Nel mese di luglio di dieci anni fa (2015) si è consumata in Grecia una vicenda importante per l’intera classe lavoratrice di tutta Europa : i cittadini greci furono chiamati a decidere in un referendum se accettare o respingere un piano strangolatorio apprestato da Trojka (BCE, FMI, UE) come precondizione per nuovi prestiti.
Lo definiamo un piano strangolatorio perché imponeva durissimi sacrifici ai lavoratori greci in materia di aumento dell’età pensionabile, aumento delle trattenute fiscali sui salari, attacco alla contrattazione collettiva, aumento dell’IVA, soppressione dei sussidi per i piccoli agricoltori, una raffica di privatizzazioni con relativo peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti delle aziende privatizzate, etc.
Votò il 62% degli aventi diritto, e il 61% di essi, oltre 3 milioni e mezzo, si espresse per il NO. Ebbe inizio, allora, una rapidissima (finta) trattativa nella quale il capo del governo di Syriza Tsipras elaborò una proposta di “mediazione”, e la Trojka la respinse immediatamente, lasciando al governo di Atene la sola possibilità di accettare il piano senza alcuna modifica o uscire dall’euro. Cosa che il governo fece con uno spettacolare rovesciamento di posizioni, rassegnando poi, a stretto giro, le dimissioni.
In occasione dei 10 anni da quel funesto luglio 2015, l’organizzazione greca Liberazione comunista (ex-NAR), una delle forze promotrici della Conferenza internazionalista di Napoli del 14-15 giugno, ha pubblicato un editoriale che riprendiamo qui (in traduzione dall’inglese). Questo articolo compie una ricostruzione dell’intera vicenda molto interessante, in larga parte condivisa da noi, in cui, tra le altre cose, si mette in evidenza la posizione disfattista rispetto alla lotta contro la Trojka del KKE (un partito che gode qui in Italia di un credito decisamente eccessivo).
Proprio in quei mesi il nostro blog faceva i suoi primi, timidi passi con un’appassionata presa di posizione dalla parte dei proletari e dei compagni greci in lotta contro i diktat della Trojka e della classe capitalistica greca, sebbene la nostra conoscenza delle forze anticapitaliste rivoluzionarie fosse largamente incompleta. In coda al testo dei compagni greci riportiamo il link a questa nostra presa di posizione, il pdf di due articoli del “Cuneo rosso”, n. 2 e il link ad alcuni articoli comparsi sul blog “Pagine marxiste”. Rivendichiamo di essere stati tra i pochi ad occuparci con attenzione di questa vicenda, con un’attitudine internazionalista e pienamente partecipe delle lotte in Grecia considerate interamente nostre.
Come si potrà vedere, c’è un punto su cui la nostra posizione si differenzia da quella di Liberazione comunista (e di Antarsya): la rivendicazione dell’uscita dall’euro e dall’UE. Ma perché non si equivochi scioccamente la nostra posizione come una difesa dell’UE, che da sempre indichiamo come una istituzione chiave dell’imperialismo, un irriducibile nemico di classe della classe lavoratrice di tutti i paesi d’Europa e del mondo, e della sua moneta usuraria, vi rinviamo alla conclusione di un nostro articolo di quegli anni:
“I lavoratori di tutti i paesi europei, in misura molto differenziata e al tempo stesso comune, stanno soffrendo dentro l’euro e dentro l’Unione per le politiche anti-proletarie delle istituzioni europee, della Bce e del Fmi (la giustamente stramaledetta Trojka). E soffrirebbero altrettanto nel caso in cui avessero successo le prospettive di uscita volontaria dall’euro di Anguita&C., della Rete euro-afro-mediterranea, della Le Pen o di Salvini/Grillo.
“L’alternativa tra “morire per l’euro” o “tutto pur di sfasciare l’euro” è un’alternativa tra due soluzioni entrambe capitalistiche, entrambe fondate sullo schiacciamento dei/delle proletari/e di tutti i paesi europei, e a maggior ragione di quelli dei paesi extra-europei dominati dai capitali europei. Noi la rifiutiamo. E contrapponiamo ad essa la prospettiva della lotta comune tra i lavoratori del Sud, dell’Est e del Nord dell’Europa alle politiche anti-proletarie di Bruxelles, della Bce, del Fmi e dei governi europei.
