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Argentina: approvata una terribile riforma del lavoro, che non ha nulla di “light”- Prensa Obrera (italiano – Español)

Nel pomeriggio di lunedì 29 le organizzazioni ‘piqueteras’, i sindacati combattivi, le assemblee popolari, le organizzazioni studentesche e culturali hanno convocato un raduno davanti al Congresso per respingere la nuova versione della “Legge omnibus” che il governo stava approvando alla Camera dei Deputati. Un pacchetto reazionario che attacca le pensioni, i diritti dei lavoratori e fornisce enormi benefici al grande capitale. Il presidio durerà tutta la notte fino al giorno seguente. Alle 9 del mattino la Camera ha approvato la legge con 142 voti contro 106 e 5 astensioni. Approvata anche la delega presidenziale su molteplici ambiti, tra cui la riforma dello stato e le privatizzazioni di imprese statali; inoltre si è votato a favore della possibilità di licenziamento dei pubblici impiegati a tempo indeterminato.

Ma contro l’approvazione anche al Senato di quella legge-schiavitù il Partido Obrero e Prensa Obrera hanno lanciano ieri una grande mobilitazione davanti al Senato con un “paro activo”.

https://prensaobrera.com/politicas/no-esta-dicha-la-ultima-palabra-luchemos-para-derrotar-la-reforma-esclavista-de-la-ley-bases

Néstor Pitrola, Prensa Obrera, 30/4/24

Poiché la riforma del lavoro contenuta nella nuova legge omnibus è passata da 60 articoli a 23, è stata lanciata una campagna interessata per definirla ‘light’, o “purtroppo degradata”, come l’ha definita Marcelo Longobardi, una campagna che si alimenta avendo come “portavoce” la stessa CGT. Diversi compagni del movimento operaio ricordano subito il vecchio stratagemma della burocrazia sindacale che “riesce” a reintegrare 40 licenziamenti su un totale di 60, ad esempio, lasciando per strada proprio quelli che gli imprenditori volevano far fuori, spesso attivisti che difendono i diritti dei lavoratori.

In questo caso gli articoli rimasti costituiscono il più grande attacco legale contro i lavoratori (se escludiamo la dittatura) che la memoria storica ricordi. Molto superiore all’offensiva di Menem negli anni ’90. Il capitolo centrale sulle questioni del lavoro è stato battezzato “modernizzazione del lavoro”, una notevole coincidenza semantica tra Cristina Kirchner, la CGT e La Libertà Avanza, Proposta Repubblicana e i blocchi collaborazionisti. Insomma un po’ tutte le forze che consideriamo totalmente retrogradi – sola eccezione il Fronte della sinistra..

I media attribuiscono alla riforma tre punti fondamentali: la sostituzione dell’indennità con un fondo di fine rapporto tipo Uocra (il sindacato degli edili) da inserire nei contratti collettivi, la fine delle multe per il lavoro nero e l’estensione del periodo di prova a sei mesi, fino ad un anno nelle PMI se concordato.

Tutto questo è vero, ma c’è molto di più e forse peggio di quanto sopra: la figura dell’“indipendente” che può assumere altri cinque “indipendenti” privi di qualsiasi diritto, la non reintegrazione per licenziamento discriminatorio che comprende delegati e attivisti sindacali, la legalità del licenziamento dei dipendenti statali a tempo indeterminato da enti che chiudono o ristrutturano, o semplicemente per “eccesso di personale” dettato dalla gerarchia di settore, e il disimpegno dell’azienda principale verso quelle esternalizzate.

In un altro articolo viene abrogata l’ultima moratoria pensionistica, il che significherà che per nove donne su dieci non sarà possibile andare in pensione e per queste l’età pensionabile sarà innalzata a 65 anni. Per loro ci sarà solo una prestazione di tipo assistenziale priva dell’importo minimo e dei diritti pensionistici. Anche questa è una riforma del lavoro, anche se riguarda il settore pensionistico. Sia la riforma del lavoro che quella delle pensioni si intersecano e sono collegate in modi diversi.

