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Bangladesh, l’ennesima strage di lavoratori al servizio del profitto immediato e del riarmo

Ancora una strage di lavoratori del tessile-abbigliamento, in Bangladesh (RMG). Almeno sedici vittime trovate, 11 i dispersi. Tra le vittime dell’incendio ci sono anche lavoratori adolescenti di una vicina baraccopoli. Impossibile conoscere i dati reali delle vittime per il lavoro in questo paese, ma il recente disastro è solo l’ultimo di uno stillicidio che accompagna costantemente la produzione per il profitto in paesi che, come questo, sono sotto lo spietato dominio del capitalismo globale (oltre che del capitale nazionale).

Una sintesi delle maggiori catastrofi dell’ultimo decennio:

2010, un incendio in un magazzino di prodotti chimici uccise 124 persone, a Nimtali quartiere della vecchia Dhaka. 2012, 124 operai sono morti carbonizzati nell’incendio della Tazreen Fashion Factory nella zona industriale di Ashulia, a nord della capitale Dhaka. 2013, l’edificio di otto piani Rana Plaza, che ospitava diverse fabbriche di abbigliamento, crollò a causa di un cedimento strutturale, uccidendo 1.134 lavoratori nell’Upazila di Savar, periferia di Dhaka. 2019, un edificio adibito a deposito di sostanze chimiche e materiali infiammabili a Chawkbazar è stato distrutto da un vasto incendio e con conseguenti esplosioni, 71 i morti. 2022, almeno 47 le vittime di un incendio e delle esplosioni in un deposito container nel sottodistretto di Sitakunda, Chittagong, S-E del paese.

Questi omicidi di massa, uniti a condizioni di lavoro e di vita spesso schiavistiche, sono il prezzo fatto pagare alla classe lavoratrice per assicurare la competitività sul mercato internazionale ai capitali nazionali e internazionali investiti nelle imprese del Bangladesh. Un paese, ancora relativamente arretrato ma in sviluppo capitalistico che, grazie alla disponibilità di forza lavoro a basso costo e alla sua posizione strategica nel Sudest asiatico, è sempre più oggetto della contesa globale tra le grandi potenze, compreso l’aspetto militare di questa contesa.

È recente la notizia dell’accordo tra Bangladesh e Turchia in materia di difesa aerea, che il giornale Asia Times definisce “storico”, “una delle più significative ricalibrazioni strategiche dell’Asia meridionale si sta svolgendo silenziosamente in Bangladesh.” Dhaka acquisirà il sistema di difesa aerea a lungo raggio SIPER e potenzialmente coprodurrà droni da combattimento turchi.

Evidentemente relegando a danni collaterali i costi umani richiesti dalla competizione economica e militare capitalistica, AT esalta l’evento come “coraggiosa dichiarazione d’indipendenza da parte di una nazione che si sta abilmente ritagliando un proprio spazio tra i giganti della regione. Per il Bangladesh, si tratta di acquistare sovranità. Per la Turchia, si tratta di proiettare la propria potenza. E per l’India, che osserva dalla porta accanto, si tratta di un nuovo e sgradito grattacapo strategico.”

Non ci uniamo a questi entusiasmi, perché sappiamo cosa significhi questa contesa per la massa della popolazione e per i lavoratori, le immagini provenienti dalla guerra in Ucraina e dal genocidio in Palestina lo mostrano giorno per giorno. Auspichiamo che la classe lavoratrice bengalese continui ad organizzarsi nella difesa dei propri diritti, come ha dimostrato di saper fare in diversi momenti della sua storia anche recente, mantenendosi autonoma rispetto agli interessi della propria borghesia.

A illustrazione del recente incidente e del suo contesto riportiamo la traduzione di gran parte dell’articolo di World Socialist Website, del 16 ottobre scorso.

Incendio in una fabbrica di abbigliamento in Bangladesh: almeno 16 lavoratori uccisi

WASunil

Martedì, almeno 16 lavoratori sono morti in un incendio in una fabbrica di abbigliamento nel quartiere di Mirpur a Dhaka, capitale del Bangladesh, e si prevede che il bilancio delle vittime aumenterà. L’incendio mortale è solo l’ultimo episodio, insieme alla morte di 16 lavoratori in una fabbrica di munizioni esplosa nello stato americano del Tennessee, del sacrificio sistematico delle vite dei lavoratori sull’altare del profitto delle imprese. 

