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Chi inquina, paga? Assolutamente no, si appropria terreni (italiano – English)

Kenyatta Ngusilo (al centro), membro della comunità Ogiek, guarda bruciare il suo magazzino nella foresta di Sasimwani Mau, 2023. Centinaia di Ogiek sono rimasti senza casa dopo che il governo keniota ha sfrattato i presunti occupanti abusivi. [James
Wakibia/SOPA Images/LightRocket tramite Getty Images]

Abbiamo tradotto da “Middle East Report 311 (Summer 2024)”, e vi proponiamo due articoli di studiosi di economia politica (Adam Hanieh e Benjamin Schuetze) che si connettono alla questione ambientale. Il primo di questi riguarda i cd “crediti di carbonio”, una pratica che consente alle attività inquinanti di “riparare” al danno prodotto, compensandolo con l’impianto di aree boschive che avrebbero la funzione di metabolizzare l’anidride carbonica, il più pericoloso gas serra, ma solo quello e non altri importanti inquinanti e cancerogeni. L’imbroglio ecologico – parafrasando Dario Paccino – che si nasconde dietro questa pratica, assume molte forme: dalla falsificazione del conteggio delle emissioni di CO2 all’appropriazione di terreni ed espulsione di intere comunità indigene. Adam Hanieh – professore di economia politica e sviluppo globale presso l’Istituto di Studi Internazionali e Territoriali a Pechino – descrive questi aspetti che fanno della pratica dei crediti la continuazione della logica capitalista del profitto, un altro affare ed un’operazione di puro green washing.

Il secondo articolo è opera di Benjamin Schuetze – ricercatore senior a capo del gruppo di ricerca Noether-Bergstraesser-Institute di Friburgo – e contesta l’ideologia liberalista che vorrebbe dimostrare che la transizione verde è portatrice di pace e democrazia. Partendo dalla diseguale distribuzione delle fonti carbonifere sul pianeta, Schuetze mostra invece gli aspetti colonialisti – tutt’altro che pacifici – che sta assumendo la transizione verde gestita – aggiungiamo noi – dal capitalismo.

La nostra insistenza sulla incompatibilità tra tutela della natura e capitalismo ne esce ancora una volta consolidata. Essa non è né esibizione massimalistica né fatalistica rassegnazione all’idea che solo la sperata rivoluzione sociale possa invertire il rapporto di saccheggio della natura da parte del capitalismo e che, intanto, la si possa attendere con tutta calma dal divano di casa propria. Noi pensiamo che tutti i progetti benefici, le proposte benpensanti, le attività della pur generosa volontà, possono poco se il comando della produzione e riproduzione sociale, e quindi del rapporto uomo-natura, resta nelle mani dei capitalisti. Ai movimenti militanti, ai generosi combattenti contro la devastazione climatica, agli stessi studiosi, non siamo noi a proporre la questione del potere politico; è la realtà materiale del capitalismo che lo impone.

Aggiungiamo che entrambi gli articoli, anche se in misura diversa, non si spingono sul terreno della lotta anticapitalista – si tratta di studiosi e non di militanti politici – ma costituiscono comunque delle fonti che le varie correnti “verdi” istituzionali sembrano ignorare, e che si guardano bene dall’agitare conseguentemente, altrimenti come farebbero a giustificare i loro voti per von der Leyen, a far capire perché non si schierano in maniera conseguente contro le guerre della Nato e contro la militarizzazione dell’Unione europea che sta dandosi da fare per accrescere ulteriormente il suo spazio coloniale in proprio? (Red.)

Merip 311, estate 2024

Il riciclaggio del carbonio: la “nuova corsa all’Africa” del Golfo – Adam Hanieh

Ai primi di novembre del 2023, poco prima dell’apertura del vertice COP28 a Dubai, un’azienda degli Emirati Arabi Uniti, fino ad allora poco conosciuta, ha attirato l’attenzione dei media con la notizia dei suoi potenziali affari terrieri in Africa.

Dai resoconti risultava che Blue Carbon, una società di proprietà privata dello sceicco Ahmed al-Maktoum, un membro della famiglia regnante di Dubai, aveva firmato accordi che le promettevano il controllo su vaste aree di terra in tutto il continente africano. Questi accordi riguardavano ben il 10% delle terre di Liberia, Zambia e Tanzania e il 20% in Zimbabwe. Un’area equivalente, nel complesso, alle dimensioni della Gran Bretagna.

Blue Carbon intende utilizzare la terra per lanciare progetti di compensazione del carbonio, una pratica sempre più popolare che, secondo i suoi fautori, aiuterà a contrastare il cambiamento climatico. Le attività di compensazioni di carbonio comprendono la protezione delle foreste e altri programmi ambientali che vengono equiparati a una certa quantità di “crediti” di carbonio. Questi crediti possono essere venduti a coloro che in tutto il mondo inquinano per compensare le loro emissioni. Prima di avviare le trattative per questo enorme accordo, Blue Carbon non aveva alcuna esperienza né di compensazioni di carbonio né di gestione forestale. Ciononostante, l’azienda si è candidata ad accaparrarsi miliardi di dollari grazie a questi progetti.

ONG ambientaliste, giornalisti e attivisti hanno subito denunciato l’accordo definendolo una nuova “corsa all’Africa”, un accaparramento di terre in nome della mitigazione dei cambiamenti climatici. Blue Carbon ha risposto ribadendo che le trattative sono solo esplorative e richiederanno la consultazione delle comunità e ulteriori negoziati prima di un’approvazione formale.

A prescindere dal loro stato attuale, gli accordi sulle terre fanno temere l’espulsione delle comunità indigene e delle altre comunità locali per consentire la realizzazione dei piani di protezione forestale di Blue Carbon. Nel Kenya orientale, ad esempio, nel novembre 2023 la popolazione indigena Ogiek è stata cacciata dalla Foresta di Mau, espulsione che gli esperti hanno collegato ai negoziati in corso tra Blue Carbon e il presidente del Kenya, William Ruto.

Ci sono state proteste anche contro i negoziati a porte chiuse del governo liberiano con Blue Carbon, gli attivisti sostengono che il progetto viola i diritti sulla terra delle popolazioni indigene sanciti dalla legge liberiana. Casi simili di espropri di terre in altre parti del mondo hanno portato il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, Francisco Calí Tzay, a chiedere una moratoria globale sui progetti di compensazione del carbonio.

Al di là del loro impatto potenzialmente distruttivo sulle comunità locali, le attività di Blue Carbon in Africa segnalano un cambiamento significativo delle strategie climatiche degli Stati del Golfo. Come hanno dimostrato coloro che vi si oppongono, l’industria della compensazione delle emissioni di carbonio funziona principalmente come meccanismo di greenwashing, consente agli inquinatori di nascondere le loro continue emissioni dietro la cortina di fumo di ingannevoli metodologie di contabilizzazione delle emissioni di carbonio, e al contempo crea un nuovo settore redditizio per gli investitori finanziari. Gli Stati del Golfo, maggiori esportatori mondiali di petrolio greggio e gas naturale liquefatto, stanno posizionandosi in tutte le sezioni di questa nuova attività, compresi i mercati finanziari dove vengono acquistati e venduti i crediti di carbonio. Un’evoluzione che sta riconfigurando le relazioni del Golfo con il continente africano e avrà conseguenze significative sugli assetti del nostro pianeta in fase di riscaldamento.

