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L’esercito di riserva (medio-orientale e africano) per la guerra in Ucraina – Marco Bistacchia

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo (Red.)

Checché ne dica la propaganda nostrana, la situazione attuale per le truppe ucraine è piuttosto critica: secondo i dati dello Stato Maggiore di Zelensky, dall’inizio della guerra l’esercito avrebbe subito oltre 300.000 perdite, senza contare i dispersi e i disertori. Va da sé che se la NATO non riuscirà a rinfoltire rapidamente le truppe al fronte, l’ingente e permanente flusso di armi – peraltro sempre più offensive e distruttive – “donate” all’ Ucraina, da solo non basterà né a frenare l’espansione russa né a organizzare la controffensiva. Di fronte all’emorragia di soldati da mandare al fronte e ad un crescente e sintomatico numero di disertori, le agenzie occidentali hanno iniziato ad attivarsi per reperire in tempi rapidi carne da macello volontaria, disposta a farsi inviare nelle prime linee per un qualche compenso; l’aspettativa media di vita per i combattenti ucraini lascia poco spazio ad entusiastiche, quanto mal riposte, aspettative di arricchimento: secondo alcune stime sarebbe di appena pochi giorni.

A riprova del fabbisogno crescente di soldati, segnaliamo come solo pochi giorni fa, in previsione della controffensiva ucraina promessa già da settimane, nel portale web di un’agenzia di collocamento britannica è apparso un annuncio1 di reclutamento militare rivolto genericamente a cittadini del Medio Oriente e del Nord Africa, in possesso di competenze militari ed esperienza sul campo. In cambio della prestazione, il committente, di cui non viene rivelata l’identità, offrirebbe un compenso di ventimila sterline annue – poco più della metà di quello corrisposto ai soldati di sua maestà – e di agevolazioni nell’ottenimento della cittadinanza in UK o in Paesi UE. Si noti bene il paradosso: la maggior parte dei Paesi europei mentre si attiva per reclutare all’estero soldati per la guerra, vieta ai propri cittadini di combattere per conto di altri Stati, pena talvolta la perdita immediata di diritti politici, tra cui spesso la cittadinanza stessa.

Comunque, indipendentemente dalla veridicità dell’annuncio, la cui credibilità sta proprio nella verosimiglianza dell’offerta a una tendenza già in corso, ciò che non passa inosservato è il salto di qualità nel processo di deregolamentazione delle regole di ingaggio per le missioni militari: il mercenariato si declina ora non più soltanto come occasione di elevazione economica per la forza lavoro nativa – si pensi ai tanti veterani o vigilantes riciclatisi come contractors in Iraq o in Afghanistan o come milizie private al soldo delle multinazionali – ma anche, per i proletari stranieri, come promessa di integrazione sociale e di semplificazione del percorso di ottenimento della cittadinanza. Torna così in auge il modello di arruolamento caratteristico della Legione straniera, in base al quale si reclutano volontari provenienti dai paesi occupati o da occupare, attirati dalla garanzia di poter conseguire la cittadinanza dopo un certo numero di anni di servizio militare. Come è noto, fuori dall’Europa l’assolvimento della leva è stato e/o è ancora un dispositivo costitutivo, impiegato nella costruzione giuridica e ideologica della cittadinanza (USA, Israele, ecc.) – e vissuto dalle minoranze razzializzate sia come mezzo di accreditamento sociale che come sacrificio necessario per il superamento di legislazioni razziste. Che poi le promesse di riscatto sociale in cambio di una partecipazione allo sforzo bellico siano state e continuino ad essere puntualmente disattese, ci rammenta, una volta in più se necessario, la storica irriconoscenza delle classi dominanti nei confronti dei propri coscritti.

In tutti i casi, mentre qui in Italia le destre al governo farneticano di sostituzione etnica e di piani di invasione degli immigrati, il padronato europeo e statunitense, dopo aver ottenuto per anni manodopera a basso costo per mantenere i tassi di sfruttamento profittevoli, una vera sostituzione, questa volta di forza lavoro-militare, la organizza sul terreno della guerra, dove, per rinverdire le prime linee di combattimento ucraine, chiede ora, con impeccabile coerenza capitalistica, di poter rimpiazzare le perdite al fronte con forze reclutate a basso costo. E dove reperirle se non in quei Paesi in cui, previamente e con sistematicità, si è adoperato per affiancare alle politiche di predazione neocoloniale una svalorizzazione totale delle condizioni di vita come premessa all’emigrazione forzata?