“Ci sono fondamentali obiettivi comuni da propagandare e perseguire dovunque con la lotta. Contro le politiche della Trojka. Contro il debito di stato, per il suo annullamento. Contro la ‘regola di piombo’ di Draghi. Contro il taglio dei salari, diretti e indiretti, la disoccupazione, la precarietà, l’allungamento degli orari di lavoro, l’intensificazione del lavoro, la distruzione dei contratti nazionali di lavoro e della organizzazione operaia nei luogi di lavoro. Contro il Fiscal Compact. Contro il risorgente militarismo europeo e la Nato. Contro lo sfruttamento differenziale, le bestiali discriminazioni, il razzismo di stato e fascistoide nei confronti dei lavoratori immigrati. E potete aggiungere senza sforzo, naturalmente, tutti i corrispettivi “per”…
“Non ci sfugge che esiste nell’Unione europea, e va accentuandosi, una polarizzazione territoriale tra capitali che si ripercuote anche sulle condizioni di esistenza e di lavoro dei salariati e sugli indici di disoccupazione e di povertà. Non ci sfugge che i colpi subìti dai proletari dell’Est Europa sono più violenti di quelli subìti dai proletari dei PIIGS; né che all’interno stesso dei PIIGS i colpi subìti dai proletari e dai giovani greci sono più violenti di quelli abbattutisi sui proletari e i giovani italiani. Vediamo bene che i colpi subìti dai proletari dei PIIGS sono più violenti di quelli subìti dai proletari tedeschi o olandesi. Ma quando leggiamo che i “lavoratori dei paesi centrali più forti del Nord Europa (…) per ora sembrano fuori dalla crisi sociale che attanaglia il resto del continente”, ci chiediamo se si tratti solo di (colpevolissima) disinformazione, e/o anche di quel velenoso spirito anti-tedesco diffuso nella sinistra, anche “radicale”, che serve esclusivamente a rafforzare le distanze, l’estraneità e la contrapposizione tra i proletari e le proletarie del Nord e del Sud dell’Europa. Né più né meno di quella propaganda sciovinista tipica dei mass media e dei governanti del Nord Europa secondo cui nel Sud dell’Europa non si farebbe altro che prendere il sole mangiando a sbafo dello stato e dell’Europa-che-lavora.
“C’è una stratificazione materiale storica dentro il proletariato europeo che ha prodotto stratificazioni ideologiche e psicologiche profonde. Ma proprio perché questo problema è reale, ci vuole a nostro avviso il massimo dell’impegno nel tessere i fili unitari dentro il nostro campo di classe, rifuggendo da tutte le “facili” soluzioni che, invece, approfondiscono delle distanze già di per sé, allo stato attuale, ampie e molto pericolose. Sappiamo che è estremamente arduo far sentire ai proletari di casa nostra, ad esempio, le lotte in Grecia, in Spagna, in Slovenia, in Francia, in Bulgaria come lotte integralmente nostre, ma questo ci tocca fare se crediamo, e noi lo crediamo, che non c’è soluzione possibile a questa crisi all’interno del capitalismo globalizzato che non sia l’accentuazione della concorrenza e la guerra fratricida tra proletari.
“In assenza – e così è, al momento – di significativi movimenti di lotta nel centro-nord d’Europa, è comprensibile la tentazione che ha preso, ad esempio, i compagni di Antarsya in Grecia, di mettere assieme un obiettivo di lotta sacrosanto da un punto di vista di classe come la cancellazione del debito di stato con la proposta di “uscire dall’Unione europea e dall’euro, e tornare alla dracma svalutandola del 50%“. In una situazione di terribile isolamento, è comprensibile che si cerchino delle soluzioni “particolari”, “greche”, ma resta egualmente sbagliato. Immaginare che i lavoratori e i giovani greci possano venir fuori dagli attuali tormenti imbarcandosi (con salari tagliati del 50 o poco meno percento) dentro una scialuppetta-dracma in oceani in tempesta come quelli d’oggi, e ancor più di domani, è del tutto illusorio. Il nostro compito non è quello di far esplodere l’euro in mille pezzi per metterci al riparo dalle “nostre” vecchie monete che il tempo ha affondato; è quello di lavorare a ricomporre i “mille pezzi” in cui è scomposto oggi il nostro campo, il nostro fronte. E il maggior contributo all’intero movimento di classe in Europa (e fuori) è venuto dalle lotte in Grecia quando hanno saputo sollevare problemi comuni e indicare nemici comuni con l’assedio al proprio parlamento, con la lotta ai propri governi, con la denuncia di massa dei crimini della Trojka e del sistema bancario internazionale, con il rifiuto del Fiscal Compact, con la forte rivendicazione dell’annullamento del debito e l’avvio di un processo di audit di massa, con le risposte militanti al risorgente neo-fascismo e la solidarietà ai lavoratori immigrati aggrediti…