Falsa contabilità e riciclaggio di carbonio

Le tipologie di progetti di compensazione del carbonio sono molteplici, di cui la più comune è quella dei progetti contro la deforestazione, che rappresentano la parte più consistente dell’interesse di Blue Carbon per i terreni africani. Questi progetti prevedono che i terreni vengano recintati e protetti dalla deforestazione. I certificatori di compensazione del carbonio – il più grande al mondo è il gruppo Verra, con sede a Washington – valutano la quantità di carbonio che i progetti impediscono di rilasciare nell’atmosfera (quantità misurata in tonnellate di CO2). I crediti di carbonio, una volta quantificati, possono essere venduti agli inquinatori, che li utilizzano per compensare le proprie emissioni e raggiungere così gli obiettivi climatici dichiarati.

Questi piani, all’apparenza attraenti – dopo tutto, chi non vorrebbe che il denaro fosse destinato alla protezione delle foreste? – hanno però due grandi difetti. Il primo è la cosiddetta “permanenza”. Gli acquirenti che acquistano crediti di carbonio ottengono il diritto di inquinare ‘qui ed ora’. Ma ci vogliono centinaia di anni prima che le emissioni di carbonio vengano riassorbite dall’atmosfera e non c’è alcuna garanzia che la foresta continui a resistere per tutto questo tempo. Se si verifica un incendio o cambia il quadro politico e la foresta viene distrutta, è troppo tardi per recuperare i crediti di carbonio riconosciuti in precedenza. Non si tratta di una preoccupazione teorica. Negli ultimi anni, gli incendi in California hanno consumato milioni di ettari di foreste, compresi quelli legati ai crediti di carbonio acquistati da grandi aziende internazionali come Microsoft e BP. Data la crescente incidenza degli incendi boschivi dovuti al riscaldamento globale, tali eventi diventeranno senza dubbio più frequenti.

Il secondo grande difetto di questi piani è che qualsiasi stima dei crediti di carbonio per evitare la deforestazione si basa su uno scenario ipotetico: quanto carbonio sarebbe stato rilasciato se il progetto di compensazione non fosse stato realizzato? Anche in questo caso la stima dipende da un futuro non prevedibile, e ciò apre significative opportunità di profitto per le aziende che certificano e vendono crediti di carbonio. Gonfiando le stime di riduzione delle emissioni legate a un particolare progetto, è possibile vendere molti più crediti di carbonio di quanti siano effettivamente giustificati. Questo margine di speculazione è uno dei motivi per cui il mercato dei crediti di carbonio è così strettamente coinvolto in continui scandali e corruzione. Infatti, secondo quanto riportato dal New Yorker, dopo che in Europa è stata rivelata una massiccia frode sulle emissioni di carbonio, “il governo danese ha ammesso che l’80% delle società di compravendita di crediti di carbonio del Paese erano coperture per il racket” [1].

Questi problemi metodologici sono strutturalmente intrinseci alla compensazione e non possono essere evitati. Di conseguenza, la maggior parte dei crediti di carbonio scambiati oggi sono fittizi e non comportano una reale riduzione delle emissioni di carbonio. L’analista tunisino Fadhel Kaboub li definisce “una licenza per inquinare” [2]. Un’inchiesta condotta all’inizio del 2023 ha rilevato che oltre il 90% dei crediti di carbonio della foresta pluviale certificati da Verra erano probabilmente falsi e non rappresentavano effettive riduzioni di carbonio. Un altro studio condotto per la Commissione europea ha riportato che l’85% dei progetti di compensazione previsti dal Meccanismo di sviluppo pulito delle Nazioni Unite non è riuscito a ridurre le emissioni. Un recente studio accademico sui progetti di compensazione in sei Paesi, inoltre, ha rilevato che la maggior parte di essi non ha ridotto la deforestazione e, per quelli che l’hanno fatto, le riduzioni sono state significativamente inferiori a quanto inizialmente dichiarato. Di conseguenza, concludono gli autori, i crediti di carbonio venduti per questi progetti sono stati utilizzati per “compensare una quantità di emissioni di carbonio quasi tre volte superiore al loro effettivo contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici” [3].

Nonostante questi problemi fondamentali – o forse proprio a causa di essi – sta crescendo rapidamente l’utilizzo delle compensazioni di carbonio. La banca d’affari Morgan Stanley prevede che il mercato avrà un valore di 250 miliardi di dollari entro il 2050, rispetto ai circa 2 miliardi di dollari del 2020, dal momento che i grandi inquinatori utilizzano le compensazioni per legittimare le loro continue emissioni di carbonio, mentre dichiarano di voler raggiungere obiettivi netti zero. Nel caso di Blue Carbon, una stima ha rilevato che la quantità di crediti di carbonio che potrebbero essere accreditati grazie ai suoi progetti in Africa equivarrebbe a tutte le emissioni annuali di carbonio degli Emirati Arabi Uniti. Questa pratica, assimilabile al riciclaggio del carbonio, permette alle emissioni in corso di non essere registrate nel registro della contabilità del carbonio, in cambio di crediti che hanno poca base nella realtà.

Monetizzare la natura come strategia di sviluppo

Per il continente africano, la crescita di questi nuovi mercati del carbonio non può essere separata dall’escalation della crisi del debito globale seguita alla pandemia COVID-19 e alla guerra in Ucraina. Secondo un nuovo database, Debt Service Watch, il Sud globale sta vivendo la peggiore crisi del debito mai registrata, un terzo dei paesi dell’Africa subsahariana spende più della metà delle entrate di bilancio per il servizio del debito.

Di fronte a queste pressioni fiscali senza precedenti, la mercificazione della terra tramite la compensazione è ora fortemente promossa dai finanziatori internazionali e da molte organizzazioni per lo sviluppo come via d’uscita da questa crisi profonda e radicata.

L’Iniziativa africana per i mercati del carbonio (ACMI), un’alleanza lanciata nel 2022 al vertice COP27 del Cairo, è emersa come protagonista di spicco in questo nuovo discorso sullo sviluppo. ACMI riunisce leader africani, società di credito per il carbonio (tra cui Verra), donatori occidentali (USAID, Fondazione Rockefeller e Fondo per la Terra di Jeff Bezos) e organizzazioni multilaterali come la Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite. Oltre all’impegno pratico per mobilitare i fondi e spingere a cambiamenti politici, ACMI ha assunto un ruolo di primo piano nella promozione dei mercati del carbonio come soluzione vantaggiosa sia per i Paesi africani fortemente indebitati che per il clima. Come si legge nel documento costitutivo dell’organizzazione, “l’emergere dei crediti di carbonio come nuovo prodotto consente di monetizzare l’ampia dotazione di capitale naturale dell’Africa, valorizzandola” [4].

Le attività di ACMI sono fortemente legate al Golfo. Un aspetto di questa relazione è che i gruppi del Golfo, in particolare i produttori di combustibili fossili, sono ora la fonte principale di domanda per i futuri crediti di carbonio africani. In occasione del Vertice africano sul clima del settembre 2023 a Nairobi, Kenya, ad esempio, un gruppo di importanti aziende energetiche e finanziarie emiratine (noto come UAE Carbon Alliance) si è impegnato ad acquistare nei prossimi sei anni crediti di carbonio da ACMI per un valore di 450 milioni di dollari. Questo impegno ha confermato che gli Emirati Arabi Uniti sono il principale finanziatore di ACMI e, garantendo la domanda di crediti di carbonio per il resto del decennio, contribuisce a creare il mercato attuale, promuovendo nuovi progetti di compensazione e consolidandone il ruolo nelle strategie di sviluppo degli Stati africani. Inoltre esso contribuisce a legittimare la compensazione come risposta all’emergenza climatica, nonostante i numerosi scandali che hanno colpito il settore negli ultimi anni.