L’incendio di Dhaka è inizialmente divampato in un deposito di prodotti chimici adiacente e poi si è propagato a un edificio di quattro piani della fabbrica di abbigliamento. Ci sono volute tre ore per spegnere l’incendio, ma solo nella fabbrica di abbigliamento. I vigili del fuoco stanno ancora lottando per domare le fiamme nel deposito di prodotti chimici. […]

I testimoni oculari hanno fornito un resoconto straziante del disastro.

“Abbiamo sentito una forte esplosione”, ha detto Russel Sheikh, un testimone oculare. “Poi abbiamo visto un incendio enorme, che poi si è propagato all’edificio accanto.”

Un altro testimone oculare ha dichiarato: “Il magazzino chimico conteneva candeggina, plastica e perossido di idrogeno, tutti elementi potenzialmente in grado di aggravare gli incendi. Inoltre, la plastica in fiamme rilascia fumi tossici”. […]

Video AP di Al Emrun Garjon

Il padre di Farzana Akhter ha dichiarato all’agenzia di stampa Reuters che sua figlia risulta ancora dispersa. “Quando ho saputo dell’incendio, sono corso. Ma non l’ho ancora trovata… Voglio solo che mia figlia torni indietro”.  

Mohammad Nayeem ha detto di essere alla ricerca della moglie, Samia Akter, impiegata nella fabbrica di abbigliamento, e che i funzionari gli avevano consigliato di controllare negli ospedali vicini. “Sono andato due volte al Dhaka Medical, ma non sono riuscito a trovarla”, ha detto. “Non so ancora dove sia”. 

Il direttore dei vigili del fuoco Chowdhury ha […]sottolineato che né la fabbrica di abbigliamento né il deposito di prodotti chimici avevano avuto l’autorizzazione a operare in quella sede e che non disponevano di piani di sicurezza antincendio. 

Queste trappole mortali sono la norma. Le autorità governative chiudono un occhio sui datori di lavoro che violano le norme di sicurezza di base perché sono al servizio dei capitalisti che perseguono il profitto, non dei lavoratori. 

Secondo le prime indagini, Chowdhury ha affermato che la fabbrica di abbigliamento aveva un tetto di lamiera e una porta con grate che veniva tenuta chiusa a chiave. Per questo motivo, i lavoratori terrorizzati non sono riusciti a raggiungere il tetto e a respirare aria fresca. […]

I corpi delle vittime, ha affermato, “erano così gravemente ustionati che l’unico modo per identificarli potrebbe essere il test del DNA”. 

A fronte dello sdegno popolare, il capo del governo provvisorio del Bangladesh Muhammad Yunus ha rilasciato un ipocrita messaggio di cordoglio esprimendo il suo “profondo dolore” e ha esortato le autorità a “indagare e sostenere le vittime e le famiglie”. Come nelle esperienze passate, tuttavia, tali indagini non cambieranno il destino dei lavoratori che continueranno a essere costretti a lavorare in condizioni non sicure.

Il Bangladesh è il secondo maggiore esportatore di abbigliamento confezionato (RMG) al mondo, dopo la Cina, e rappresenta il 5-6% del mercato globale. L’RMG ha rappresentato circa l’81,49% delle esportazioni totali del Paese nell’anno fiscale 2024-25, con un fatturato di 38,48 miliardi di dollari. Il settore impiega oltre 4 milioni di lavoratori, la maggior parte dei quali sono donne, che lavorano in condizioni brutali.  […]

Lo scorso ottobre e novembre, decine di migliaia di lavoratori tessili bengalesi hanno partecipato a proteste e scioperi per chiedere aumenti salariali dall’attuale minimo mensile di 8.000 taka (67,00 dollari) a 22.000-25.000 taka (184-209 dollari). Hanno inoltre chiesto un aumento del bonus mensile di presenza, la concessione di ferie annuali, la rimunerazione dei turni di notte e l’estensione del congedo di maternità per le lavoratrici. Tra le altre richieste la riapertura delle fabbriche chiuse, la reintegrazione dei dipendenti precedentemente licenziati, la fine delle vessazioni da parte della dirigenza e dei funzionari governativi e il miglioramento della sicurezza e delle condizioni sul posto di lavoro.