“Se in Grecia o in un altro paese il movimento proletario e popolare diventerà così forte da imporre al “proprio” governo nazionale misure di politica economica e sociale ritenute incompatibili dai poteri forti che dettano legge in Europa perché antagoniste agli interessi del capitale; e tanto più se in Grecia o altrove la classe lavoratrice acquisterà tanta forza e autonomia politica da prendere il potere per sé, annullare i diktat europei, decidere misure di emergenza a tutela dei salariati, adottare misure coercitive contro le forze del capitale interne, possiamo dare pressoché per certo che tra le misure di ritorsione di Bruxelles e della Bce ci sarebbe la minaccia o la decisione di espulsione dall’euro e dall’Unione, nel tentativo di circoscrivere e stroncare l’effetto-contagio della ribellione proletaria e popolare. Ma una simile cacciata dall’euro avverrebbe in un contesto di scontro di classe infuocato in cui una tale decisione degli odiati super-poteri europei potrebbe diventare, per il suo evidente segno di classe, un boomerang che si ritorce contro chi l’ha lanciato. E la resistenza alle sue conseguenze, in Grecia o altrove, unita ad un appello alla solidarietà dei lavoratori degli altri paesi, assumerebbe una valenza internazionalista. Rispetto all’uscita volontaria dall’euro degli Anguita di tutta Europa sostanziata di interessi nazionali, sarebbe davvero un’altra storia…”. (Red.)
Liberazione comunista – A dieci anni dal referendum greco
(i grassetti di questo articolo sono della nostra redazione)
«L’incertezza che circonda le prospettive economiche rimane elevata, ma le probabilità di un peggioramento e di un miglioramento sono alla pari». È quanto affermato nella relazione delle previsioni della Commissione sull’economia della UE nella primavera del 2015. Ciò implicava che tutto era appeso a un filo, poiché le conseguenze del «crollo» che lo aveva preceduto alcuni anni prima e lo scoppio della crisi finanziaria globale non erano ancora state superate.
Era chiaro, quindi, che mentre la crisi con la Grecia si aggravava e si avvicinava al suo culmine, la UE e l’eurozona non erano in una situazione ideale. Proprio per questo, però, scelsero di dare una dimostrazione di forza contro un Paese che – come ben sapevano – aveva un governo non incline alla rottura.
E ritenevano che il modo migliore per raggiungere questo obiettivo fosse ricorrere apertamente al ricatto. Ovvero, porre chiaramente un’alternativa che non riguardasse il “sì o no al memorandum UE-IMMF”, ma qualcosa di molto più importante: la posta in gioco era l’essere ‘“dentro o fuori dalla zona euro”. E lo fecero, a quanto pare presupponendo che i greci non avrebbero osato mettere in gioco la loro moneta e che con il voto avrebbero posto fine definitivamente alla “follia”. “Con il referendum, ai greci viene chiesto di rispondere se vogliono rimanere nell’euro o tornare alla dracma”, disse l’allora presidente della Commissione europea e “amico” della Grecia, Jean-Claude Juncker, in una dichiarazione rilasciata il 29 giugno, dopo che il parlamento aveva approvato la convocazione del referendum.
“Se c’è un sì convinto per la permanenza nell’euro, per la partecipazione alla costruzione, alla ricostruzione dell’economia in modo che sia sostenibile a lungo termine, allora la nostra risposta sarà la seguente: proviamo (…) Quando c’è la volontà, si trova anche il modo”, aveva sottolineato il 27 giugno Christine Lagarde, direttrice generale dell’FMI (e attualmente presidente della BCE), in un’intervista alla BBC. Il terreno era stato quindi metodicamente preparato da UE e FMI e, al momento giusto, venne stretto il cappio con le restrizioni ai movimenti di capitale (controlli sui capitali) annunciate due giorni dopo, domenica 28 giugno. Ne assunse la responsabilità la BCE con la sua la decisione estorsiva di chiudere il rubinetto della liquidità alle banche. Con il consenso e l’incoraggiamento, ovviamente, della Banca di Grecia e del suo governatore, G. Stournaras, che era stato nominato in questa posizione cruciale un anno prima, incarico che ancora oggi ricopre. Quando una struttura capitalista come la UE è minacciata, tutti i suoi membri si uniscono per difenderla, mettendo da parte differenze e rivalità. Questo venne dimostrato anche dalla dichiarazione dell’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che Tsipras, SYRIZA e gran parte dei loro elettori consideravano un idolo. «Quello che occorre è che la Grecia si impegni seriamente ad attuare importanti riforme (…) I greci dovranno compiere alcune scelte politiche difficili, che saranno vantaggiose nel lungo periodo», dichiarò l’8 giugno al vertice del G7 in Germania.