Anche l’Arabia Saudita ha un ruolo importante nella promozione dei mercati del carbonio in Africa. Uno dei membri del comitato direttivo di ACMI è l’imprenditrice saudita Riham ElGizy, che dirige la Regional Voluntary Carbon Market Company (RVCMC). Fondata nel 2022 come joint venture tra il Public Investment Fund (il fondo sovrano dell’Arabia Saudita) e la borsa saudita Tadawul, RVCMC ha organizzato le due più grandi aste di carbonio al mondo, vendendo più di 3,5 milioni di tonnellate di crediti di carbonio nel 2022 e nel 2023. Il 70% dei crediti venduti in queste aste proveniva da progetti di compensazione in Africa, e l’asta del 2023 si è svolta in Kenya. I principali acquirenti di questi crediti sono state le aziende saudite, con in testa la più grande compagnia petrolifera del mondo, Saudi Aramco.

Oltre a controllare i progetti di compensazione in Africa, gli Stati del Golfo si stanno posizionando anche all’altra estremità della catena del valore del carbonio: la commercializzazione e la vendita di crediti di carbonio ad acquirenti regionali e internazionali. Le relazioni degli Emirati e dei Sauditi con ACMI e il commercio di crediti di carbonio africani evidenziano un importante sviluppo per quanto riguarda il ruolo del Golfo in questi nuovi mercati.

A questo riguardo, il Golfo sta emergendo come uno spazio economico chiave in cui il carbonio africano viene trasformato in un bene finanziario che può essere acquistato, venduto e speculato dagli attori finanziari di tutto il mondo.

Infatti, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno cercato di creare Borse del carbonio permanenti, dove i crediti di carbonio possono essere acquistati e venduti come qualsiasi altra merce. Gli Emirati Arabi Uniti hanno creato, nel settembre 2022, la prima borsa commerciale di questo tipo con l’investimento del fondo sovrano controllato da Abu Dhabi, Mubadala, nella AirCarbon Exchange (ACX) con sede a Singapore. In seguito a questa acquisizione, Mubadala detiene ora il 20% di ACX e ha istituito una Borsa digitale regolamentata per il commercio del carbonio nella zona franca finanziaria di Abu Dhabi, l’Abu Dhabi Global Market. ACX sostiene che la Borsa è la prima regolamentata del suo genere al mondo e che il commercio dei crediti di carbonio iniziata a fine 2023. Allo stesso modo, in Arabia Saudita RVCMC ha stretto una partnership con l’azienda statunitense di tecnologia di mercato Xpansiv per istituire una borsa permanente dei crediti di carbonio, il cui lancio è previsto per la fine del 2024.

Resta da vedere se queste due Borse del Golfo si faranno concorrenza o privilegeranno strumenti di negoziazione diversi, come i titoli derivati del carbonio o i crediti di carbonio conformi alla Sharia. È chiaro, tuttavia, che i principali centri finanziari del Golfo stanno sfruttando le infrastrutture esistenti per conquistare una posizione dominante a livello regionale nella vendita di carbonio. Il Golfo è attivo in tutte le fasi del settore della compensazione – dalla generazione dei crediti di carbonio al loro acquisto – ed è ora uno dei principali attori delle nuove forme di estrazione di ricchezza che collegano il continente africano alla più ampia economia globale.

Consolidare un futuro basato sui combustibili fossili

Negli ultimi due decenni, la produzione di petrolio e soprattutto di gas del Golfo è cresciuta notevolmente, parallelamente a un sostanziale spostamento verso est delle esportazioni di energia per soddisfare la nuova domanda di idrocarburi della Cina e dell’Asia orientale. Allo stesso tempo, gli Stati del Golfo hanno ampliato il loro coinvolgimento nei settori a valle ad alta intensità energetica, in particolare nella produzione di prodotti petrolchimici, plastica e fertilizzanti. Le compagnie petrolifere nazionali del Golfo, con in testa Saudi Aramco e Abu Dhabi National Oil Company, rivaleggiano oggi con le tradizionali Supermajor petrolifere occidentali in termini di riserve, capacità di raffinazione e livelli di esportazione.

Anzi, proprio come le grandi compagnie petrolifere occidentali, la visione del Golfo di espandere la produzione di combustibili fossili è accompagnata dal tentativo di conquistare la leadership nelle iniziative globali contro la crisi climatica. In questo contesto – e nonostante la realtà dell’emergenza climatica – gli Stati del Golfo stanno raddoppiando la produzione di combustibili fossili, perché vedono che c’è molto da guadagnare nel mantenere il più a lungo possibile il mondo centrato sul petrolio. Come ha giurato il ministro del petrolio saudita nel 2021, “ogni molecola di idrocarburo verrà estratta” [5]. Ma questo approccio non significa che gli Stati del Golfo abbiano adottato una posizione di negazionismo nei confronti del cambiamento climatico.

Un aspetto di questo approccio è il loro forte coinvolgimento in tecnologie a basse emissioni di carbonio, come l’idrogeno e la cattura dell’anidride carbonica, piene di difetti e non provate. Un altro aspetto è il tentativo di pilotare i negoziati globali sul clima, come si è visto nelle recenti conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, COP27 e COP28, dove gli Stati del Golfo hanno tenuto le discussioni politiche al di fuori da un impegno efficace per eliminare gradualmente i combustibili fossili, trasformando questi eventi in poco più che spettacoli societari e forum di discussione per l’industria petrolifera.

Il mercato della compensazione delle emissioni di carbonio deve essere considerato parte integrante di queste manovre per ritardare, offuscare e ostacolare l’impegno ad affrontare il cambiamento climatico in modo significativo. Attraverso l’ingannevole contabilizzazione delle emissioni di carbonio nei progetti di compensazione, le grandi industrie petrolifere e del gas del Golfo possono continuare a fare affari come sempre, affermando al contempo di voler raggiungere i loro cosiddetti obiettivi climatici. L’espropriazione delle terre africane da parte del Golfo è la chiave di questa strategia, che in ultima analisi alimenta lo scenario disastroso di una produzione di combustibili fossili in continua accelerazione.

[Adam Hanieh è professore di economia politica e sviluppo globale presso l’Istituto di studi arabi e islamici dell’Università di Exeter. Il suo libro di prossima pubblicazione è Crude Capitalism: Oil, Corporate Power, and the Making of the World Market (Verso, settembre 2024)].

Note

[1] Heidi Blake, “The Great Cash-for-Carbon Hustle”, The New Yorker , 16 ottobre 2023.

[2] Katherine Hearst, “Il Kenya concede ‘milioni di ettari’ a un’azienda degli Emirati Arabi Uniti nell’ultimo accordo di compensazione delle emissioni di carbonio”, Middle East Eye, 5 novembre 2023.

[3] Thales AP West et al., “Azione necessaria per far sì che le compensazioni di carbonio derivanti dalla conservazione delle foreste funzionino per il cambiamento climatico ,” Science 381/6660 (agosto 2023), p. 876.

[4] “Africa Carbon Markets Initiative (ACMI): Roadmap Report,” ACMI, 8 novembre 2022, p. 12.

[5] Javier Blas, “Il principe saudita dei prezzi del petrolio giura di trivellare ‘ogni ultima molecola’”, Bloomberg, 22 luglio 2021.

Laundering Carbon—The Gulf’s ‘New Scramble for Africa’ – Adam Hanieh

In early November 2023, shortly before the COP28 summit opened in Dubai, a hitherto obscure UAE firm attracted significant media attention around news of their prospective land deals in Africa.

