Riceviamo e volentieri rilanciamo questo primo contributo del Comitato 23 settembre alla lotta contro il DDL 1660, che mostra come il governo della “famiglia” abbia messo nel suo mirino, tra l’altro, le donne chiuse in carcere e i loro bambini. (Red.)
FERMIAMO IL DDL 1660! (parte prima)
Le donne recluse e i loro bambini nel mirino del governo della “famiglia”
Dalla prima all’ultima riga il ddl 1660 inasprisce l’attacco alle realtà di lotta che si oppongono, o anche semplicemente denunciano, l’azione del governo contro lavoratrici e lavoratori e contro disoccupate e disoccupati in lotta, il suo crescente coinvolgimento nelle guerre in corso e l’aumento esponenziale delle spese per armamenti che tolgono risorse al sistema sanitario, alle scuole, alle misure contro lo sfacelo ambientale e il degrado dei territori. La repressione colpisce tutte le realtà in lotta, da chi si batte contro le grandi opere a chi rivendica il diritto alla casa, a chi lotta contro la speculazione energetica. E si prepara a colpire chi commette il nuovo reato di “terrorismo della parola”, magari scendendo in piazza per denunciare il genocidio del popolo palestinese. Si potrà, dopo ciò, gridare ancora “Palestina libera?” Nella scia dei precedenti governi, questo ddl continua la pressione sugli immigrati, criminalizza ogni seppur blanda forma di resistenza alla polizia e intende attuare un ulteriore giro di vite nelle carceri, dove le detenute e i detenuti vivono in condizioni sempre più intollerabili. Lo stillicidio di suicidi, che ne è la conseguenza, viene stancamente registrato dalle cronache e subito dimenticato.
Le donne sono coinvolte doppiamente in questo attacco repressivo, perché sono la parte più ricattabile della popolazione, sono più povere, e quindi con meno possibilità di difendersi e affrontare le conseguenze delle lotte, perché molto spesso sono vittime di violenza e hanno sulle spalle responsabilità legate alla famiglia (quella famiglia che sta tanto a cuore al governo), perché la repressione che subiscono ha sempre un di più a sfondo sessuale che le umilia nel corpo e nell’anima.
Anche su questo fronte il ddl 1660 si pronuncia, prendendo di mira le detenute madri e i loro bambini.
In particolare, sono prese di mira le donne in gravidanza o con un figlio di età inferiore a un anno di età – perché, mentre la normativa in vigore nel loro caso prevede l’obbligo del rinvio della pena, un emendamento al ddl 1660 voluto dalla Lega cancella quest’obbligo con la motivazione di voler impedire alle “borseggiatrici” e alle “delinquenti” Rom di “farla franca”. Addirittura si dispone un’aggravante se il furto è commesso nella metropolitana!
L’ultima notizia è che nelle commissioni congiunte Affari Costituzionali e Giustizia della Camera, dove il ddl è in discussione, Forza Italia ha annunciato la sua contrarietà [questo esame ora è terminato, il 10 settembre inizia la discussione alla Camera – ndr]. E’ possibile, dunque, che l’emendamento cada, ma in ogni caso non possiamo fare a meno di denunciare questo ennesimo esempio di razzismo e di criminalizzazione delle donne in condizioni di precarietà sociale ed economica, da parte di forze di governo che esaltano la maternità e i valori familiari.
Per avere un’idea generale delle condizioni delle donne recluse, partiamo dal loro numero complessivo.
Alla fine di febbraio 2024 le donne in carcere erano 2.611, pari al 4,3% della popolazione detenuta totale. La bassa percentuale è dovuta al fatto che il giudice tende a ricorrere alle cosiddette misure alternative, come la detenzione domiciliare, sia perché le donne più spesso degli uomini sono imputate di reati a “bassa pericolosità sociale” (reati contro il patrimonio, più che contro le persone), sia in considerazione del loro “ruolo familiare”.