Il memorandum rappresentava la scelta chiave del capitale, una coalizione di classe di banchieri europei con il nucleo del capitale greco, allo scopo di ottenere una violenta ristrutturazione del capitalismo greco, lo schiacciamento delle conquiste più storiche della classe operaia e del popolo, il forte incremento dello sfruttamento, il rimborso dei debiti nel contesto creato dalla crisi capitalista del 2008, la stabilità dell’eurozona. Con una posta in gioco così strategica, era certo che non ci sarebbero stati ricatti, minacce e misure che il capitale e il sistema politico non avrebbero previsto di imporre.
SYRIZA, che alla fine emerse come forza egemone nel grande movimento del 2010-2015, aveva una linea molto precisa. Il memorandum sarebbe stato abolito «con un articolo e una legge», da un «governo di sinistra», che «negozierà» con le istituzioni un programma di «rettifica sociale e giustizia», senza una rottura con l’eurozona e la UE. La logica del «né rottura né sottomissione» è stata, come è ormai dimostrato, una tragica illusione che ha portato alla trasformazione del grande «No» popolare in «Sì», durante il colpo di Stato del 2015, proprio quando era in gioco la questione strategica della rottura o della sottomissione alle «istituzioni» e al sistema politico borghese.
Tuttavia, questa politica apertamente compromissoria non è nata dal nulla. È stata preparata per tutto il periodo precedente di lotte contro il memorandum, essa ha “trasmesso” e in misura significativa ha plasmato e limitato i confini politici del movimento di quel periodo. Le forze di SYRIZA e altre forze del movimento all’interno/all’esterno di SYRIZA si adoperavano per limitare politicamente il movimento e le lotte nel quadro anti-memorandum, per separare gli obiettivi immediati dalle condizioni politiche per la loro attuazione, per impedire che gli obiettivi evolvessero da “anti-memorandum” a “anti-UE-anticapitalista“, per scongiurare la necessità di rompere/uscire dall’euro e dall’UE, in nome di una “ampia unità”.
La posizione del KKE ha portato all’arresto politico del movimento, da un altro orientamento. Nel corso degli anni delle grandi lotte anti-memorandum, il KKE ha condotto una battaglia politica e teorica contro gli obiettivi politici che segnalavano rotture con la politica borghese! Infatti, dal 2010 in poi, ha negato l’obiettivo di “abolire i memorandum” (perché altri paesi stanno attuando lo stesso programma per migliorare la competitività del capitale senza memorandum), l’obiettivo della cancellazione del debito, l’obiettivo di uscire dall’euro e dall’UE (perché “è integrato nel quadro dell’euroscetticismo promosso dalle forze borghesi”), contribuendo da parte sua a imbrigliare il movimento entro i ferrei limiti della politica borghese e rafforzando notevolmente la logica parlamentare troncata di SYRIZA. Questa logica ha portato il KKE a voltare le spalle al popolo nel referendum, al “non vedo altra soluzione che l’euro” durante la riunione dei leader politici del leader del KKE, di D. Koutsoumbas.
SYRIZA è emersa come portavoce politico delle lotte anti-memorandum perché la sua proposta appariva più «realistica» e perché dava una risposta politica specifica alla questione del potere, il «governo della sinistra». Si ebbe uno scontro ideologico molto ampio riguardo alla prospettiva di governo della sinistra. La maggioranza della popolazione, con illusioni parlamentari di lunga data, identifica il governo con il potere, lo strumento per imporre qualsiasi soluzione politica globale. Pertanto, la proposta politica della “sinistra al governo” rispondeva alle esigenze e alle illusioni, cioè al livello della loro coscienza. Tuttavia, affinché prevalesse in modo incontrastato e schiacciante la soluzione del governo parlamentare tra le forze in lotta e nelle avanguardie sociali e politiche, un ruolo importante venne svolto da organizzazioni, gruppi, intellettuali di orientamento marxista e di sinistra che hanno sostenuto SYRIZA e hanno elaborato una giustificazione teoricamente più articolata della prospettiva del “governo di sinistra”. Queste idee trovavano la loro base teorica principalmente nella logica della riforma dello Stato borghese (con un riferimento eurocomunista) usando il potere governativo come punto di spinta, che in combinazione con la “pressione del movimento”, poteva portare all’“acuirsi delle contraddizioni del sistema”, a cambiamenti più ampi a beneficio del popolo.