Uno sviluppo adeguato di tutti questi punti richiederebbe un lavoro più ampio di questi appunti, cosa che sicuramente dovremo affrontare se questo nefasto strumento dovesse diventare legge. Questi capitoli della riforma del lavoro, d’altro canto, sono accompagnati dalla delega al presidente in materia economica, amministrativa, finanziaria ed energetica che potrebbe significare nuovi attacchi.

Un salto storico nella precarietà del lavoro

Alla nascita di questa nuova figura del “collaboratore” senza rapporto di dipendenza nelle imprese fino a cinque addetti più il titolare, detto anche “indipendente”, seguirà una regolamentazione che mirerà sicuramente a eliminare il diritto a ottenere bonus, ferie, malattia, congedi, permessi di qualsiasi genere e indennizzi, ovvero le condizioni di base del diritto dei contratti di lavoro. Una massa enorme di lavoratori del commercio e di altri settori potrà passare a questo regime di schiavitù di prima del XX secolo, perché oltre alle unità produttive di questo numero di lavoratori, possono entrarvi migliaia di lavoratori esternalizzati, violando così i contratti collettivi delle attività centrali. Inoltre viene eliminata ogni responsabilità in solido dell’impresa principale nei confronti dell’impresa appaltatrice (art. 87).

La disposizione di estendere il periodo di prova a sei mesi e fino a un anno a seconda dei casi, non ha altro scopo se non quello di togliere ai lavoratori stabilità e sfruttare la precarietà per assoggettarli meglio. La sezione denominata contro “l’industria del giudice” elimina le sanzioni per il lavoro nero, il che è un invito a prolungare e aggravare la percentuale di lavoro informale che oggi ammonta al 40% dei lavoratori, senza considerare altre forme di frode occulte. Questo non è un duro colpo al “business” degli avvocati del lavoro, come sostengono i grandi libertari e gli elementi padronali di ogni ordine e grado, ma un duro colpo alla tutela giuridica minima del lavoratore più indifeso, che è quello informale. Si premia la forma più acuta dell’attuale super-sfruttamento.

Non attaccano la “casta sindacale”, ma l’attivista di fabbrica

L’articolo 93, opportunamente occultato, stabilisce un “aggravamento” del risarcimento per i licenziamenti discriminatori fondati sulla razza, l’etnia, la religione, l’ideologia, le opinioni politiche o sindacali, la sessualità o la condizione economica, che può essere del 50 o del 100% a seconda dei casi, “non cumulabile con regimi speciali”, ma la cosa più importante è che il licenziamento è definitivo e non consente alcun reclamo.

Con questo articolo si pone fine ai reintegri giudiziari che molte volte, anche a distanza di anni, hanno riportato al lavoro colleghi perseguitati. Questo non sarebbe possibile, perché contraddice la legge 23.5.92, che ricalca la Convenzione 111 dell’ILO e ha prevalenza costituzionale, ma sappiamo quali sono i giudici e la Corte in questa materia. Vanno dove scalda il sole della borghesia.

Questo è un attacco alla spina dorsale dell’organizzazione sindacale dei lavoratori. Non colpisce affatto la direzione della burocrazia sindacale incistata in tanti sindacati argentini, ma piuttosto la base dell’organizzazione, i suoi delegati nei luoghi di produzione e di lavoro, i suoi attivisti, che in molti casi si presentano per sfidare il candidato della burocrazia o dei padroni e vengono licenziati, pratica permanente che costituisce il principale ostacolo all’avanzata del classismo, soprattutto nel movimento operaio industriale, ma in tutti i rami, e lo sarà se diventerà legge anche nell’ambito dello stato, a partire dall’attacco alla stabilità del pubblico impiego.

Questo è un aspetto brutale della riforma. Non è rilevante, accanto a un simile attacco, il fatto che sia stato tralasciato il divieto delle quote obbligatorie di “solidarietà” che la burocrazia sindacale utilizza per finanziarsi invece di un’affiliazione di massa. I radicali mascherano l’attacco ai lavoratori sbandierando la questione delle quote obbligatorie e vanno oltre: i datori di lavoro non devono essere agenti di fidelizzazione.