Reports suggested that Blue Carbon—a company privately owned by Sheikh Ahmed al-Maktoum, a member of Dubai’s ruling family—had signed deals promising the firm control over vast tracts of land across the African continent. These deals included an astonishing 10 percent of the landmass in Liberia, Zambia and Tanzania, and 20 percent in Zimbabwe. Altogether, the area equalled the size of Britain.

Blue Carbon intended to use the land to launch carbon offset projects, an increasingly popular practice that proponents claim will help tackle climate change. Carbon offsets involve forest protection and other environmental schemes that are equated to a certain quantity of carbon “credits.” These credits can then be sold to polluters around the world to offset their own emissions. Prior to entering into the negotiations of the massive deal, Blue Carbon had no experience in either carbon offsets or forest management. Nonetheless the firm stood to make billions of dollars from these projects.

Environmental NGOs, journalists and activists quickly condemned the deals as a new “scramble for Africa”—a land grab enacted in the name of climate change mitigation. In response, Blue Carbon insisted the discussions were merely exploratory and would require community consultation and further negotiation before formal approval.

Regardless of their current status, the land deals raise concerns that indigenous and other local communities could be evicted to make way for Blue Carbon’s forest protection plans. In Eastern Kenya, for example, the indigenous Ogiek People were driven out of the Mau Forest in November 2023, an expulsion that lawyers linked to ongoing negotiations between Blue Carbon and Kenya’s president, William Ruto. Protests have also followed the Liberian government’s closed-door negotiations with Blue Carbon, with activists claiming the project violates the land rights of indigenous people enshrined within Liberian law. Similar cases of land evictions elsewhere have led the UN Special Rapporteur on the Rights of Indigenous Peoples, Francisco Calí Tzay, to call for a global moratorium on carbon offset projects.

Beyond their potentially destructive impact on local communities, Blue Carbon’s activities in Africa point to a major shift in the climate strategies of Gulf states. As critics have shown, the carbon offsetting industry exists largely as a greenwashing mechanism, allowing polluters to hide their continued emissions behind the smokescreen of misleading carbon accounting methodologies while providing a profitable new asset class for financial actors. As the world’s largest exporters of crude oil and liquified natural gas, the Gulf states are now positioning themselves across all stages of this new industry—including the financial markets where carbon credits are bought and sold. This development is reconfiguring the Gulf’s relationships with the African continent and will have significant consequences for the trajectories of our warming planet.

False Accounting and Carbon Laundering

There are many varieties of carbon offset projects. The most common involves the avoided deforestation schemes that make up the bulk of Blue Carbon’s interest in African land. In these schemes, land is enclosed and protected from deforestation. Carbon offset certifiers—of which the largest in the world is the Washington-based firm, Verra—then assess the amount of carbon these projects prevent from being released into the atmosphere (measured in tons of CO2). Once assessed, carbon credits can be sold to polluters, who use them to cancel out their own emissions and thus meet their stated climate goals.

Superficially attractive—after all, who doesn’t want to see money going into the protection of forests?—such schemes have two major flaws. The first is known as “permanence.” Buyers who purchase carbon credits gain the right to pollute in the here and now. Meanwhile, it takes hundreds of years for those carbon emissions to be re-absorbed from the atmosphere, and there is no guarantee that the forest will continue to stand for that timeframe. If a forest fire occurs or the political situation changes and the forest is destroyed, it is too late to take back the carbon credits that were initially issued. This concern is not simply theoretical. In recent years, California wildfires have consumed millions of hectares of forest, including offsets purchased by major international firms such as Microsoft and BP. Given the increasing incidence of forest fires due to global warming, such outcomes will undoubtedly become more frequent.

Again, this estimate depends on an unknowable future, opening up significant profit-making opportunities for companies certifying and selling carbon credits.The second major flaw with these schemes is that any estimation of carbon credits for avoided deforestation projects rests on an imaginary counterfactual: How much carbon would have been released if the offset project were not in place? Again, this estimate depends on an unknowable future, opening up significant profit-making opportunities for companies certifying and selling carbon credits. By inflating the estimated emissions reductions associated with a particular project, it is possible to sell many more carbon credits than are actually warranted. This scope for speculation is one reason why the carbon credit market is so closely associated with repeated scandals and corruption. Indeed, according to reporting in the New Yorker, after one massive carbon fraud was revealed in Europe, “the Danish government admitted that eighty per cent of the country’s carbon-trading firms were fronts for the racket.”[1]

These methodological problems are structurally intrinsic to offsetting and cannot be avoided. As a result, most carbon credits traded today are fictitious and do not result in any real reduction in carbon emissions. Tunisian analyst Fadhel Kaboub describes them as simply “a licence to pollute.”[2] One investigative report from early 2023 found that more than 90 percent of rainforest carbon credits certified by Verra were likely bogus and did not represent actual carbon reductions. Another study conducted for the EU Commission reported that 85 percent of the offset projects established under the UN’s Clean Development Mechanism failed to reduce emissions. A recent academic study of offset projects across six countries, meanwhile, found that most did not reduce deforestation, and for those that did, the reductions were significantly lower than initially claimed. Consequently, the authors conclude, carbon credits sold for these projects were used to “offset almost three times more carbon emissions than their actual contributions to climate change mitigation.”[3]

Despite these fundamental problems—or perhaps because of them—the use of carbon offsets is growing rapidly. The investment bank Morgan Stanley predicts that the market will be worth $250 billion by 2050, up from about $2 billion in 2020, as large polluters utilize offsetting to sanction their continued carbon emissions while claiming to meet net zero targets. In the case of Blue Carbon, one estimate found that the amount of carbon credits likely to be accredited through the firm’s projects in Africa would equal all of the UAE’s annual carbon emissions. Akin to carbon laundering, this practice allows ongoing emissions to disappear from the carbon accounting ledger, swapped for credits that have little basis in reality.

Monetizing Nature as a Development Strategy

For the African continent, the growth of these new carbon markets cannot be separated from the escalating global debt crisis that has followed the COVID-19 pandemic and the war in Ukraine. According to a new database, Debt Service Watch, the Global South is experiencing its worst debt crisis on record, with one-third of countries in Sub-Saharan Africa spending over half their budget revenues on servicing debt. Faced with such unprecedented fiscal pressures, the commodification of land through offsetting is now heavily promoted by international lenders and many development organizations as a way out of the deep-rooted crisis.

The African Carbon Markets Initiative (ACMI), an alliance launched in 2022 at the Cairo COP27 summit, has emerged as a prominent voice in this new development discourse. ACMI brings together African leaders, carbon credit firms (including Verra), Western donors (USAID, the Rockefeller Foundation and Jeff Bezos’ Earth Fund) and multilateral organizations like the United Nations Economic Commission for Africa. Along with practical efforts to mobilize funds and encourage policy changes, ACMI has taken a lead role in advocating for carbon markets as a win-win solution for both heavily indebted African countries and the climate. In the words of the organization’s founding document, “The emergence of carbon credits as a new product allows for the monetization of Africa’s large natural capital endowment, while enhancing it.”[4]

ACMI’s activities are deeply tied to the Gulf. One side to this relationship is that Gulf firms, especially fossil fuel producers, are now the key source of demand for future African carbon credits. At the September 2023 African Climate Summit in Nairobi, Kenya, for example, a group of prominent Emirati energy and financial firms (known as the UAE Carbon Alliance) committed to purchasing $450 million worth of carbon credits from ACMI over the next six years. The pledge immediately confirmed the UAE as ACMI’s biggest financial backer. Moreover, by guaranteeing demand for carbon credits for the rest of this decade, the UAE’s pledge helps create the market today, driving forward new offset projects and solidifying their place in the development strategies of African states. It also helps legitimize offsetting as a response to the climate emergency, despite the numerous scandals that have beset the industry in recent years.