Tuttavia la prospettiva di un cambio di governo dal 2012 in poi non ha portato a un’intensificazione delle lotte, ma al rafforzamento del “realismo” in nome della maggioranza parlamentare. Il periodo 2010-2012, e fino al 2015, è stato un periodo di lotte impressionanti, che hanno portato a una crisi politica senza precedenti, al crollo storico del tradizionale sistema bipartitico. Non si è trattato di una semplice “crisi di rappresentanza”. Importanti questioni di politica borghese (memorandum, UE) entrarono in agenda. Forme di organizzazione popolare e di auto-attività pervasero la società greca (assemblee popolari, diverse forme di solidarietà, ecc.). Come fu evidente anche nei giorni del referendum, la coscienza popolare fece passi da gigante. L’«abbasso ai memorandum» era già diventato un elemento significativo del «conflitto con l’eurozona e la UE» o quantomeno si rivelava pronto a tale corso. Per continuare e intensificare la battaglia dopo il colpo di Stato del “No” di SYRIZA, era necessario un tempestivo chiarimento del ruolo di SYRIZA e della sua leadership (e non la riproduzione delle illusioni fino all’ultimo momento con dichiarazioni del tipo “votiamo contro il memorandum, sosteniamo il governo”), la preparazione politico-ideologica e organizzativa per la difesa del “No” con lotte militanti contro la burocrazia che era per il ‘Sì’, il raduno indipendente delle forze anticapitaliste, le forze del “No fino alla fine”. In questo modo, la continuazione e l’intensificazione della lotta avrebbero potuto aprire la strada a una più ampia messa in discussione del sistema.
Ma ciò non è avvenuto, con il risultato che il movimento si è trovato politicamente e organizzativamente impreparato nel momento critico per andare avanti senza SYRIZA e contro SYRIZA.
NAR e ANTARSYA hanno combattuto con tutte le loro forze la battaglia del “triplo NO”, al memorandum, alla UE, al governo SYRIZA. Durante tutti gli anni precedenti hanno sottolineato e lottato per gli obiettivi principali del programma anticapitalista. L’abolizione del memorandum, la cancellazione del debito, la rottura/uscita dall’euro e dalla UE, la nazionalizzazione senza indennizzo delle banche e di altre imprese strategiche. Il loro obiettivo era quello di “incorporare” questo programma politico nel movimento e non rimanere nei limiti della ‘negoziazione’ e dell’alternanza parlamentare. Hanno promosso forme di organizzazione indipendente del movimento (ad esempio il coordinamento di massa dei sindacati di base, l’iniziativa “Non siamo in debito, non paghiamo”, ecc. Hanno anche contribuito con la loro presenza in piazza alla militanza delle mobilitazioni travolgenti del maggio 2010, giugno e ottobre 2011 e febbraio 2012.
Tuttavia, le forze di NAR e ANTARSYA hanno avuto un’incapacità strategica di collegare la lotta con azioni che avrebbero posto la questione del potere in modo diverso. Il 4° Congresso della NAR ha valutato: “C’era una certa separazione del programma di lotta anticapitalista dalla questione del potere politico, una risposta incompleta a chi e come lo avrebbe imposto, un approccio poco pratico e concreto all’organizzazione ‘extraparlamentare’ e alternativa del popolo rispetto al sistema politico borghese…”. Perciò, non abbiamo “trasferito” l’esperienza delle assemblee popolari ai luoghi di lavoro, in modo che la classe operaia potesse organizzarsi in modo indipendente, non abbiamo cercato di sistematizzare e unificare le assemblee popolari nelle regioni e a livello nazionale, per creare i “semi” di un’altra organizzazione popolare.
La sinistra extraparlamentare organizzata ha mostrato grandi debolezze e limiti. Innanzitutto, gran parte di essa ha sostenuto e aderito a SYRIZA. L’adesione a SYRIZA è stata sostenuta da una serie di argomenti, il principale dei quali era la possibilità che le forze della “sinistra radicale” potessero influenzare, attraverso la loro partecipazione, il partito. Questa logica, applicata storicamente, dall’‘entrismo’ alla formazione dei “partiti di sinistra allargati”, ha fallito. Si impone ora una riflessione storica al riguardo. La combinazione tra il ridimensionamento degli obiettivi politici del programma in nome della “grande unità” e il sostegno (interno o esterno “critico”) della corrente riformista disarma il movimento e le avanguardie e distrugge di continuo la possibilità di unità e di formazione indipendente della sinistra anticapitalista.
