Riceviamo e volentieri pubblichiamo, solidali come ci sentiamo, e siamo, con Massimo, Anan e tutti/e coloro che sono colpiti a causa della loro solidarietà con il popolo palestinese, e del loro schieramento militante al fianco dei proletari e delle proletarie di qualsiasi nazionalità e luogo del mondo.
Questo è anche il modo per dare notizia dello sciopero indetto da Cub Trento e SBM “Fermiamo il genocidio” per venerdì 30 maggio. (Red.)
Preferisco di no
Benché nella mia esistenza non abbia trascorso che una manciata di anni recluso, si tratta comunque di molto più tempo di quello che ho passato lavorando come salariato. Di conseguenza, tra i metodi di lotta che ho praticato non rientrava fino ad oggi lo sciopero, se non nella forma indiretta dell’appoggio solidale. I casi della vita (e della repressione) fanno si che in questo momento io sia un lavoratore dipendente e un detenuto in semi-libertà (o semi-prigionia). Mi trovo quindi nella situazione un po’ paradossale di poter scioperare, scegliendo di non uscire dal carcere per farlo.
Lo sciopero generale “Fermiamo il genocidio”, indetto dai sindacati di base Cub Trento e Sbm per venerdì 30 maggio me ne dà l’occasione.
L’orrore di Gaza, la cui violenza genocida sta oggi assumendo i caratteri della vera e propria soluzione finale, è un pungolo fisso che sento nel costato e nello spirito. Da quando sono qui non ho smesso di chiedermi cosa posso fare che abbia un minimo di senso. Non perché mi illuda di poter mettere chi sa quale peso sulla bilancia della storia, ma perché non riesco ad accettare che la normalizzazione del massacro guadagni terreno nella mia coscienza. Rinunciare a qualche ora di “libertà”, standomene in cella con in dosso una maglietta palestinese e una kefiah, mi accomunerà se non altro a quei milioni di persone nel mondo che non sanno esattamente cosa fare ma che non possono far finta di niente.
Il prigioniero palestinese Anan Yaeesh ha scritto, nella sua potente e commovente dichiarazione, di sentirsi un privilegiato rispetto al suo popolo stretto tra le bombe, la fame e la violenza assassina dei coloni. Se è un “privilegio” per un palestinese la prigionia nella sezione di Alta Sorveglianza di Terni – la stessa in cui è rinchiuso il mio amico e compagno Juan -, la mia condizione è allora un doppio privilegio. Se sono convinto che senza azioni diffuse e risolute non si può spezzare l’infame complicità dello stato e del capitalismo italiani (delle loro fabbriche di armi, delle loro banche, dei loro porti, della loro logistica, dei loro centri di ricerca, delle loro università), mi piace la proposta di uno sciopero generale perché la non-collaborazione individuale e collettiva è parte necessaria di un movimento internazionalista di solidarietà. L’anarchico francese Albert Libertad lo chiamava, più di un secolo fa,”sciopero dei gesti inutili”. Se generalizzato, lo sciopero delle attività anti-ecologiche e anti-sociali su cui si fondano e con cui si riproducono lo Stato e il capitale potrebbe sfidare il più oppressivo dei regimi. Il punto è che nella storia la non-collaborazione non è mai riuscita a sottrarre così tanta legna da spegnere il fuoco del potere – di qui la necessità di altre pratiche di resistenza e di lotta. Ad ogni modo, l’espressione «preferisco di no» è il lievito di ogni rivolta morale – sempre possibile, anche quando si è all’angolo (o in una cella).
Nel ringraziare chi ha proclamato lo sciopero, e nello stringere idealmente la mano a tutti quelli che il 30 maggio cercheranno di essere sabbia e non olio negli ingranaggi automatizzati del genocidio, posso solo dire che la mia “libertà” oggi vale ben poco senza la liberazione del popolo palestinese, la cui indomita resistenza perfora i muri (persino quelli delle carceri).
Servano le sbarre a ricordarmi la sua prigionia. Possano queste mie povere parole servire come monito a non cedere al comfort della rassegnazione. Come occasione, anche, perché «possiamo intanto che abbiamo cuore».
“Durano i sentimenti/ più del tuo corpo/ e del mio” (Francesca Matteoni).
“A dire che non siamo che occasioni, contenitori provvisori di qualcosa che comunque esisteva, esiste ed esisterà: prima, durante e dopo di noi, che possiamo. Ma possiamo intanto che abbiamo cuore” (Maria Grazia Calandrone).
Carcere di Trento, 14 maggio 2025
Massimo Passamani

