FERMIAMO IL DDL 1660 (parte terza)
A NAPOLI LE DONNE DISOCCUPATE SFIDANO LA PRECARIETA’, LA PASSIVITA’, LE REPRESSIONE. LIBERE DI LOTTARE!
Nel Movimento 7 Novembre, ad oggi noi donne esprimiamo il 30% della forza complessiva. Se si dovesse considerare la partecipazione delle proletarie alla lotta per il lavoro, se la si volesse interpretare in termini puramente numerici, si commetterebbe l’errore di ridurre, e così ignorare, la complessità assolutamente impari dello sforzo a cui le donne che decidono di assumere un impegno militante vengono sottoposte dal ruolo che ricoprono nel proprio ambito sociale e familiare.
Solo alcune tra le disoccupate hanno un’ “altra provenienza”, intesa come precedente militanza, o un certo grado di scolarizzazione e di partecipazione al dibattito politico più allargato: prevalentemente sono le donne del sottoproletariato e del proletariato urbano ad aver dato fiducia sempre più convintamente alla possibilità di costruire, attraverso la perseveranza e la determinazione nella lotta per il lavoro, un futuro alternativo e possibilmente, migliore del presente.
Intraprendere la strada della lotta, per molte tra noi è stata un’ evoluzione obbligata dalla spinta delle condizioni materiali, la sola via per garantire a noi stesse ed alle nostre famiglie l’emancipazione da livelli insostenibili di sfruttamento e ultra-precarietà.
Quasi tutte abbiamo da raccontare una vita di duro lavoro, grigio se non nero, sempre sottopagato e comunque precario, con paghe miserabili, senza alcuna garanzia; all’avanzare della crisi che ci ha portato in guerra, sono diventati sempre più pesanti i sacrifici per sostenere le esigenze di vita quotidiane, laddove spesso persiste una divisione di ruoli che vede noi donne sobbarcarci l’intero carico del lavoro di cura familiare e domestico, nell’assenza sostanziale dei servizi sociali più basilari, senza alcuna stabilità dal punto di vista economico, spesso in contesti sociali difficilissimi, dove la presenza dello stato si esprime esclusivamente attraverso meccanismi di corruzione ed, appunto, di repressione.
La partecipazione attiva alle assemblee, ai cortei, agli scioperi, alle tante iniziative di lotta, in queste condizioni non è certo una velleità o un esercizio estetico, ma è un’ esigenza indifferibile che troppo spesso, per molte tra noi, resta un privilegio.
Diventare parte di un movimento organizzato ed in più relazionarci al di fuori dello stesso con tante altre esperienze di lotta, ci ha permesso di acquisire consapevolezza e di esprimere una forza essenziale per la sua stessa crescita, che certamente ne ha mantenuto più saldi i principi e più a fuoco gli obiettivi.
Durante la pandemia eravamo noi con i nostri corpi e le nostre coscienze insieme ai nostri compagni, ad organizzare la distribuzione di pacchi spesa per le famiglie incapienti, a manifestare nonostante i divieti per denunciare le responsabilità politiche e le conseguenze economiche e sociali, che vivevamo sulla nostra pelle, di quella che è stata la sua gestione sciaguratissima;
Siamo sempre state in piazza per la difesa della nostra salute e del nostro territorio;
Abbiamo sostenuto le manifestazioni, le lotte ed i picchetti dei lavoratori e delle lavoratrici, avendo compreso che se oggi vengono affossati e cancellati i diritti di chi un salario ce l’ha, si prepara un pessimo futuro per tutte e tutti;
Abbiamo rivendicato di non voler subire le conseguenze né pagare i costi della guerra interna e delle guerre esterne combattute al prezzo del futuro e della vita di tutte le proletarie e i proletari coinvolti.
Abbiamo contribuito alle mobilitazioni in questa città contro la guerra ed a sostegno della resistenza palestinese, a fianco di studentesse e studenti, lavoratrici e lavoratori.
Nel corso degli anni abbiamo resistito a giornate interminabili di occupazione, alla pressione creata dall’inerzia delle istituzioni, ed abbiamo calpestato migliaia di chilometri reggendo lo striscione e urlando;
In moltissime occasioni ci siamo trovate davanti a scudi tesi e manganelli alzati, non soltanto nelle occasioni saltate alla ribalta della cronaca. Di colpi ne abbiamo incassati e da questo punto di vista, non ci siamo mai aspettate sconti dall’apparato repressivo non avendone mai avuti in tutta vita, da nessun governo, da nessuna istituzione.
Abbiamo sempre difeso e difenderemo sempre il nostro percorso e la nostra storia di disoccupate organizzate, dai teoremi giudiziari che disegnano un movimento di lotta come un’associazione a delinquere, dalle denunce che si moltiplicano, dai processi che hanno sempre inteso criminalizzare le nostre azioni e le nostre intenzioni, e dai provvedimenti restrittivi della libertà che coinvolgono peraltro alcune tra le compagne più esposte e più attive nelle lotte, con avvisi orali e obblighi di firma.
Per questo riteniamo indispensabile continuare a fare quello che abbiamo fatto fino ad ora, insieme ai nostri compagni, organizzandoci e opponendoci al nuovo attacco sferrato da questo Governo tramite il DDL 1660.
Mobilitarsi e contribuire all’allargamento della mobilitazione per lo stesso diritto di lottare, di resistere e di esercitare le pratiche che rappresentano il principale strumento di difesa dei nostri diritti fondamentali, anche questa volta, è la sola strada percorribile.