Saudi Arabia is likewise playing a major role in pushing forward carbon markets in Africa. One of ACMI’s steering committee members is the Saudi businesswoman, Riham ElGizy, who heads the Regional Voluntary Carbon Market Company (RVCMC). Established in 2022 as a joint venture between the Public Investment Fund (Saudi Arabia’s sovereign wealth fund) and the Saudi stock exchange, Tadawul, RVCMC has organized the world’s two largest carbon auctions, selling more than 3.5 million tons worth of carbon credits in 2022 and 2023. 70 percent of the credits sold in these auctions were sourced from offset projects in Africa, with the 2023 auction taking place in Kenya. The principal buyers of these credits were Saudi firms, led by the largest oil company in the world, Saudi Aramco.

Beyond simply owning offset projects in Africa, the Gulf states are also positioning themselves at the other end of the carbon value chain: the marketing and sale of carbon credits to regional and international buyers. The Emirati and Saudi relationships with ACMI and the trade in African carbon credits illustrate a notable development when it comes to the Gulf’s role in these new markets. Beyond simply owning offset projects in Africa, the Gulf states are also positioning themselves at the other end of the carbon value chain: the marketing and sale of carbon credits to regional and international buyers. In this respect, the Gulf is emerging as a key economic space where African carbon is turned into a financial asset that can be bought, sold and speculated upon by financial actors across the globe.

Indeed, the UAE and Saudi Arabia have each sought to establish permanent carbon exchanges, where carbon credits can be bought and sold just like any other commodity. The UAE set up the first such trading exchange following an investment by the Abu Dhabi-controlled sovereign wealth fund, Mubadala, in the Singapore-based AirCarbon Exchange (ACX) in September 2022. As part of this acquisition, Mubadala now owns 20 percent of ACX and has established a regulated digital carbon trading exchange in Abu Dhabi’s financial free zone, the Abu Dhabi Global Market. ACX claims the exchange is the first regulated exchange of its kind in the world, with the trade in carbon credits beginning there in late 2023. Likewise, in Saudi Arabia the RVCMC has partnered with US market technology firm Xpansiv to establish a permanent carbon credit exchange set to launch in late 2024.

Whether these two Gulf-based exchanges will compete or prioritize different trading instruments, such as carbon derivatives or Shariah-compliant carbon credits, remains to be seen. What is clear, however, is that major financial centers in the Gulf are leveraging their existing infrastructures to establish regional dominance in the sale of carbon. Active at all stages of the offsetting industry—from generating carbon credits to purchasing them—the Gulf is now a principal actor in the new forms of wealth extraction that connect the African continent to the wider global economy.

Entrenching a Fossil-Fuelled Future

Over the past two decades, the Gulf’s oil and especially gas production has grown markedly, alongside a substantial eastward shift in energy exports to meet the new hydrocarbon demand from China and East Asia. At the same time, the Gulf states have expanded their involvement in energy-intensive downstream sectors, notably the production of petrochemicals, plastics and fertilizers. Led by Saudi Aramco and the Abu Dhabi National Oil Company, Gulf-based National Oil Companies now rival the traditional Western oil supermajors in key metrics such as reserves, refining capacity and export levels.

Rather, much like the big Western oil companies, the Gulf’s vision of expanded fossil fuel production is accompanied by an attempt to seize the leadership of global efforts to tackle the climate crisis.In this context—and despite the reality of the climate emergency—the Gulf states are doubling down on fossil fuel production, seeing much to be gained from hanging on to an oil-centered world for as long as possible. As the Saudi oil minister vowed back in 2021, “every molecule of hydrocarbon will come out.”[5] But this approach does not mean the Gulf states have adopted a stance of head-in-the-sand climate change denialism. Rather, much like the big Western oil companies, the Gulf’s vision of expanded fossil fuel production is accompanied by an attempt to seize the leadership of global efforts to tackle the climate crisis.

One side to this approach is their heavy involvement in flawed and unproven low carbon technologies, like hydrogen and carbon capture. Another is their attempts to steer global climate negotiations, seen in the recent UN climate change conferences, COP27 and COP28, where the Gulf states channelled policy discussions away from effective efforts to phase out fossil fuels, turning these events into little more than corporate spectacles and networking forums for the oil industry.

The carbon offset market should be viewed as an integral part of these efforts to delay, obfuscate and obstruct addressing climate change in meaningful ways. Through the deceptive carbon accounting of offset projects, the big oil and gas industries in the Gulf can continue business as usual while claiming to meet their so-called climate targets. The Gulf’s dispossession of African land is key to this strategy, ultimately enabling the disastrous specter of ever-accelerating fossil fuel production.

[Adam Hanieh is a professor of political economy and global development at the University of Exeter’s Institute of Arab and Islamic Studies. His forthcoming book is Crude Capitalism: Oil, Corporate Power, and the Making of the World Market (Verso, September 2024).]

Endnotes

[1] Heidi Blake, “The Great Cash-for-Carbon Hustle,” The New Yorker, October 16, 2023.

[2] Katherine Hearst, “Kenya concedes ‘millions of hectares’ to UAE firm in latest carbon offset deal,” Middle East Eye, November 5, 2023.

[3] Thales A. P. West et al., “Action needed to make carbon offsets from forest conservation work for climate change,” Science 381/6660 (August 2023), p. 876.

[4] “Africa Carbon Markets Initiative (ACMI): Roadmap Report,” ACMI, November 8, 2022, p. 12.

[5] Javier Blas, “The Saudi Prince of Oil Prices Vows to Drill ‘Every Last Molecule’,” Bloomberg, July 22, 2021.

How to cite this article:

Adam Hanieh “Laundering Carbon—The Gulf’s ‘New Scramble for Africa’,” Middle East Report 311 (Summer 2024).

La diseguaglianza politica della decarbonizzazione in Medio Oriente e Nord Africa – Benjamin Schuetze

Secondo il più grande produttore di energia rinnovabile d’Europa, la società statale norvegese Statkraft, “un aspetto positivo poco conosciuto della transizione verso l’energia verde è che più energia rinnovabile porta a più pace e democrazia!”.

È allettante proporre tesi così ambiziose sulla possibilità che la transizione verso le energie rinnovabili possa dar inizio ad un’epoca di accesso egualitario e democratico all’energia e che possa portare alla pace. Carbone, petrolio e gas sono fonti energetiche concentrate, distribuite in modo disomogeneo sul pianeta. L’eolico e il solare, invece, sono molto distribuiti, anche se con concentrazioni diverse.

In teoria, tale loro distribuzione offre la possibilità di una politica energetica meno gerarchica e più inclusiva: una produzione energetica meno dipendente da riserve fisse facilmente controllabili da attori statali e aziendali. Inoltre, può consentire ai paesi poveri di risorse, che dipendono in larga misura dalle importazioni di combustibili fossili, di diventare più indipendenti dal punto di vista energetico. Potrebbero persino trasformarsi in esportatori di energia verde.

Ma le recenti iniziative per la produzione di energia verde in Medio Oriente e Nord Africa dimostrano che le dipendenze precedentemente esistenti e il predominio del controllo privato sulla produzione di energia non vengono eliminati, ma semplicemente riconfigurati. Le élite autoritarie connesse a livello transregionale trasformano la distribuzione naturale delle energie rinnovabili in una concentrazione di potere politico ed economico. Pertanto, un sistema energetico basato sulle rinnovabili non sarà né meno incline ai conflitti, né automaticamente caratterizzato da minori disuguaglianze socio-economiche.