L’attacco ai risarcimenti è molto più di una questione economica

L’istituzione di un “fondo di fine rapporto” al posto dell’indennità tramite un contributo mensile dell’8% è un colpo devastante. È soggetto ad essere incorporato negli accordi, ma Cavallieri ha già dato il suo benestare, così come Barrionuevo e il suo moyanismo (settori della classe lavoratrice più tutelata e di maggiori salari, che hanno beneficiato delle politiche sociali del kirchnerismo, ndt).

A queste condizioni il fondo elimina le vestigia della stabilità lavorativa che la compensazione significa. Questi fondi saranno oggetto di accordi finanziari ai quali si potrà associare la burocrazia sindacale, come avvenne all’epoca per le AFJP (fondi pensione). Gli imprenditori li incorporeranno come parte della “massa salariale” e sarà il lavoratore stesso a finanziarli con la riduzione salariale del mercato del lavoro.

Si tratta di un sistema in cui l’imprenditore non ha ostacoli al licenziamento e la minaccia di licenziamento diretto diventa l’arma per imporre condizioni di lavoro in modo dispotico. La perdita del diritto al risarcimento è molto più di una questione economica. La svendita delle norme sui licenziamenti promuoverà più licenziamenti, non più posti di lavoro, come pretendono gli economisti del sistema.

Sciopero adesso e piano di lotta affinché la riforma non passi

Come abbiamo sottolineato, la questione pensionistica si lega a quella del lavoro e questa legge abroga l’ultima moratoria, condannando nove donne su dieci e centinaia di migliaia di uomini che non hanno 30 anni di contributi a perdere la pensione e a dover beneficiare di una tipologia di pensione assistenziale di importo ridotto come il Puam ( Pensione Universale per Adulto maggiorenne, pensione minima per chi ha più di 65 anni e non ha diritto alla pensione, ndt), che è inferiore all’assegno di indigenza.

In un altro provvedimento, associato a questo capitolo di legge, è stato presentato al voto il pacchetto fiscale che torna con l’imposta sui salari per i lavoratori che raggiungono un reddito lordo di 1,8 milioni di pesos (1.800 euro) per i single e di 2,2 milioni di pesos (2.200 euro) per le persone sposate. In altre parole, è una confisca ai danni di chi raggiunge un vero paniere familiare. Si riduce allo stesso tempo l’imposta sulle proprietà personali, chiamata tassa sui ricchi, il tutto nello stesso spudorato pacchetto fiscale.

Uno sciopero di tre ore è stato annunciato dai sindacati dei trasporti CATT sulla questione dell’imposta sugli stipendi e il sindacato dei lavoratori petroliferi ha dichiarato uno sciopero sulla stessa questione, ma ciò danneggerà gli stessi lavoratori petroliferi e, a sua volta, molti altri sindacati come il Sutna che è stato un pioniere nella lotta contro la quarta categoria dei profitti.

Sono lotte di valore. Ma questo pacchetto, questa riforma del lavoro e delle pensioni con l’aggravio di imposte, nel contesto di centinaia di migliaia di licenziamenti privati ​​e statali, di una ‘liquefazione’ fuori dal comune di tutti i redditi dei lavoratori, attivi e pensionati, dello svuotamento delle mense popolari e del congelamento dei piani sociali, dobbiamo affrontarlo come sono stati affrontati i tagli alle università: scendiamo nelle strade in massa. Per questo le centrali sindacali, invece di sedersi a negoziare con Pichetto (deputato Repubblicano di BA) una riforma del lavoro falsamente ‘light’, devono indire con urgenza uno sciopero e un piano di lotta che prepari lo sciopero generale. Un’altra linea di condotta sarebbe una disfatta storica. Per questo motivo rimarremo mobilitati davanti al Congresso e con queste bandiere creeremo una colonna indipendente il 1° maggio. Puntiamo alla sconfitta dell’intero piano Milei.

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