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Roma: una manifestazione per la Palestina e contro il governo Meloni riuscita, e la completa debacle dei collaborazionisti

Per quanto la Repubblica e i mass media forse più sionistizzati di Europa l’abbiano cancellata o ne abbiamo parlato attraverso le veline della questura (v. Il Messaggero), la manifestazione di ieri a Roma è pienamente riuscita. Non era scontato, perché in tutto il mondo occidentale, e anche in Italia che ne è stata finora il fanalino di coda, la mobilitazione a sostegno del popolo e della resistenza palestinese è in riflusso. Ma anche perché fino all’ultimo si sono protratte le polemiche sulla manifestazione unica o sulle due manifestazioni.

Il dato sicuramente positivo è stata la dimensione di massa della mobilitazione e della partecipazione a Roma. Chi c’era lo sa bene. Chi non c’era avrà attraverso i social una sufficiente documentazione per capirlo. Sicché in questo commento preferiamo concentrarci su ciò che perfino molti/e dei partecipanti, comprensibilmente, non hanno forse compreso, e a maggior ragione gli altri e le altre compagni/e che non c’erano: quali sono state ieri le conseguenze, in piazza, delle polemiche delle settimane precedenti, che abbiamo analizzato per esteso in un documento precedente.

Alla fine ci sono state due manifestazioni distinte, benché sullo stesso percorso stradale. La prima era composta dal comitato promotore del 9 novembre (Potere al popolo, Rete dei comunisti, Usb, Arci, Osa, palestinesi referenti dell’Anp). La seconda dai Giovani palestinesi, Udap, una serie di organismi aderenti alla Rete Libere/i di lottare (Movimento 7 novembre, Uds e Rete della conoscenza, CPA, Tir, Iskra), il folto spezzone di lavoratori e lavoratrici del SI Cobas, gli studenti del Fgc, un’area di militanti anarchici ed altri ancora.

In complesso molte migliaia di dimostranti (la questura di Roma ne ammette 10.000), con una forte presenza di giovani, nel primo spezzone quasi tutti italiani, nel secondo tantissimi giovani di origini palestinesi e arabe, con settori di corteo molto animati.

Più che di un corteo, quindi, si deve parlare di due cortei con numeri e caratteristiche politiche ben distinte. Il primo (1/3 o forse ¼ dei manifestanti, con una presenza risicatissima di palestinesi) era concentrato sulla denuncia di Israele, come la fonte primaria di un pericolo di guerra “per tutti”, anche per l’Italia, come se l’Italia non fosse già in guerra da sempre contro i palestinesi, o come se non fosse tra le potenze promotrici del massacro Nato-Russia in Ucraina, ma semplicemente una “complice” di queste due infami guerre.

Questa area politico-sindacale ha cercato a tutti i costi di intestarsi il ruolo di organizzatrice del corteo, per imporvi i suoi contenuti. Sennonché questa pretesa da padroncini bianchi propria di Pap, RdC, Usb [il solo sindacato di base a non aver scioperato il 29 novembre per la Palestina, o anche per la Palestina], Arci, Assopace, è stata respinta al mittente da GPI e Udap: la solidarietà alla resistenza palestinese delle organizzazioni palestinesi in Italia non si fa mettere sotto tutela! Questo secco no, sostenuto in pieno dalla Rete Libere/i di lottare, segna la totale debacle del progetto dell’assemblea del 9 novembre: in nome di un falso richiamo all’unità, isolare le componenti più militanti del mondo palestinese e ridare alla screditatissima rappresentanza dell’Anp in Italia un ruolo di riferimento che ha perso da tempo per la sua connivenza, in Palestina, con l’apparato di oppressione sionista, in Italia con lo stato italiano protettore dell’azione dei sionisti ad ogni livello, e persecutore di militanti palestinesi e filo-palestinesi. 

La debacle di Pap/RdC/Usb/Arci è in tre elementi combinati tra loro: il no di GPI e Udap, il fallimento del tentativo di isolarli, e l’essere risultati in piazza largamente minoritari – nonostante i mezzi messi disposizione dall’Arci, cioè alla fin fine dal Pd. Se abbiamo in mente il divieto del governo alla manifestazione del 5 ottobre, il dispiegamento di forze di polizia per impedirla, l’arresto di Tiziano, i 51 fogli di via e tutto il resto, allora si deve concludere che il comitato organizzatore del 9 novembre non è solo collaborazionista per interposta persona (l’Anp, Salman, etc.), lo è in prima persona perché si fa portatore di un ricatto statale contro le componenti più militanti del mondo palestinese: voi dovete stare sotto l’Anp e sotto di noi!