Dipendenze coloniali verdi

Molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, tra cui Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran, stanno cercando di diventare hub regionali di energia rinnovabile o di elettricità. A prima vista, questi progetti sembrano potenzialmente in grado di eliminare le gerarchie regionali tra potenti esportatori di idrocarburi e importatori vulnerabili e dipendenti. Ma l’integrazione della rete elettrica e il decentramento energetico non portano automaticamente ad una maggiore uguaglianza o a una riduzione dei conflitti.

Per fare un esempio, il boom dell’energia solare in Libano è avvenuto “come corsa ad acquisti privatizzati e iper-individualizzati”, [1] esacerbando le disuguaglianze preesistenti, ad esempio tra coloro che possono permettersi di installare un impianto solare sul tetto di casa e coloro che non sono proprietari di un’abitazione.

A livello internazionale, più la rete è grande e interconnessa sia tra stati che al loro interno, più è facile integrare le energie rinnovabili senza compromettere la stabilità della rete.

Diversi progetti attualmente in corso, tuttavia, riproducono logiche coloniali di estrazione delle risorse e di controllo esterno. Ad esempio, con il progetto Morocco-UK Power Project, l’azienda britannica X-Links prevede di coprire il 7,5% del consumo di elettricità della Gran Bretagna con l’elettricità verde prodotta in Marocco. Il progetto mira a costruire parchi solari ed eolici, oltre a enormi batterie, nella regione di Guelmim-Oued Noun su un’area che copre l’equivalente di Londra (circa 580 miglia quadrate). Questi impianti energetici dovrebbero produrre la stessa quantità di elettricità che il Marocco produce attualmente con la sua intera capacità di produzione elettrica. Saranno collegati al Devon, nell’Inghilterra sud-occidentale, tramite interconnettori sottomarini lunghi oltre 2.000 miglia, tre volte più lunghi del più lungo interconnettore sottomarino attualmente in costruzione. (Considerando le risorse necessarie per la produzione delle batterie e le strutture richieste per i cavi sottomarini, è molto dubbio che il progetto verrà mai realizzato).

Un altro esempio è l’interconnettore del Grande Mare (precedentemente noto come interconnettore Euro-Asia), che, per il momento, è il più lungo progetto di interconnessione sottomarina. Il progetto prevede di collegare, entro il 2028, Israele alla rete europea passando per Cipro e la Grecia. Una volta operativo, la rete europea, che è già collegata al Marocco, non solo si connetterà con gli impianti di energia rinnovabile nel Sahara occidentale occupato dal Marocco, ma anche con i parchi eolici e solari della Palestina occupata da Israele e delle alture del Golan. Gli attesi guadagni europei e israeliani in termini di sicurezza e diversificazione energetica si contrappongono agli alti prezzi dell’elettricità e ai bassi consumi nel Sahara occidentale occupato e in Palestina.

Questi investimenti per facilitare il flusso bidirezionale di elettroni attraverso i cavi che giacciono sui fondali del Mediterraneo si contrappongono anche alla violenta repressione delle migrazioni da parte dell’Unione Europea. In questo contesto, organizzazioni come migration-control.info – una rete di attivisti transnazionali che documenta l’esternalizzazione del controllo europeo delle migrazioni – insistono con forza nell’evidenziare il nesso diretto tra la lotta della UE contro le migrazioni e l’imperialismo climatico.

E non sono solo le ex potenze coloniali europee a utilizzare il settore delle energie rinnovabili per promuovere dipendenze neocoloniali. Nell’imminenza della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici COP28 a Dubai, l’emiratina Blue Carbon, una società privata di proprietà di un membro della famiglia reale di Dubai, ha annunciato di aver concluso accordi di compensazione delle emissioni di carbonio con Zimbabwe, Liberia, Zambia, Tanzania e Kenya. Gli accordi prevedono di limitare l’accesso della popolazione locale a un’area più vasta della Gran Bretagna, dando a Blue Carbon il diritto di vendere crediti di carbonio. In questo modo, gli Emirati Arabi Uniti possono rinviare gli interventi di transizione energetica a livello nazionale.

Analogamente, la creazione di un mercato globale per il carbonio verde incentiva la produzione inefficiente di idrogeno verde da esportare dai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa verso Europa, Corea e Giappone. La preziosa potenzialità rinnovabile sarà così sottratta alla decarbonizzazione diretta, più efficiente dal punto di vista energetico, di economie locali ancora fortemente dipendenti dagli idrocarburi.

La finanziarizzazione delle energie rinnovabili

Nonostante la distribuzione naturale delle energie rinnovabili, esse richiedono alcune tecnologie di produzione, stoccaggio e trasporto che spesso impediscono di ridistribuire l’energia togliendone agli Stati più ricchi e alle multinazionali. I mega parchi eolici, le mega centrali fotovoltaiche e solari a concentrazione e l’idrogeno verde richiedono, tutti, costi di investimento significativi che scoraggiano la realizzazione di strutture comunitarie.

Dato l’alto livello di indebitamento della maggior parte dei paesi mediorientali e nordafricani, investire nelle energie rinnovabili significa spesso riprodurre il potere delle multinazionali europee, del Golfo arabo e della Cina. Ad esempio, il ruolo importante del Marocco nei piani europei di transizione verso l’energia verde aumenta il potere geopolitico e la capacità del regime di fare pressione sugli altri paesi affinché appoggino la sua occupazione del Sahara occidentale.

Nel frattempo, la popolazione marocchina perde a vantaggio di multinazionali come la tedesca Siemens, la danese Vestas o la saudita ACWA.

L’impianto solare marocchino di Noor, gestito da ACWA, registra perdite annuali di oltre 80 milioni di dollari a carico dell’Agenzia marocchina per l’energia sostenibile (Masen), di proprietà pubblica.[2] In base a un contratto di acquisto di energia a lungo termine (PPA), ACWA cederà la proprietà di Noor a Masen dopo 25 anni di attività. Fino a quel momento, Masen è obbligata a pagare alla società saudita un prezzo, contrattualmente pattuito, significativamente più alto di quello a cui vende l’elettricità acquistata alla società elettrica nazionale marocchina. Inoltre, pur essendosi assicurata un profitto, quest’anno ACWA deve far fronte a una perdita di entrate di 47 milioni di dollari a causa di un’interruzione forzata dell’impianto a concentrazione di energia solare di Noor.

Inoltre, i fattori produttivi necessari per la produzione di energia rinnovabile contribuiscono ad accrescere l’influenza della Cina nella regione, in particolare nei paesi del Golfo. La Cina fornisce il 66% delle batterie agli ioni di litio del mondo [3], e detiene anche un quasi-monopolio nel settore della produzione di energia solare (si prevede che entro il 2026 deterrà l’80% della capacità mondiale) e nella fornitura di elementi di terre rare, necessari per la produzione di generatori di turbine eoliche. [4]

Per quanto riguarda la democratizzazione delle infrastrutture, nessun paese della regione riesce a sfruttare l’enorme potenziale dell’energia solare decentralizzata. In parte, ciò è dovuto alla volontà di paesi come l’Arabia Saudita di aumentare la domanda globale di combustibili fossili [5], ma anche alla priorità che le aziende energetiche esistenti, le società transnazionali e le istituzioni finanziarie internazionali danno a progetti su larga scala, nonché a una pianificazione strategica incoerente, comprese le inadeguate interconnessioni delle reti elettriche transnazionali. Le reti elettriche esistenti nella regione riflettono ancora fortemente strategie energetiche stataliste e la priorità di garantire le forniture. In Giordania, ad esempio, nel 2019 sono stati sospesi i progetti di energia rinnovabile superiori a 1 MW e, dal 2022, vengono implementati solo caso per caso, per non mettere a rischio la stabilità della rete, che non è adeguatamente interconnessa.

