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Il raffreddamento dei data centre, Google e le guerre dell’acqua – di Binoy Kampmark

Questo articolo di Binoy Kampmark sull’enorme quantità di acqua necessaria per il raffreddamento dei centri dati che riprendiamo e traduciamo da CounterPunch ci ricorda che la strada che porta alla distruzione dell’ambiente e della vita (umana e non) tracciata dalla formazione sociale capitalistica passa anche per vie all’apparenza “pulite”, e che vengono spacciate per tali.

La corsa verso la connessione totale e le ricadute che essa ha sulla cosiddetta “industria 4.0” comportano un prezzo di non poco conto da pagare, anche in termini di risorse energetiche. Se ne parla poco, pochissimo, eccezion fatta per casi eclatanti che paiono quasi delle trovate pubblicitarie – è il caso di Microsoft, che ha letteralmente inabissato un data centre nel Mare del Nord, nei pressi delle Isole Orcadi. Del resto siamo in un’epoca di ambientalismo di facciata, in cui persino i più spudorati distruttori dell’ambiente si fanno paladini della natura ogniqualvolta è possibile trarne un qualche vantaggio economico (vedi il recente pezzo sul governatore del Veneto, Luca Zaia ). La stessa Google, protagonista principale e principale imputata del testo che segue, non esita a dichiararsi “la prima grande azienda a diventare carbon neutral e a compensare il 100% del [proprio] consumo energetico annuale con energia rinnovabile”…

Insomma: una lotta coerente ed efficace in difesa dell’ambiente deve mettere in conto di scontrarsi con gli interessi del capitale, le relative mistificazioni e la protezione di essi da parte delle istituzioni statali (in questo caso nelle vesti degli amministratori di un piccolo comune dell’Oregon impegnato ad impedire l’accesso ad atti pubblici). E per questo ha bisogno di una prospettiva politica in totale antitesi con il capitalismo. (Red.)

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Acqua. Data centre. Il continuo, pressante bisogno di raffreddare i secondi – contenenti i server che immagazzinano e processano dati – con la prima – sempre più preziosa nel quadro della crisi climatica. Un intreccio di fattori che difficilmente può dirsi positivo.

Proprio come coltivare cotone in aree prone alla siccità, le decisioni di impiantare data hubs in varie località del mondo diventano sempre più controverse sotto il profilo della tutela ambientale, e non semplicemente a causa della loro tendenza ad emettere anidride carbonica. Negli Stati Uniti, dove è collocato il 33% dei centri dati presenti nel mondo, il problema dell’utilizzo di acqua sta diventando acuto.

Come riportato nell’aprile di quest’anno dal Washington Post, gli abitanti di Mesa in Arizona (stato che conta circa 49 data centre) erano preoccupati che la decisione di Meta di aprire un nuovo centro dati avrebbe portato più danni che benefici. “La mia prima reazione – ha dichiarato Jenn Duff, membro del consiglio cittadino – è stata la preoccupazione per la nostra acqua”.

La transizione da riscaldamento ad aria verso quello ad acqua per processi di IT sempre più complessi non ha conosciuto tregua. Come spiegato dagli autori di un articolo dell’edizione del luglio 2019 dello ASHRAE Journal, “il raffreddamento ad aria ha funzionato nel caso di sistemi che impiegano processori sino a 150 W, ma gli elementi IT ora prodotti sono dotati di processori ben al di sopra dei 150 W, per i quali il raffreddamento ad aria non è più pratico”. L’utilizzo di raffreddamento liquido si rivela più efficiente di quello ad aria non solo in termini di trasferimento di calore, ma anche “più efficiente sotto il profilo energetico, con una riduzione significativa nel costo dell’elettricità”. Gli autori, ad ogni modo, danno prova di poco interesse nei riguardi della fornitura di acqua necessaria in tale tipologia di strutture.

Lo stesso non può essere detto di uno studio incentrato sull’impronta ambientale dei centri dati statunitensi pubblicato due anni dopo. Nel corso delle loro indagini, gli autori hanno identificato una tendenza che parla chiaro: “il nostro approccio bottom-up mostra che un quinto dell’impronta in termini idrici dei data centre deriva da bacini idrici sottoposti a stress da moderati a gravi, mentre circa la metà dei server traggono la loro energia – parzialmente o totalmente – da impianti energetici siti in regioni sottoposte a stress idrico”. A rendere quest’immagine ancora meno rosea, è stato rilevato che circa lo 0,5% delle emissioni statunitensi totali di gas serra possono essere attribuite a questi centri.

