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Ucraina: diserzioni su entrambi i fronti

Sulla diserzione comunisti ed anarchici hanno posizioni storicamente diverse. Entrambi vedono con favore la guerra civile rivoluzionaria, ma i libertari – con eccezioni anche importanti che non tocchiamo qui – essendo in linea di principio nemici di tutte le guerre,  promuono e appoggiano incondizionatamente la diserzione. I comunisti fanno un ragionamento più complesso: innanzitutto appoggiano le guerre antimperialiste dei popoli oppressi; in secondo luogo, a certe condizioni, vedono con favore la possibilità che i proletari acquisiscano sotto le armi capacità combattenti, affinché possano rivolgerle contro i mandanti della guerra se ciò è possibile, e comunque prepararsi in vista della propria rivoluzione.

Lenin, com’è noto, sosteneva, nel corso della prima guerra mondiale, che i proletari non dovessero disertare. Ciò avveniva però in un contesto completamente diverso dall’attuale per quanto riguarda i rapporti di forza tra le classi: vi erano allora, internazionalmente, potenti organizzazioni operaie e concrete possibilità rivoluzionarie.

Oggi queste condizioni non ci sono, e possiamo perciò dire – per farla breve – che non esistono alternative immediate alla diserzione per chi rifiuta la guerra o semplicemente non ne può più di combatterla. È incoraggiante, perciò, che su entrambi i fronti della guerra russo-ucraina (come documenta l’articolo che riproduciamo) le diserzioni vadano crescendo e stiano prendendo aspetti nuovi, con l’abbandono collettivo del fronte oppure con forme collettive di resistenza all’arruolamento o, addirittura, con l’invito a rivolgere le armi contro i comandi o le forze di polizia preposte alla repressione di renitenti e disertori.

A queste prime forme di ribellione va perciò tutta la nostra solidarietà di internazionalisti, e l’internazionalismo proletario deve ringraziare quei gruppi che appoggiano e sostengono quanti hanno deciso di rifiutarsi di farsi scannare e di scannare altri proletari.

C’è da sperare non solo nella fraternizzazione dei soldati dei due opposti schieramenti ma soprattutto che nelle retrovie, nella società lontana dai campi di battaglia ma attanagliata dal freddo, dalle sofferenze, dai bombardamenti, prenda vita un movimento contro la guerra nel quale i disertori possano trovare la causa per cui combattere: la lotta di classe contro i signori e i profittatori della guerra. (*)

(*) A proposito, pare che l’”eroe” banderista Zelensky abbia appena acquistato un hotel da 88 milioni di euro nella celebre stazione sciistica di Courcevel in Francia, frequentata da attori di Hollywood, miliardari e membri della famiglia reale britannica (del resto a Londra, una delle città più care del mondo, stanno ora studiando i rampolli della famiglia Zelensky, mentre al padre dell’eroe è stata riservata una villa ultra-protetta in Israele).

Stanchi di guerra, diserzioni a valanga su entrambi i fronti

Il limite ignoto – Boom di defezioni tra i soldati russi e ucraini. E c’è chi punta le armi contro i suoi capi

Andrea Sceresini

Lo scorso mese, su un grattacielo alla periferia di Kharkiv, in Ucraina orientale, è improvvisamente comparso uno strano slogan: «I fucili – diceva – puntateli contro coloro che ve li hanno messi in mano». La frase, dal gradevole retrogusto eversivo, sarebbe certamente piaciuta agli ex soldati russi Vyacheslav Trutnev e Dmitry Ostrovsky, che dopo aver disertato dall’esercito di Putin, a inizio ottobre, hanno scritto e diffuso via social la seguente canzone rap: «Me ne frego se mi chiamano traditore/ non ho perso la mia dignità/ Aiutiamo le nostre madri/ mettiamolo in culo ai nostri comandanti».

E POI, C’È CHI È GIÀ PASSATO dalle parole ai fatti, come il disertore pietroburghese Alexander Igumenov, che la sera del 30 ottobre scorso ha accolto il capo della pattuglia venuta ad arrestarlo puntandogli direttamente una pistola in mezzo agli occhi: «O ti levi di torno – gli avrebbe detto -, oppure al ministero della Difesa avranno bisogno di un ufficiale in più». Una scena non molto dissimile si è verificata la settimana successiva sull’altro versante del confine, nel villaggio ucraino di Lykhivka, dove un anonimo camionista si è smarcato da un gruppo di reclutatori dell’esercito minacciandoli con un fucile e una bottiglia Molotov. Non sappiamo se l’uomo avesse ascoltato le rime di Trutnev e Ostrovsky, ma è certo è che il clima di mobilitazione patriottica, tra la Moscova e il Dnipro, ultimamente sembra essersi parecchio guastato.