Il 25% delle detenute è recluso in uno dei quattro penitenziari esclusivamente femminili attualmente operativi in Italia a Trani, Pozzuoli, Roma e Venezia, mentre il resto è distribuito in circa cinquanta sezioni femminili ricavate all’interno delle carceri maschili, dove le donne vivono le stesse difficoltà materiali degli uomini (sovraffollamento, mancanza di servizi, ecc. ) e altri problemi psicologici specifici della loro condizione: il dramma della lontananza dagli affetti familiari, i sensi di colpa verso i figli, sia che stiano in carcere con loro, sia che siano fuori dell’istituto carcerario. Inoltre, a causa del loro scarso numero, le direzioni carcerarie tendono ad attivare per le detenute un minor numero di progetti scolastici e di attività lavorative rispetto a quelli riservati agli uomini. (1)
Le madri possono scegliere se tenere con loro o meno i figli minori fino a 6 anni. Un’alternativa straziante: essere separate dai bambini, senza poterli seguire negli anni decisivi della loro crescita, col rischio di non essere più “riconosciute” da loro all’uscita dal carcere, o incarcerare anche i figli!
Attualmente sono in carcere 19 donne con 22 bambini. Il provvedimento riguarda quindi un numero limitato di situazioni, il che lo rende ancora più odioso ed espressione dell’ideologia razzista, reazionaria e classista che è la spina dorsale del governo in carica. Prima del Covid, le detenute con figli erano molto più numerose ma la magistratura di sorveglianza, considerato il pericolo di contagio per i bambini, decise di far ricorso più frequentemente alle alternative di pena.
12 di queste donne sono negli Icam – Istituti a custodia attenuata per madri – situati al di fuori dei penitenziari e strutturati in modo da somigliare meno ad un carcere, con mura colorate, senza sbarre, armi e divise. Gli unici Icam funzionanti si trovano a Milano, a Torino e a Lauro (provincia di Avellino).
Le altre donne e i loro bambini sono assegnate agli istituti penitenziari ordinari, in cui sono attrezzate piccole aree detentive, dette “sezioni nido”, separate dal resto del reparto carcerario, con stanze più ampie, mura colorate, attrezzature per la cura dei bambini (fasciatoi, culla); alcune sezioni nido hanno spazi anche esterni per il gioco, biblioteche con libri per bambini, piccoli ambulatori, come nella Casa circondariale di Rebibbia femminile.
A volte dei progetti di volontariato consentono di portare i bambini all’esterno oppure organizzare eventi all’interno della sezione. Un po’ di maquillage, insomma, non certo sufficiente a sopperire alla mancanza di socialità e anche di condizioni igieniche e ambientali necessarie ad una crescita equilibrata e serena dei piccoli. Diversi istituti carcerari, però, non dispongono di vere e proprie sezioni nido, al massimo di una stanza senza servizi appositi. Dovrebbe trattarsi di luoghi transitori, ma spesso le detenzioni sono lunghe. (2)
Mancano comunque sufficienti presidi essenziali: il supporto medico non è garantito con costanza. La ginecologa è presente solo due volte la settimana, anche il pediatra viene chiamato solo all’occorrenza. Gli “infortuni”, perciò, non mancano.
All’inizio dello scorso marzo una donna incinta ha perso il proprio bambino nel carcere di Sollicciano a Firenze, a causa di complicazioni della gravidanza. Era già accaduto nel luglio 2022 che una donna perdesse il bambino dopo essersi sentita male nell’istituto milanese di San Vittore, così come nel marzo 2019 a Pozzuoli. A Rebibbia a Roma nell’agosto 2021 una donna ha partorito all’improvviso nella propria cella con il solo aiuto della compagna di stanza. (3)
Lo Stato ha previsto anche strutture alternative al carcere: le case-famiglia protette, affidate ai servizi sociali e agli enti locali, introdotti dalla legge Buemi (L. 62/2011). Ma poiché non c’è copertura finanziaria, attualmente sono state stipulate solo due convenzioni, a Roma e Milano, per una capacità ricettiva di 6 adulte e 8 minori (dati del Ministero della Giustizia).