Inoltre, una volta costruiti, gli impianti di energia rinnovabile, con l’eccezione forse delle centrali solari a concentrazione, richiedono una manutenzione limitata e non offrono grandi opportunità di impiego. Gli accordi di acquisto di energia, come quello tra la marocchina Masen e la saudita ACWA, utilizzano fondi pubblici per garantire profitti privati. I frutti sono raccolti da lontane società d’investimento e da multinazionali anziché dalle popolazioni residenti dove si trovano gli impianti di energia rinnovabile.

Un futuro conteso

Nel novembre 2023, con l’intensificarsi dei bombardamenti israeliani su Gaza e le crescenti proteste popolari in Giordania contro il trattato di pace con Israele, la Giordania ha annunciato la cancellazione dei “progetti di prosperità blu-verde” tra Emirati, Israele e Giordania. Questi progetti, per i quali era stata firmata una dichiarazione d’intenti iniziale nel novembre 2021 all’Expo 2020 di Dubai, miravano a fornire elettricità verde da parte della Giordania a Israele mediante un mega impianto solare, che sarebbe stato costruito in Giordania dall’impresa emiratina Masdar. In cambio, la Giordania avrebbe importato acqua desalinizzata da Israele. Le proteste testimoniavano hanno evidenziato come non fosse realistico sperare che i progetti di energia rinnovabile avrebbero portato a un’interdipendenza pacifica.

Eventi recenti, come quelli sopra citati, o le proteste alla COP28 a Dubai, o il contro-vertice dei movimenti sociali agli incontri annuali del Gruppo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale a Marrakech, ci ricordano che l’energia non è solo terreno di [scontro per l’ – N.d.T.] egemonia, ma anche di contestazione.

Gli eventi recenti illustrano inoltre come le iniziative di espansione delle energie rinnovabili in Medio Oriente e Nord Africa – dipendenti da catene di approvvigionamento estese a tutto il mondo – siano altamente vulnerabili alle perturbazioni. Nel dicembre 2023, la compagnia di navigazione danese Maersk e la tedesca Hapag-Lloyd hanno annunciato la sospensione di tutti i collegamenti attraverso il Mar Rosso. La decisione venne presa in risposta agli attacchi degli Houthi alle navi dirette ai porti israeliani, che avevano lo scopo di fare pressione su Israele affinché interrompesse il suo attacco a Gaza. Gli attacchi hanno portato a un drastico aumento dei costi di trasporto dei container, anche per i prodotti di energia rinnovabile e solare provenienti dalla Cina e diretti in Nord Africa, Europa e Stati Uniti.

Come ha scritto Timothy Mitchell, “il carbone ha reso possibile la democrazia di massa e il petrolio ne ha stabilito i limiti” [6]. Le energie rinnovabili comportano problemi di economicità, accessibilità e giustizia. Gli impegni di transizione alle rinnovabili rendono possibile la democrazia energetica tanto quanto consentono nuove forme di colonialismo energetico. Non trasformano interi Stati in vincitori o perdenti a livello geopolitico. Al contrario, portano a nuove interdipendenze e riconfigurano tensioni e conflitti esistenti in modo trasversale alle formazioni geopolitiche convenzionali, cambiando la portata di ciò che è politicamente immaginabile e possibile.

[Benjamin Schuetze è borsista della Young Academy for Sustainability Research presso l’Istituto di studi avanzati di Friburgo e ricercatore senior presso l’Arnold Bergstraesser Institute].

Merip 311, estate 2024

The Uneven Politics of Decarbonization in the Middle East and North Africa

Benjamin Schuetze

An aerial view of technicians completing the construction of a wind turbine in the Golan Heights, Israel, 2020. (David Silverman/Getty Images)

According to Europe’s largest generator of renewable energy, Norway’s state-owned Statkraft, “A lesser known positive aspect of the green energy shift is that more renewable energy leads to more peace and democracy!”

It is tempting to formulate such grandiose arguments about the possibilities of a transition to renewables ushering in a period of egalitarian and democratic access to energy and a potential for peace. Coal, oil and gas are concentrated energy sources, unevenly distributed across the globe. Wind and solar, on the other hand, are highly distributed, albeit with different intensities.

In theory, this availability offers the promise of a less hierarchical and more inclusive energy politics: energy production that is less dependent on fixed reserves easily controlled by state and corporate actors. It also holds the potential for resource poor countries that rely heavily on fossil fuel imports to become more energy independent. They could possibly even transform into green energy exporters.

But recent initiatives to produce green energy in the Middle East and North Africa illustrate that previously existing dependencies and the predominance of private control over energy production are not often overcome—they are merely reconfigured. Transregionally connected authoritarian elites transform renewables’ distributed nature into concentrated forms of political and economic power. As such, a renewables-based energy system will neither be less prone to conflict, nor automatically marked by fewer socio-economic inequalities.

Green Colonial Dependencies

Many countries in the Middle East and North Africa, including Morocco, Tunisia, Egypt, Jordan, Saudi-Arabia, the United Arab Emirates and Iran, are trying to turn themselves into renewable energy or regional electricity hubs. At first sight, these efforts seem like they hold the potential to level existing regional hierarchies between powerful hydrocarbon exporters and vulnerable and dependent importers. But electricity grid integration and energy decentralization do not automatically lead to more equality or less conflict.

But electricity grid integration and energy decentralization do not automatically lead to more equality or less conflict.As one example, Lebanon’s solar boom has unfolded “as a hyper-individualized, privatized free-for-all shopping spree.”[1] It exacerbates previously existing inequalities, between those who can afford installing a solar system on their rooftops, for instance, and those who are not homeowners to begin with.

At the international scale, the bigger and more interconnected the grid is both between and within states, the easier it is to integrate renewables without compromising grid stability.

Several projects currently underway, however, reproduce colonial logics of resource extraction and external control. For example, through the Morocco-UK Power Project, the British firm, X-Links, plans to eventually cover 7.5 percent of Britain’s electricity consumption through green electricity produced in Morocco. The project aims to build solar and wind farms, as well as huge batteries, in the region of Guelmim-Oued Noun on an area covering the equivalent of London (approximately 580 square miles). These energy plants are slated to produce the same amount of electricity as Morocco currently produces with its entire electricity production capacity. They will be linked to Devon in Southwest England via submarine interconnectors that, at upwards of 2,000 miles long, would be three times longer than the longest submarine interconnector currently under construction. (Considering the resources needed for the production of the batteries and the facilities required for the submarine cables, it is highly questionable whether the project will ever come to fruition.)

Another example is the Great Sea interconnector (formerly known as the Euro-Asia interconnector), which, for the time being, is the longest submarine interconnection project. By 2028, it aims to connect Israel to the European grid via Cyprus and Greece. Once it becomes operational, the European grid, which is already connected to Morocco, will not only connect with renewable energy plants in Moroccan-occupied Western Sahara, but also connect to wind and solar farms in Israeli-occupied Palestine and the Golan Heights. Expected European and Israeli gains in energy security and diversification stand in marked contrast to high electricity prices and low consumption in occupied Western Sahara and Palestine.

These efforts to facilitate the bidirectional flow of electrons through cables lying on the Mediterranean seabed also contrast harshly with the European Union’s violent suppression of migration. In this context, organizations such as migration-control.info—a transnational activist network that documents the externalization of European migration control—forcefully insist on making a direct link between the EU’s fight against migration and climate imperialism.