A dieci anni dall’esplosione sociale che ha portato al clamoroso “No” al referendum, l’intero sistema sta cercando di eliminare ogni traccia dello slancio popolare. Proprio come hanno “corretto”, cioè abolito, il voto popolare nella riunione dei leader politici al palazzo presidenziale il 6/7/2015, allo stesso modo oggi stanno riscrivendo la storia. Angela Merkel, allora capo del capitalismo tedesco, che ha aperto la strada a misure barbariche contro i lavoratori, si ripropone in Grecia come “madre” amichevole. A. Tsipras, che è diventato sinonimo di opportunismo a livello internazionale, appare come… onesto, uno che non ha mai mentito, anche se è chiaro che non ha mai pensato di rompere con l’euro e la UE. In generale, il periodo 2010-2015, quando il popolo e i giovani sono esplosi, viene presentato come “follia” e “giorni bui”. Per loro, i giorni bui non erano i memorandum, ma la lotta contro di essi… La paura del sistema che simili fratture sociali possano ripetersi in futuro fa apparire tutto ciò come una tragicommedia.
L’euro-consenso del sistema politico borghese è stato espresso nel modo più eclatante nel famigerato incontro al palazzo presidenziale. L’allora Presidente della Repubblica, P. Pavlopoulos, rivelò in una recente intervista: “Era un clima di riflessione, un clima di ansia, ma in nessun caso un clima di conflitto. E non dimenticherò mai l’atteggiamento positivo del leader del KKE Dimitris Koutsoubas, che impressionò anche la Merkel. Koutsoubas dichiarò pubblicamente: ”Siamo contrari all’Unione Europea, ma quando si entra in un’organizzazione come l’Unione Europea, non si esce in questo modo”. Il meglio che un Presidente della Repubblica potesse aspettarsi da un partito comunista.
Se c’è qualcosa che possiamo preservare del 2015, è innanzitutto la capacità della classe operaia, del popolo e dei giovani di “sorprendere”, di compiere il passo verso la disobbedienza e la rottura anche in circostanze difficili. In secondo luogo, che senza la rottura, l’uscita dalla UE e il rovesciamento dei pilastri del capitale in Grecia non può esserci un programma a favore del popolo. In terzo luogo, che è necessaria un’organizzazione comunista forte e determinata, con tattiche e strategie rivoluzionarie elaborate e un forte fronte anticapitalista all’interno di un crescente movimento politico di sovvertimento.
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“The uncertainty surrounding the economic outlook remains high, but the chances of a change for the worse and for the better are balanced.” This was stated in the Commission’s forecast report on the EU economy in spring 2015. This implied that everything was hanging by a thread, as the consequences of the “crash” that had preceded it a few years earlier and the outbreak of the global financial crisis, had not yet been overcome.
It was clear, then, that as the crisis with Greece escalated and was heading towards its peak, the EU and the eurozone were not in their best possible condition. That is precisely why, however, they chose to make a show of force against a country that – as they well knew – had acquired a government that was not willing and ready for ruptures.
And they believed that the best way to achieve this was to blackmail bluntly. That is, to clearly pose a dilemma that would not concern the “yes or no to the EU-IMMF memorandum”, but something much more important: the stakes of “inside or outside the eurozone”. And they did so, apparently assuming that the Greeks would not dare to risk their currency and would put a definitive end to the “madness” with their vote. “With the referendum, the Greeks are being asked to answer whether they will remain in the euro or return to the drachma,” said the then president of the European Commission and “friend” of Greece, Jean-Claude Juncker, in a statement he made on June 29, after the parliament approved the holding of the referendum. “If there is an emphatic yes to remaining in the euro, to participating in the construction, to rebuilding the economy so that it is sustainable in the long term, then there will be the following response from us: let’s try (…) When there is a will, there is a way,” IMF Managing Director (and currently President of the ECB), Christine Lagarde, had emphasized in an interview with the BBC on June 27. The stage, then, had been methodically set by the EU and the IMF and at the right moment, the noose became suffocating with the restrictions on capital movements (capital controls) that were announced two days later, on Sunday, June 28. The responsibility was borne by the ECB’s extortionate decision to close the liquidity tap to the banks. With the consent and encouragement, of course, of the Bank of Greece and its governor, G. Stournaras, who had been placed in this crucial position a year earlier and remains steadfast to this day. When a capitalist structure like the EU is threatened, all its members unite to defend it, putting aside their differences and rivalries. This was also demonstrated by the statement made at that critical time by the then US President, Barack Obama, whom Tsipras, SYRIZA and a large part of their voters had as an idol. “What is required is that Greece be serious about carrying out important reforms (…) The Greeks will have to make some difficult political choices, which will be good in the long run,” he said on June 8 at the G7 summit in Germany.
