In questa testimonianza lucida e sincera un ex soldato israeliano ripercorre le tappe del lavaggio del cervello cui è stato sottoposto fin dalla più tenera infanzia, basato sulla centralità dell’esperienza militare e sull’identificarsi con Israele come paese assediato da difendere con ogni mezzo. Le visite ad Auschwitz alla fine del percorso scolastico che coinvolgono decine di migliaia di studenti e il servizio militare obbligatorio di due anni per ragazze e ragazzi sono tutt’ora lo strumento principale per la creazione del senso di appartenenza allo stato e di estraneità alla popolazione palestinese di Gaza e dei territori occupati, che viene rappresentata come una sub-umanità.
Una estraneità che diventa spietata quando i giovani soldati vengono mandati in servizio nei territori. Qui l’ordine è: ogni sopruso compiuto dai soldati è legittimo, ad ogni ordine non rispettato, bisogna sparare per uccidere, anche sui feriti inermi. Il tutto per difendere una supposta “democrazia” che, come fa notare l’intervistato, a sua volta discrimina pesantemente al suo interno gli ebrei di origine araba, etiope e non europea. L’abbandono dell’esercito e la necessità di opporsi alla politica di Israele esplicitamente (“nessun cambiamento è possibile dall’interno, bisogna unire le forze a livello internazionale perché ciò avvenga”) costituiscono un esempio prezioso per coinvolgere altri giovani e rafforzare tutte quelle voci di ebrei interni ed esterni ad Israele che coraggiosamente creano, assieme alla resistenza palestinese e internazionale, i presupposti per lo smantellamento dello stato sionista. La soluzione, per lui della “complicatissima questione palestinese” è molto semplice: nuovo stato, fine dell’apartheid, uguali diritti per tutti. Noi guardiamo ancora più in là come traguardo finale…