Al solito… i soldi ci sono per le guerre e le opere infrastrutturali inutili, non per i progetti di cui potrebbero usufruire le proletarie in carcere. Sappiamo bene che il sistema carcerario non aumenta la sicurezza del “cittadino”, ma produce a sua volta violenza, disagio sociale, emarginazione.
Fuori le recluse dalle prigioni ! Nessun bambino dietro le sbarre!
Il ddl 1660 non è stato però un fulmine a ciel sereno. Sempre all’attacco del reato di essere poveri e marginali, è stato varato nel settembre 2023 il famigerato “decreto Caivano” che pomposamente si intitola “Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”.
In esso, il “contrasto al disagio giovanile” viene affrontato con un’estensione dei casi in cui è previsto l’arresto e la reclusione anche per i quattordicenni, per una serie di reati “consumati o tentati” (il carcere, quindi, luogo di cura del disagio giovanile?), con la privazione dei mezzi di comunicazione informatici, spesso l’unico contatto con l’esterno (certamente per ragioni di sicurezza) e con la trasformazione della violazione dell’obbligo scolastico da reato in delitto, per il quale i genitori possono essere arrestati e privati della patria potestà.
Così si affrontano i problemi delle periferie, dello spaccio di droghe, dell’abbandono scolastico, dell’assenza dei servizi, dello sfacelo delle strutture per i giovani e le loro famiglie! Violenza e repressione al cubo!
Andando ancora indietro nel tempo, e sottolineando la continuità tra i vari governi, segnaliamo anche la legge 54 del settembre 2006 (ultimi mesi del governo Berlusconi) sulle separazioni e l’affido dei figli, il cui scopo fondamentale è ribadire i diritti dei padri alla custodia condivisa o assoluta, anche se violenti, abusanti, inadeguati o rifiutati dai figli stessi. (4)
La violenza domestica è interpretata come “conflittualità di coppia”, gli apparati giuridici e istituzionali devono in ogni modo cercare di ripristinare la relazione tra i coniugi. Le madri che si oppongono vengono investite da una serie di accuse e minacce di vedersi sottrarre i bambini, e colpite da una nuova tipologia di reato: quella della cosiddetta “alienazione parentale” (una bufala sul piano scientifico), dall’accusa cioè di aver negativamente influenzato i figli a danno del “padre”. L’accusa è di essere una madre malevola, ostativa, non collaborante. Il tutto nel “supremo interesse dei minori” che vengono sottoposti forzatamente a percorsi terapeutici e psichiatrici non necessari.
La violenza in famiglia viene sottaciuta perchè funzionale alla necessità di rafforzare la gerarchia familiare e tenere le donne sotto ricatto proprio nel momento in cui devono affrontare situazioni difficili dal punto di vista psicologico ed economico.
La legittimazione della violenza individuale in famiglia è elemento indispensabile a legittimare la violenza sociale, il cui monopolio è per definizione attributo dello Stato. E’ la preparazione, a livello sociale allargato, al clima di guerra interna ed esterna verso cui ci stiamo dirigendo a grandi passi, e di cui il ddl 1066 non è che l’ultima tappa. Dobbiamo fermarlo, raccogliendo attorno a questo obiettivo quante più forze è possibile, rivendicando e praticando la libertà di lottare, l’unica via!
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1) Fonte: Antigone, Tredicesimo e quattordicesimo Rapporto sulle condizioni di detenzione femminile.
2) Fonte: Osservatorio Antigone 2023
3) Fonte: Antigone, Ventesimo rapporto sulle condizioni di detenzione di donne e bambini
4) Questa denuncia è portata avanti dal Comitato “Madri unite contro la violenza istituzionale”.

