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Il mobbing è una pratica vessatoria subdola, che può essere combattuta con efficacia solo collettivamente – SI Cobas

Una forte denuncia contro una pratica sempre più diffusa sui posti di lavoro con cui vengono colpiti i lavoratori e le lavoratrici che “danno fastidio” (ai padroni o ai dirigenti) e/o non sono sufficientemente produttivi. (Red.)

Il Mobbing non è solo una parola, è una pratica subdola e oppressiva.

È una pratica vessatoria che mira il singolo individuo per emarginarlo socialmente e schiacciarlo. Farlo sentire
solo. La modalità di imporsi è insidiosa perché sfumati, insinuanti e non sempre precisati sono gli addebiti
mossi.

Quando i compiti assegnati prevedono solo l’adattamento dei soggetti alle dinamiche organizzative e non
vengono considerati deficit e caratteristiche di chi deve svolgere queste mansioni, si ingenera una violenza che
prende il nome di mobbing.

Quando la programmazione è finalizzata solo al raggiungimento di finalità produttive, ai lavoratori tocca
recitare un ruolo debole e soccombente perché ogni forma di difesa è vissuto dai padroni del vapore come un
granello di sabbia negli ingranaggi del sistema. Ne consegue che il definire il dipendente carente, insufficiente
e quindi oggetto di sanzione è un qualcosa che può essere costruito con artifici e manipolazioni. Il granello
entra in conflitto con gli ingranaggi.

L’elenco delle misure che portano a squalificare le prestazioni lavorative e con esse l’autostima delle proprie
capacità è infinito. Oltre ai ritmi e intensità di lavoro elevate, gioca un ruolo anche la qualità del lavoro.
L’assegnazione di ordini contraddittori e poco chiari, la copertura di più mansioni, indicazioni di lavoro
generiche e assenza di un mansionario, postazioni con carenza di personale, operatori non istruiti a volte
sostituiti con altri addetti ad altri compiti e senza formazione, creano situazioni di pericolo e disagio.

Questa combinazione negativa di fattori quantitativi e qualitativi è il terreno di coltura per la messa in atto, da
parte dell’azienda, di atti repressivi per recuperare una capacità di direzione carente nella sua impostazione.
Addossare la responsabilità e le inefficienze sui lavoratori è solo un gioco da ragazzi. Ragazzi cresciuti male e
invecchiati ancora peggio. Il bullismo aziendale si manifesta nel rispondere alle segnalazioni con le azioni
disciplinari.

Gli stessi corsi sulla sicurezza sono usati per esibire patenti di affidabilità e prevenzione che poi, nella pratica, non trovano nessuna traduzione. Le segnalazione di pericolo o di compiti non realizzabili vengono vissute dalle
direzioni come un attacco. Ma come? I corsi di formazione e sicurezza abbiamo puntualmente attuato!
Più puntuale è la denuncia che evidenzia criticità e pericoli, più accanita è la pioggia di provvedimenti
disciplinari per attuare una sanzione oggi, e un monito a non esternare altre critiche domani.
Il quadro descritto è generico e privo di dettagli. Mancano gli episodi concreti che illustrino le attività
costrittive, le angherie e le prepotenze quotidiane.

Resta il fatto che ogni operatore ecologico, ogni operatore sanitario, ogni insegnante, ogni autista, ogni
facchino, ogni dipendente delle strutture alberghiere e, in definitiva, tutti/e possono riconoscersi e
rappresentarsi come parte offesa di un sistema che è disumanizzante, e si sa non c’è sistema che non esprima
dirigenti, caporioni e qualche volta kapò. La difesa contro di questi può essere solo collettiva. Davanti alla
concentrazione di potere padronale gli individui singoli soccombono.

Solo i lavoratori coalizzati sono una forza e una diga alla prepotenze!

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