The memorandum was the central choice of capital, a class coalition of European bankers with the core of Greek capital, for a violent restructuring of Greek capitalism, for the crushing of the most historic conquests of the working class and the people, the skyrocketing of exploitation, the repayment of debts in the environment created by the capitalist crisis of 2008, the stability of the eurozone. With such a strategic stake, it was certain that there would be no blackmail, threat and measure that capital and the political system would not think of to impose.
SYRIZA, which ultimately emerged as a hegemonic force in the great movement of 2010-2015, had a very specific line. The memorandum will be abolished “with an article and a law”, by a “government of the left”, which will “negotiate” with the Institutions a program of “social rectification and justice”, without a rupture with the Eurozone and the EU. The logic of “neither rupture – nor submission” was, as has now been proven, a tragic delusion that led to the transformation of the great popular “No” into “Yes”, in the 2015 coup, precisely when the strategic question of rupture or submission with the “institutions” and the bourgeois political system was at stake.
However, this openly compromising policy did not stand “in the air”. It was prepared throughout the previous years of the anti-memorandum struggles, it “communicated” and to a significant extent shaped, and limited the political boundaries of the movement of the period. The forces of SYRIZA and other forces of the movement inside/outside SYRIZA were fighting to politically limit the movement and the struggles in the anti-memorandum framework, to detach the immediate goals from the political conditions for their implementation, to prevent the goals from elevating from the “anti-memorandum” to the “anti-EU – anti-capitalist level”, to prevent the need to break/exit the euro and the EU, in the name of “broad unity”-
The KKE’s stance led to the political halting of the movement, from another direction. Throughout the years of the great anti-memorandum struggles, the KKE waged a political and theoretical battle against the political goals that signaled ruptures with bourgeois politics! Indeed, from 2010 onwards, he denied the goal of “abolishing the memoranda” (because other countries are implementing the same program to enhance the competitiveness of capital without memoranda), the goal of debt cancellation, the goal of exiting the euro and the EU (because “it is integrated into the framework of the Euroscepticism promoted by bourgeois forces”), contributing for his part to the fixation of the movement within the iron limits of bourgeois politics and greatly reinforcing the truncated parliamentary logic of SYRIZA. This logic led the KKE to turn its back on the people in the referendum, to “I see no solution other than the euro” at the meeting of political leaders by the leader of KKE, D. Koutsoumbas.
SYRIZA emerged as a political spokesperson for the anti-memorandum struggles because its proposal seemed more “realistic” and because it gave a specific political answer to the issue of power, the “government of the left”. A very extensive ideological struggle took place around the issue of the left’s governmental perspective. For the majority of the people, with long-term parliamentary illusions, the government is identified with power, it is the instrument for imposing any comprehensive political solution. Therefore, the political proposal of the “ruling left” responded to the needs and illusions, that is, to the level of their consciousness. However, for the unhindered and overwhelmingly hegemonic prevalence of the parliamentary government solution in the struggling forces and in the social and political vanguards, an important role was played by organizations, groups, intellectuals, of leftist, Marxist orientation who supported SYRIZA and formed a more theoretically elaborated line of justification of the perspective of the “leftist government”. These views had as their theoretical basis mainly the logic of the reform of the bourgeois state, (with a Eurocommunist reference) using government power as a springboard, which in combination with the “pressure of the movement” could lead to the “sharpening of the contradictions of the system”, to broader changes for the benefit of the people.
However, the prospect of a change of government from 2012 onwards led not to an intensification of the struggle, but to a strengthening of “realism” in the name of the parliamentary majority. The period 10-12, and up to 2015 was a period of shocking struggles, which led to an unprecedented political crisis, to the historic collapse of the traditional two-party system. It was not a simple “crisis of representation”. Major issues of bourgeois politics (memoranda, EU) entered the agenda. Forms of popular organization and self-activity flooded Greek society (popular assemblies, diverse forms of solidarity, etc.). As was also evident in the days of the referendum, popular consciousness made leaps. The “down with the memoranda” had already become a significant part of the “conflict with the eurozone and the EU” or at least it was open to such a course. In order to continue and escalate the battle after the coup d’état of the “No” by SYRIZA, a timely clarification of the role of SYRIZA and its leadership was required (and not the reproduction of the illusions until the last moment with statements “we vote against the memorandum, we support the government”), the political-ideological and organizational preparation for the defense of the “No” with militant struggles against the bureaucracy that was with the “Yes”, the independent rallying of the anti-capitalist forces, the forces of the “No until the end”. In this way, the continuation and escalation of the struggle could open the way to a broader questioning of the system.