Google si è mostrato parecchio “assetato”, in questo senso, senza menzionare l’alone di segreto che avvolge la quantità di acqua che impiega nei propri centri dati. Nel 2022 The Oregonian/Oregon Live ha mostrato come l’impiego di acqua da parte della compagnia a The Dalles [una cittadina di circa 16.000 abitanti sita nella parte settentrionale dello stato, N.d.T.] fosse quasi triplicato nei cinque anni precedenti. Tale aumento è stato reso possibile in misura non trascurabile dal fatto che l’accesso alle risorse municipali d’acqua è stato aumentato in seguito ad accordi che prevedevano come contropartita un potenziamento dell’approvvigionamento idrico e del trasferimento di alcuni diritti sull’acqua. Da quando ha istituito il primo data center a The Dalles nel 2005, Google ha anche ricevuto agevolazioni fiscali per un valore di 260 milioni di dollari.

I funzionari della città responsabili dell’accordo non erano dell’umore giusto per rispondere alle domande poste dal quotidiano impegnato nell’inchiesta sul consumo idrico di Google. Ne è seguita una lunga battaglia legale durata 13 mesi, con la città che sosteneva che l’uso dell’acqua da parte dell’azienda costituisse un “segreto commerciale”, il che avrebbe posto l’informazione al di fuori dalle regole di divulgazione dello stato dell’Oregon. Secondo Google, inoltre, la pubblicità di tali dettagli avrebbe rivelato informazioni su come l’azienda raffredda i propri server a concorrenti bramosi.

Nell’accordo finale, The Dalles ha accettato di fornire l’accesso pubblico a 10 anni di dati storici sul consumo di acqua di Google. La città ha anche accettato di pagare 53.000 dollari al Comitato dei giornalisti per la libertà di stampa, che aveva accettato di rappresentare The Oregonian / Oregon Live. I costi sostenuti dalla città stessa avevano raggiunto i 106.000 dollari. Ma la cosa più preoccupante della vicenda, al di là della deplorevole condotta dei pubblici ufficiali, è stata la volontà di una società privata di finanziare un ente statale perché impedisse l’accesso agli atti pubblici. Tim Gleason, ex preside della School of Journalism and Communication dell’Università dell’Oregon, ha visto questa distorsione come qualcosa di più di un semplice problema. “Consentire a un’entità privata di finanziare essenzialmente la difesa pubblica per mantenere informazioni fuori dal pubblico dominio è semplicemente contrario all’intento di base della legge”.

Invece di ammettere che l’intera impresa era stata uno squallido affronto nei confronti dei residenti locali preoccupati per l’uso di una preziosa risorsa comune, compromettendo sia l’utilità pubblica che Google, il responsabile globale delle infrastrutture e della strategia idrica dell’azienda, Ben Townsend, ha voluto dare prova della propria filantropia. “Quello che ritenevamo fosse davvero importante era collaborare con il fornitore locale dell’utenza idrica e trasferire effettivamente a esso quei diritti sull’acqua in un modo vantaggioso per l’intera comunità”. Proprio così, cara comunità: lo stanno facendo per te.

Anche John Devoe, direttore esecutivo del gruppo di difesa WaterWatch, ha esteso un cupo avvertimento di fronte al sempre crescente utilizzo di acqua da parte di Google; utilizzo che crescerà ulteriormente con altri due data center la cui costruzione è prevista lungo il fiume Columbia. “Se l’impiego d’acqua da parte dei data center raddoppierà o triplicherà nel corso del prossimo decennio, ciò avrà gravi effetti su pesci e su fauna selvatica dei corsi d’acqua, e potrebbe avere gravi effetti per altri utilizzatori d’acqua nell’area di The Dalles”.

Gran parte del processo decisionale in questo settore si sta rivelando sempre più scadente. Con una domanda globale di sistemi di informazione sempre più complessi, inclusa l’intelligenza artificiale, si prospetta un’ulteriore spoliazione dell’ambiente. La fame di informazioni rischia di diventare una forma di licenza ecologica [nel senso di anti-ecologica, permesso a fare dell’ambiente ciò che si vuole – NdT].

Binoy Kampmark era Commonwealth Scholar press oil Selwyn College, Cambridge. È docente alla RMIT University, Melbourne. Email: bkampmark@gmail.com

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