And it is not just former European colonial powers that use the field of renewables to promote neo-colonial dependencies. In the immediate run-up to the COP28 UN Climate Change Conference in Dubai, Emirati Blue Carbon, a private company owned by a member of Dubai’s ruling royal family, announced that it had struck carbon offset deals with Zimbabwe, Liberia, Zambia, Tanzania and Kenya. The deals are poised to limit the local population’s access to an area of land larger than Britain, while giving Blue Carbon the right to sell carbon credits. In so doing, it enables the UAE to postpone domestic efforts at energy transition.

In a similar vein, the gradual establishment of a global market for green carbon incentivizes the inefficient production of green hydrogen for export from countries in the Middle East and North Africa to places like Europe, Korea and Japan. Precious renewable capacity will thereby be diverted away from the more energy efficient direct decarbonization of still heavily hydrocarbon dependent local economies.

The Financialization of Renewables

Despite the distributed nature of renewables, they require certain production, storage and transportation technologies that often inhibit the redistribution of power away from wealthier states and multinational corporations. Mega wind parks, mega photovoltaic and concentrated solar power plants and green hydrogen all require significant investment costs that deter community-owned structures.

In light of most Middle Eastern and North African countries’ high level of indebtedness, investing in renewables often means reproducing the power of transnational corporations from Europe, the Arab Gulf and China.For example, Morocco’s important role in Europe’s plans to transition to green energy increases its geopolitical power and the regime’s ability to pressure other countries into supporting its occupation of Western Sahara. Meanwhile, the Moroccan public loses out to transnational corporations, such as German Siemens, Danish Vestas or Saudi ACWA. In light of most Middle Eastern and North African countries’ high level of indebtedness, investing in renewables often means reproducing the power of transnational corporations from Europe, the Arab Gulf and China.

Morocco’s Noor solar plant, which is operated and managed by ACWA, currently accumulates annual losses of more than $80 million to the publicly-owned Moroccan Agency for Sustainable Energy (Masen).[2] According to a long-term power purchase agreement (PPA), ACWA will transfer ownership of Noor to Masen after 25 years of operating. Until that time, Masen is locked into paying a contractually agreed upon price to the Saudi company, which is significantly higher than the price at which it sells the purchased electricity to Morocco’s national electricity company. Moreover, while effectively guaranteed a profit, this year ACWA faces an expected revenue loss of $47 million due to a forced outage of Noor’s concentrated solar power plant.

The inputs required for the production of renewable energy are also increasing China’s influence in the region, particularly in the Gulf states. Not only does China supply 66 percent of the world’s Lithium-ion batteries.[3] It also has a quasi-monopoly in the solar manufacturing industry (it is projected to hold 80 percent of the world’s capacity by 2026) as well as in the supply of rare earth elements, which are needed for the production of wind turbine generators.[4]

When it comes to democratizing infrastructure, no country in the region is even close to exploiting the enormous potential of decentralized solar energy. In part, this failure is due to deliberate attempts by countries such as Saudi Arabia to drive up global demand for fossil fuels.[5] But it is also due to the preference of existing energy utilities, transnational corporations and international financial institutions for utility-scale projects, as well as incoherent strategic planning, including inadequate transnational electricity grid interconnections. Existing electricity grids in the region still strongly reflect state-centric energy strategies and the priority of securing supplies. In Jordan, for example, renewable energy projects over 1MW were put on hold in 2019 and, since 2022, are only implemented on a case-by-case basis so as not to jeopardize the stability of the inadequately interconnected grid.

Moreover, once built, renewable energy plants, arguably with the exception of concentrated solar power plants, require fairly little maintenance and offer few employment opportunities. Power purchase agreements, like that between Moroccan Masen and Saudi ACWA, use public funds to guarantee private profits. Instead of the populations hosting renewable energy plants, it is distant investment companies and transnational corporations that reap the rewards.

Contested Futures

In November 2023, amid the intensifying Israeli bombardments of Gaza and growing public protests in Jordan against the country’s peace treaty with Israel, Jordan announced its cancellation of the Emirati-Israeli-Jordanian “Blue-Green prosperity projects.” These projects, for which an initial declaration of intent was signed in November 2021 at Expo 2020 Dubai, aimed to provide green electricity from Jordan to Israel through a mega solar plant, to be constructed by the Emirati firm, Masdar, in Jordan. In exchange, Jordan would import desalinated water from Israel. The protests showed the unrealistic expectations that renewable energy projects would bring about peaceful interdependence.

Recent events, like the above, or the protests at COP28 in Dubai, or the counter-summit of Social Movements to the Annual Meetings of the World Bank Group and International Monetary Fund in Marrakech are a reminder of the fact that energy is not just a site of hegemony but also of contestation.

Recent events also illustrate how efforts at expanding renewables in the Middle East and North Africa are highly vulnerable to disruption given their dependence on supply chains stretching all around the globe.Recent events also illustrate how efforts at expanding renewables in the Middle East and North Africa are highly vulnerable to disruption given their dependence on supply chains stretching all around the globe. In December 2023, the Danish shipping company, Maersk, and the German, Hapag-Lloyd, announced the pausing of all journeys through the Red Sea. The decision came in direct response to Houthi attacks on ships heading to Israeli ports, which were intended to pressure Israel to halt its onslaught on Gaza. The attacks led to a drastic increase of container transport costs, including for renewable energy and solar products coming from China and heading to North Africa, Europe and the United States.

As Timothy Mitchell has written, “coal made possible mass democracy and oil set its limits.”[6] Renewables bring with them questions about energy affordability, access and justice. Efforts at shifting to renewables enable energy democracy as much as they enable new forms of energy colonialism. These efforts do not turn entire states into geopolitical winners or losers. Instead, they lead to new interdependencies and reconfigure existing tensions and conflicts in ways that cut across conventional geopolitical formations, changing the scope of what is politically imaginable and possible.

[Benjamin Schuetze is a fellow with the Young Academy for Sustainability Research at the Freiburg Institute for Advanced Studies and senior researcher at the Arnold Bergstraesser Institute.]

Read the previous article.Read the next article.This article appears in MER issue 311 “Post-Fossil Politics.”

Endnotes

[1] Julia Choucair Vizoso and Yara El Murr, “Privatizing the Sun: The Dark Side of Lebanon’s ‘Solar Revolution’,” The Public Source, October 11, 2022.

[2] Conseil Economique, Social et Environnemental, “Accélérer la transition énergétique pour

installer le Maroc dans la croissance verte,” Auto-saisine No. 45 (2020): 32, https://www.cese.ma/media/2020/11/Av-transitionEnergetique-f-1.pdf.

[3] European Commission, “Critical Raw Materials for Strategic Technologies and Sectors in the EU: A Foresight Study,” (Luxembourg, 2020), p. 11.

[4] Reuters, “China will dominate solar supply chain for years – Wood Mackenzie,” November 7, 2023.

[5] Damian Carrington, “Revealed: Saudi Arabia’s grand plan to ‘hook’ poor countries on oil,” The Guardian, November 27, 2023.

[6] Timothy Mitchell, “Power Switch: Building a just energy transition in an age of corporate and imperial power: interview by Nick Buxton with Tim Mitchell, Thea Riofrancos and Ozzi Warwick,” Transnational Institute (TNI), February 21, 2024.

How to cite this article:

Benjamin Schuetze, “The Uneven Politics of Decarbonization in the Middle East and North Africa,” Middle East Report 311 (Summer 2024)”.

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