But these did not happen, resulting in the movement being politically and organizationally unprepared at the critical moment to move forward without SYRIZA and against SYRIZA.
NAR and ANTARSYA fought with all their might the battle of the “triple NO”, to the memoranda, the EU, the SYRIZA government. In all the previous years they highlighted and fought for the main goals of the anti-capitalist program. The abolition of the memoranda, the cancellation of the debt, the rupture/exit from the euro and the EU, the nationalization without compensation of the banks and other strategic enterprises. They aimed for this political program to “graft” the movement and not remain within the limits of “negotiation” and parliamentary rotation. They promoted forms of independent organization of the movement (e.g. mass coordination of Primary Trade Unions, the initiative “We Do Not Owe, We Do Not Pay”, etc.). They also contributed with their stance on the street to the militancy of the shocking mobilizations in May 2010, June and October 2011, and February 2012.
However, the forces of NAR and ANTARSYA had a strategic inability to connect the struggle with those steps that would pose the question of power in a different way. The 4th Congress of NAR assessed: “There was a certain detachment of the anti-capitalist program of struggle from the question of political power, an incompletely elaborated answer to who and how will impose them, an impractical-concrete approach to the “extra-parliamentary” and competitive organization of the people towards the bourgeois political system..…”. Thus, we did not “transfer” the experience of popular assemblies to the workplaces, so that the working class could organize itself in an independent manner, we did not attempt to systematize and unify popular assemblies in regions and nationwide, to create “seeds” of another popular organization.
Very great weaknesses and limitations were expressed in the organized extra-parliamentary Left. First of all, a large part of it supported and joined SYRIZA . The membership in SYRIZA was supported by a series of arguments, the main one being the possibility of the forces of the “radical left” to influence, through their participation in it. This logic, which was applied historically, from “entrism”, to the formation of the “broad left parties” failed. A historical conclusion to this is required. The combination of the downgrading of the political goals of the program in the name of “broad unity” and the support (from within or from outside “critically”) of the reformist current disarms the movement and the vanguards and constantly destroys the possibility of unity and independent formation of the anti-capitalist left.
Ten years after the social explosion that led to the shocking “No” in the referendum, the entire system is trying to eliminate every trace of popular momentum. Just as they “corrected”, that is, abolished, the people’s vote at the meeting of political leaders at the presidential palace on 6/7/2015, so today they are rewriting history. Angela Merkel, then head of German capitalism, who pioneered barbaric measures against workers, is re-introducing herself in Greece as a friendly “mother”. A. Tsipras, who became synonymous with opportunism on an international level, appears as… honest who never lied, although it is clear that he had never thought of breaking with the euro and the EU. In general, the period 2010-2015, when people and youth exploded, is attempted to be “fooled around” as “madness” and “dark days”. For them, the dark days were not the memoranda, but the struggle against them… The system’s fear that similar social cracks may return in the future leads to all of this appearing as a hilarious tragedy.
The Euro-consensus of the bourgeois political system was expressed in the most striking way in the infamous meeting at the presidential palace. The then President of the Republic, P. Pavlopoulos, was revealing in a recent interview: “It was a climate of deliberation, a climate of anxiety, but in no case a climate of conflict. And I will never forget the positive attitude of the KKE leader Dimitris Koutsoubas, who also impressed Merkel. Koutsoubas said publicly: ‘‘We are against the European Union, but when you enter an organization such as the European Union, you do not leave in this way.’’ The best a President of the Republic could expect from a communist party.
If we retainanything from 2015, it is first the ability of the working class, the people and the youth to make the “surprise”, to take the step towards disobedience and rupture even in difficult circumstances. Second, that without rupture and exit from the EU and overthrow of the pillars of capital in Greece there cannot be a pro-people program. Third, that a strong and determined communist organization is required, with elaborate revolutionary tactics and strategy and a strong anti-capitalist front within a growing political movement of overthrow.
Da “Pagine marxiste”
https://www.paginemarxiste.org/grecia-proletari-borghesi-e-il-club-delleuro/
https://www.paginemarxiste.org/grecia-un-nuovo-governo-per-una-nuova-politica-di-mercato/
https://www.paginemarxiste.org/fine-delle-illusioni/
( https://www.paginemarxiste.org/quante-balle-sulla-grecia-e-il-suo-debito/ dal Cuneo Rosso)
https://www.paginemarxiste.org/tensioni-in-grecia-in-vista-delle-elezioni/
https://www.paginemarxiste.org/grecia-scontro-nel-consiglio-bce-sulla-ristrutturazione-del-debito-la-bce-