C’è un ulteriore aspetto. Il Comitato promotore del 9 ha al suo interno, anzitutto nella RdC, una componente multilaterista o kampista, convinta cioè che tutti i problemi attuali del mondo, inclusa l’oppressione secolare del popolo palestinese, potrebbero essere risolti da un assetto multipolare del capitalismo globale, con un ruolo preminente di Russia e Cina. Ora: cosa hanno fatto Russia e Cina, nel mezzo di questo genocidio, per mettere in difficoltà Israele e sostenere il popolo palestinese e la sua resistenza all’oppressore? Hanno varato sanzioni contro Israele? Hanno interrotto le relazioni diplomatiche con Tel Aviv? Hanno interrotto le relazioni d’affari con lo stato sionista e le imprese sioniste? No, niente di tutto ciò. Hanno invece convocato nelle proprie capitali le organizzazioni politiche del mondo palestinese, tutte, sia le collaborazioniste con Israele sia quelle che resistono eroicamente in armi, per imporre loro la “pacificazione”. Per imporre cioè alle organizzazioni della resistenza di stringere la mano di chi le pugnala alle spalle collaborando con il nemico, in nome del rilancio della prospettiva, totalmente inesistente, di “due popoli, due stati”. La pretesa del Comitato promotore del 9 era quella di imporre anche in Italia lo stesso tipo di “pacificazione” imposta a Mosca e Pechino, con la preminenza dei rappresentanti dell’Anp e dei loro referenti italiani.

Ecco perché, pur condividendo in pieno il NO di GPI-Udap al ricatto di Pap-RdC-Usb-Arci, non crediamo che la situazione veda le organizzazioni palestinesi da un lato, le organizzazioni italiane dall’altro. Le prime e le seconde sono divise da linee politiche tra loro alternative. A chiarire la profondità di questo solco, del resto, ci hanno pensato gli stessi promotori dell’assemblea del 9 novembre, arrivati al punto di schierare a Piazza Vittorio un proprio servizio d’ordine (composto interamente da giovani italiani) provocatoriamente rivolto verso la testa del corteo di GPI e Udap per far sì che i due settori fossero a debita distanza, ed evitare qualsiasi presenza “indesiderata” alla testa del corteo.

Da quanto ci è stato riferito da numerosi compagni di Roma, sembrerebbe che nei giorni precedenti questa condotta sia stata sapientemente pianificata, evocando il pericolo che Udap, GPI e solidali fossero scesi in piazza con l’unico intento di alimentare scontri e disordini… A chi è meno giovane, questa condotta ricorda molto, ma molto da vicino, quella dei servizi d’ordine che qualche decennio fa il PCI e la Cgil schieravano in piazza per isolare dai cortei la sinistra di classe e il sindacalismo combattivo, e per indicare alle forze dell’ordine i gruppi da colpire e reprimere: lasciamo ai lettori la scelta di come definire, oggi come allora, tali operazioni…

Per quello che ci riguarda, ciò che ci divide dal collaborazionismo dei promotori del 9 novembre è un solco di classe – parliamo di collaborazionismo non solo in riferimento al rapporto Anp-Israele, ma anche al collaborazionismo qui con lo stato italiano, e non a caso i due tipi di collaborazionismo vanno a braccetto. I promotori del 9 novembre sono totalmente dentro una prospettiva istituzionale ed elettorale: cambiare l’Italia dall’interno delle istituzioni, far assumere all’Italia un ruolo diverso, “di pace”, e cambiare dall’interno il capitalismo globale rendendolo più “multilaterale”. In questo quadro può far gioco chiedere la fine del genocidio in Palestina, accusare di esso il solo Israele, o addirittura il solo Netanyahu, perché c’è a livello popolare una ripulsa verso i crimini sionisti, un desiderio di pace e una simpatia per i palestinesi da capitalizzare nel voto. Per noi, invece, la causa dei palestinesi, della loro resistenza al colonialismo sionista e all’imperialismo occidentale, è da appoggiare con tutte le forze perché è la causa degli oppressi di tutto il mondo, è la causa della rivoluzione anti-capitalista globale. E non a caso viene sabotata da tutti gli stati del mondo (occidentali e orientali), nessuno escluso, poiché non può essere messa sotto tutela, non può accettare altro orizzonte che “la Palestina libera dal fiume al mare”, cioè la completa demolizione dello stato di Israele in quanto stato colonialista, suprematista, razzista, riconosciuto dagli stati borghesi di tutto il mondo.

Dopo gli avvenimenti di queste settimane ci auguriamo che sia più chiaro a tanti militanti, palestinesi e non, quanto il richiamo all’unità, che suona così accattivante, nasconda spesso, ed è questo il caso, molto altro: i cordoni di “aspiranti stewart” rivolti verso il camioncino dei palestinesi e di tante organizzazioni di classe ve ne possono dare un’idea. E ci auguriamo che sia più chiaro quanto è necessario e vitale dare battaglia aperta contro queste posizioni – sulla causa palestinese, e su tutto il resto.

È indicativo, infatti, che la lotta al salto di qualità e di quantità della repressione statale che ha in programma il governo Meloni col DDL 1660 e altri provvedimenti (il DDL Valditara, il DDL 1004) sia praticamente scomparsa nella prima sezione del corteo. Così come la denuncia della tendenza alla guerra globale da cui questa nuova strumentazione nasce. Due temi che sono invece centrali della lotta di classe oggi contro l’economia di guerra, e sono tornati ripetutamente negli interventi del secondo corteo (qui sotto, due di essi).

Dopo una giornata di sciopero generale interessante e più partecipata del solito il 29 novembre, ieri si è chiusa in modo decisamente positivo una due giorni a cui abbiamo intensamente lavorato. Ma il più resta da fare.

Qui di seguito l’intervento di Eddy, portavoce del Movimento di lotta per il lavoro 7 novembre .

Questo invece quello di Pietro, per la Rete liberi/e di lottare contro il DDL ex-1660 (ora DDL 1236)

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