PER SINCERARSENE, basta consultare i recenti report pubblicati dal collettivo anarchico “Assembly” di Kharkiv (assembly.org.ua), che dal febbraio del 2022 si sforza di censire ogni singolo episodio di ribellione antimilitarista su entrambi i lati del fronte. «La fuga del personale delle Forze Armate – scrivono gli attivisti nel loro ultimo rapporto, datato novembre 2024 – ha ormai assunto il carattere di una valanga». E in effetti i numeri parlano piuttosto chiaro. Dall’inizio dell’invasione a oggi, secondo i dati della Procura generale, circa 95mila soldati ucraini sarebbero stati incriminati per aver abbandonato i propri reparti senza autorizzazione. Di questi, circa 60mila uomini avrebbero gettato la divisa nel corso del 2024, e ben 9.500 nel solo mese di ottobre.

Ma è probabile che il fenomeno sia ancora più vasto: «Di sicuro il numero dei nostri disertori ha già superato i 150mila e si avvicina a 200mila – ha scritto il giornalista di Kiev Volodymyr Boiko, che attualmente presta servizio nella 101ma Brigata delle Forze armate ucraine – Se le cose vanno avanti così, arriveremo a 200mila entro fine dicembre».

ANCHE SUL FRONTE RUSSO la gente sembra ormai stanca di combattere: è degli scorsi giorni la notizia che circa mille uomini avrebbero disertato in massa dalla 20ma Divisione fucilieri motorizzata, trascinando con sé persino 26 ufficiali, un maggiore e un colonnello. «I militari che si danno alla macchia sono sempre più numerosi – si legge in un messaggio che gli attivisti di “Assembly” hanno recentemente ricevuto da Horlivka, nella repubblica filorussa di Donetsk – Qualcuno va ripetendo in giro che i nostri soldati dovrebbero smetterla di sparare agli ucraini, e che piuttosto bisognerebbe aprire il fuoco contro chi ci governa. Ma la gente ha ancora paura di questi discorsi, e in molti si fanno prendere dal panico: “Volete tornare al 1917?”, chiedono, “Volete la guerra civile?”».

Un altro messaggio proviene da un giovane coscritto dell’esercito di Putin dislocato sul fronte di Kursk: «Molti dei nostri ufficiali sono dei veri nazisti – dice -. Ho parlato con il capo delle comunicazioni della Divisione mortai, il quale senza troppi giri di parole mi ha esortato a leggere “i pensatori tedeschi degli anni Trenta”. D’altro canto, gli uomini della truppa appartengono quasi tutti alla classe operaia, e in generale non hanno nessuna voglia di combattere. Perciò quando spiego ai miei compagni che questa è una guerra ingiusta, di padroni contro altri padroni, in tanti si dicono d’accordo con me».

È UNO SCENARIO CHE STRIDE non poco con quello insistentemente magnificato dagli uffici di propaganda, che a Mosca come a Kiev continuano a battere sulla grancassa dell’“armatevi e partite”. La musica al fronte è un po’ diversa.

Il 3 ottobre a Voznesensk, nella regione di Mykolaiv, circa cento soldati della 123ma Brigata di difesa territoriale ucraina hanno dato vita a una improvvisa manifestazione di dissenso e si sono rifiutati di andare in trincea, protestando per la mancanza di armi ed equipaggiamento adeguato. La stessa cosa era accaduta appena il giorno prima a Vuhledar, sul fronte di Donetsk, dove un altro battaglione della 123ma Brigata, il numero 86, aveva voltato le spalle al nemico e si era dato alla fuga, permettendo peraltro alle truppe russe di conquistare la città. L’unica vittima dell’ammutinamento era stato il comandante in capo del reparto, il 33enne Igor Hryb, che secondo alcune fonti sarebbe stato giustiziato dai suoi stessi uomini dopo che, invano, aveva cercato di fermarli.

Gli ufficiali, del resto, hanno vita difficile anche sull’altro versante del fronte, dove le possibilità che vengano abbattuti dal fuoco amico sono forse ancora più numerose. Solo negli ultimi mesi, infatti – sempre secondo “Assembly” – i casi di comandanti moscoviti fatti fuori dai propri soldati sarebbero stati almeno tre. L’ultimo episodio risale al maggio scorso, quando i militari dell’unità 52892 dell’esercito di Putin, «portati alla follia» dagli sfiancanti turni di guardia, hanno deciso di aprire il fuoco contro il proprio capo-brigata, ammazzandolo sul colpo. Perché i fucili – come sostengono i writer di Kharkiv – bisogna saperli puntare nella direzione giusta.

Pubblicato su “il manifesto”Edizione del 4 dicembre 2024

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