetto da leucemia, mi si gelò il sangue.
Quante volte, in questi anni, ho pensato a cosa noi avremmo lasciato ai più giovani. A come loro avrebbero elaborato la scomparsa dei compagni e delle compagne più anziani/e.
E facevo le mie congetture. Ma come spesso accade, la vita è molto più fantasiosa e bizzarra di tanti propositi o supposizioni. E allora tocca a me ora elaborare la sua scomparsa. Se ci si pensa bene quando meno te l’aspetti ti viene presentato un conto che, nel lutto, ha pure i suoi aspetti di comicità…
Tornando l’altra sera dalla commemorazione, Giulia diceva giustamente che noi possiamo dare tutte le spiegazioni biologiche che vogliamo sulla scomparsa di Federico, ma ciò non consola.
Condivido: quando una persona cara e importante non c’è più, questa ti manca e basta.
Ed è rispuntata la borraccia, proprio ora che stavo ripulendo per bene l’auto. Colore vermiglio, non tanto capiente ma in buono stato. Lustra. La borraccia di Federico. Chissà quante gite lui ha fatto con essa appresso. Per quanti sentieri essa lo ha accompagnato e dissetato.
Una cosa sua che ha voluto restare nelle mie mani, per ricordarmelo. Anche se non ce ne sarebbe assolutamente stato bisogno.
La terrò, insieme ad altre cose che mi ricordano persone a cui ho voluto bene.

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