Se il blocco Atlantico si ingegna su come sostenere, anche numericamente, la tenuta dell’esercito ucraino, la Federazione Russa non sta certo a guardare: prima in Crimea e subito dopo nella regione del Donbass Putin e i suoi luogotenenti si sono affidati come fanteria di sfondamento alla Compagnia Wagner, un gruppo paramilitare privato già impiegato in passato in diversi conflitti ad altre latitudini (Guinea, Angola, ecc.); di proprietà di Evgenij Prigožin, il magnate amico del presidente russo, il gruppo Wagner dal 2016 ad oggi ha aperto uffici di reclutamento in ben 20 Paesi africani, inglobando e stipendiando nelle proprie fila alcune migliaia di combattenti, veterani delle tante guerre in Africa centrale.

Il ricorso massiccio a milizie mercenarie da parte degli Stati prefigura una nuova razionalizzazione economica nella gestione finanziaria della forza militare salariata, sia a monte, in fase di reclutamento e formazione, sia a valle, in fase di misurazione della produttività. Riguardo al primo aspetto, ci si affida al vivaio sempreverde delle tante bande di mercenari, finanziate copiosamente dagli Stati occidentali e non per operare come agenti di destabilizzazione politica, che battono ormai da due decenni l’Africa subsahariana, il Medio Oriente e l’Asia meridionale; combattute tra l’obbedienza dovuta ai loro sponsor e il desiderio di mettersi in proprio, quando c’è da vendere o traghettare carne umana, non si tirano certo indietro. Del resto, orientare il reclutamento verso una platea straniera – alla faccia della retorica patriottarda – meglio se previamente razzializzata e depauperata, implica giocoforza un’internazionalizzazione del caporalato, in grado di assicurare dal luogo d’origine al fronte di guerra un approvvigionamento continuo e garantito di unità combattenti a buon mercato, e in quanto tali perfettamente sacrificabili.

Quanto al secondo aspetto, quello della produttività in battaglia, viene da chiedersi come e in cosa possa essere valutata la redditività militare (rapido avanzamento del fronte, numero di nemici uccisi, ecc.) di una milizia arruolata sulla base degli stessi criteri economici con cui si seleziona la manodopera salariata destinata alle fabbriche.

In ogni modo, tale fenomeno – che si guardi a Oriente o a Occidente poco cambia – mostra una sempre maggiore convergenza tra Stato e Capitale – sinergia tra pubblico e privato direbbe qualcuno! – che, con buona pace di chi vorrebbe usare il primo per mitigare il secondo, funziona in modo bidirezionale: se infatti il capitale privato accorre in soccorso degli Stati nel finanziamento e nella conduzione delle campagne militari, lo Stato appalta sempre più spesso i propri soldati2 e la propria intelligence alle grandi corporation che operano in settori strategici (energia, pesca, ecc.) in territori caratterizzati da forte instabilità politica o da altri fattori di rischio come la pirateria marittima. Questo mutualismo bellico risulta vantaggioso sia per gli attori statuali, che possono evitare un coinvolgimento diretto nelle operazioni militari sotto copertura o che prevedono una violazione delle regole di ingaggio, sia per il capitale privato, che si rifa successivamente, sedendosi al tavolo della spartizione post-bellica.

Di fronte al reimpiego militare delle eccedenze proletarie, la fortunata espressione marxiana ”esercito (industriale) di riserva” acquisisce ora un nuovo significato, un’accezione letterale, che ci evoca una massa di diseredati che aspetta solo di finire trucidata in quello scannatoio che è la guerra imperialista.

1 https://www.adzuna.co.uk/jobs/details/4095390986

2 Emblematico a questo proposito il caso dei due fucilieri di marina – gli italianissimi marò – appartenenti al 2° Reggimento San Marco della Marina Militare, prestati dal governo italiano alla petroliera Enrica Lexie con funzioni di contrasto alla pirateria.

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