Il governo ad interim di Muhammed Yunus ha risposto schierando la polizia e l’esercito per reprimere la protesta. 

I sindacati, compreso il Bangladesh Garment Workers Trade Union Centre guidato dal Partito Comunista stalinista, si sono rifiutati di organizzare qualsiasi lotta contro le condizioni di lavoro brutali e per la sicurezza dei lavoratori. Agiscono come difensori degli interessi economici della classe dirigente del Bangladesh, in crisi, e dei datori di lavoro e degli investitori dell’industria dell’abbigliamento.   

Le condizioni di lavoro dei lavoratori dell’abbigliamento bangladesi sono destinate a peggiorare, poiché il settore deve affrontare una crescente concorrenza globale e pressioni economiche. Il dazio del 20% imposto nel mese di agosto al Bangladesh dal presidente degli Stati Uniti Trump, unito alla crescente pressione dei giganti della vendita al dettaglio H&M, Walmart, Adidas, Levis e VF Asia per ottenere “prezzi competitivi”, ha destabilizzato il settore. Le imprese dell’abbigliamento hanno reagito intensificando lo sfruttamento dei lavoratori e sottoponendoli a condizioni di lavoro insicure e di supersfruttamento.

Dopo la massiccia ondata di protesta popolare seguita al crollo del Rana Plaza nel 2013, diversi marchi globali, rivenditori, sindacati e fabbriche fornitrici hanno firmato l’inoffensivo “Accordo sul lavoro sicuro in Bangladesh”, ora noto come “Accordo internazionale sulla sicurezza antincendio e degli edifici”. Si è sostenuto che fosse la prima volta che i marchi globali di moda riconoscevano la loro responsabilità diretta per le condizioni delle fabbriche nelle loro catene di approvvigionamento.

Il disastro di martedì dimostra ancora una volta che si è trattato solo di un’operazione di pubbliche relazioni. I marchi di moda globali multimiliardari e i giganti della vendita al dettaglio non si preoccupano delle condizioni e della sicurezza dei lavoratori, bensì di abbassare i prezzi e aumentare i profitti. […]

Note

1 Allargando lo sguardo a scala mondiale, secondo un rapporto 2019 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro
(OIL), ogni anno nel mondo muoiono ben 2,78 milioni di lavoratori a causa di incidenti o malattie sul lavoro, il che equivale a un decesso ogni 15 secondi, mentre 374 milioni di lavoratori restano feriti ogni anno.
2 https://www.paginemarxiste.org/bangladesh-alta-moda-color-sangue/
3 Il salario mensile medio è di 7.000-7.500 taka (57-61,50 dollari).
4 Proponiamo al riguardo alcuni articoli pubblicati da Pagine Marxiste: https://www.paginemarxiste.org/bangladesh-
gamberetti-e-jeans-grandi-profitti-per-imprese-nazionali-e-estere-diritti-negati-e-salari-da-fame-per-minoranze-e-
lavoratori/
https://www.paginemarxiste.org/il-bangladesh-toro-economico-del-sud-asia-basato-sul-super-sfruttamento-delle-operaie-
del-tessile-abbigliamento/
https://www.paginemarxiste.org/bangladesh-la-durissima-lotta-delle-operaie-e-degli-operai-del-tessile-abbigliamento-per-
salari-giusti-ed-equi-e-contro-la-repressione/
https://www.paginemarxiste.org/bangladesh-un-paese-in-rivolta-dopo-gli-operai-del-tessile-i-laureati-studenti-e-i-net/
https://www.paginemarxiste.org/bangladesh-il-governo-del-banchiere-filantropo-yunus-reprime-le-lotte-operaie-con-la-
benedizione-del-capitale-nazionale-e-internazionale/
5 Il Fire Prevention and Control Act del 2003, le Environment Conservation Rules del 1997 e altre normative, che vietano ai capitalisti di situare industrie chimiche e altre industrie pericolose in aree residenziali, sono rimaste lettera morta. Le autorità chiudono semplicemente un occhio sul funzionamento di queste fabbriche, che violano apertamente le procedure di sicurezza di base.



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