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Per un fronte unico delle lotte contro guerra, governo Meloni e DDL 1660 – Rete Libere/i di lottare

Questo è il testo integrale (che purtroppo è stato possibile leggere solo in parte) che la Rete Libere/i di lottare contro il DDL 1660 ha varato per l’assemblea nazionale che si è tenuta a Roma, al Cinema Aquila, organizzata dall’area politico-sindacale Potere al popolo-Rete dei comunisti-Usb, a cui la Rete Libere/i di lottare contro il DDL 1660 non ha aderito per il contenuto politico del suo appello di indizione, da criticare sia per le ragioni indicate dalla Lettera aperta di GPI-Udap che pubblichiamo, sia per le ulteriori ragioni che – in modo, in parte, implicito – sono esposte in questo testo che si appella ad una risposta unitaria, ma confermando integralmente le discriminanti politiche proprie, dalla sua nascita, della Rete. (Red.)

C’è tra noi un totale accordo, crediamo, sulla necessità di fermare quanto prima il genocidio in corso a Gaza e la continua, illimitata escalation dell’aggressione che lo stato di Israele sta portando al popolo palestinese, al popolo libanese e molto oltre.

Da un anno e più siamo stati tutti/e nelle piazze esattamente per questo scopo, e per manifestare la nostra totale solidarietà con la resistenza palestinese, che è il primo fattore che può fermare questo criminale massacro.

Ma dobbiamo riconoscere che finora non siamo stati abbastanza efficaci nella nostra azione. Non siamo riusciti – qui in Italia – a colpire concretamente i mille interessi che legano l’esercito, le imprese, le università sioniste a quelle italiane. Non siamo riusciti ad impedire che il governo Meloni, come tutta l’UE, continuasse a fornire all’azione genocida della banda-Netanyahu un sostegno attivo e incondizionato – favorito, in ciò, da una finta opposizione che alle volte è perfino più filo-sionista del governo.

Ecco l’urgenza di rilanciare un movimento quanto più ampio, unitario e determinato possibile a sostegno della causa della liberazione nazionale e sociale palestinese. Tanto più urgente ora che alla Casa Bianca tornerà Trump, l’ultras del sionismo che decise di spostare a Gerusalemme l’ambasciata Usa e ha avviato i cosiddetti “accordi di Abramo” finalizzati a cancellare del tutto la questione palestinese.

Il 5 ottobre è stato un primo passo, fondamentale, di questo rilancio perché abbiamo avuto tutti insieme, anzitutto per la ferma presa di posizione dei GPI e dell’Udap, la forza di infrangere il provocatorio divieto del governo.

Noi della Rete Libere e liberi di lottare abbiamo definito quel divieto un’anticipazione del DDL 1660 –il disegno di legge liberticida, schiavista, da stato di polizia con cui lo stato italiano (non solo il governo Meloni) intende colpire con pene pesantissime tutte le forme di conflitto operaio e sociale, incluso il cosiddetto “terrorismo della parola”, cioè ogni pensiero che mette in discussione l’ordine costituito.

L’Italia, insieme all’UE e alla NATO, è un Paese in guerra, sul fronte ucraino e a Gaza. E sta varando un’economia di guerra, a cui serve la militarizzazione della vita sociale, dei luoghi di lavoro, delle scuole, dei quartieri. Ultimo di vari decreti-sicurezza varati dai governi d’ogni colore (vi dice niente il nome Minniti?), il DDL Piantedosi-Nordio-Crosetto opera, però, un vero e proprio salto di quantità e di qualità della repressione statale.

Ecco perché negli ultimi mesi, in tante piazze, la solidarietà alla resistenza palestinese, la denuncia della corsa al riarmo e ad una nuova guerra mondiale di portata apocalittica tra blocchi capitalistici contrapposti, e l’azione per fermare insieme il DDL 1660, si sono sempre più intrecciate entro un unico terreno di lotta. Anche in questo caso, però, la forza che abbiamo messo in campo ha solo rallentato l’approvazione della legge, non l’ha fermata. Anzi, pare che il governo Meloni, rafforzato da quanto successo in Amerika, voglia chiudere la “pratica” entro i primi di dicembre.

Siamo, quindi, ad un passaggio-chiave sia dell’iniziativa per fermare il genocidio a Gaza (e, fateci aggiungere, il massacro in Ucraina), sia dell’iniziativa per fermare il nuovo decreto-sicurezza. E l’imperativo del momento è unire le forze per moltiplicare la nostra forza.

La possibilità di farlo ci viene offerta nelle prossime settimane dalle giornate del 29-30 novembre. E dobbiamo coglierla senza esitazione.

Il giorno 29 sciopereranno CGIL e UIL, e sciopererà anche – su piattaforme più rispondenti agli interessi di classe – la quasi totalità, che ci auguriamo diventi la totalità, del sindacalismo di base. Non ci facciamo nessuna illusione sui gruppi dirigenti di CGIL e UIL, che sono responsabili di decenni di arretramenti, di cedimenti, di collaborazione subordinata con i padroni. Ma c’è un malcontento crescente tra i lavoratori e le lavoratrici che il 29 potrà esprimersi nello sciopero e potrà incontrarsi con la nostra azione.

Il giorno 30 le associazioni palestinesi, ad iniziare dai GPI e dall’Udap, hanno chiamato a Roma una manifestazione nazionale per fermare il genocidio in corso, l’allargamento dell’aggressione israeliana al Libano e in prospettiva a tutto il Medio Oriente, e per rinnovare al contempo la solidarietà alla resistenza palestinese e libanese.

Siamo convinti che proprio una convergenza unitaria su queste due giornate e sulla piazza di Roma del 30 ci consentirebbe di esprimere in modo chiaro ed inequivocabile la stretta relazione, il legame dialettico che esiste tra ciò che accade in Palestina e in tutto il Medio Oriente e ciò che sta accadendo qui in Italia.

Il legame di solidarietà, lotta e internazionalismo ci impongono questo passaggio. Palestina, guerra, DDL 1660. DDL 1660, guerra, Palestina. Dove “guerra” e “DDL 1660” sono il fronte esterno e il fronte interno. E la Palestina rappresenta la Resistenza vera, esemplare, lezione per tutti gli oppressi e le oppresse della terra, che dobbiamo mettere in atto anche qui, rompendo l’asfissiante pace sociale che da troppo tempo ci ammorba.

La Resistenza intesa qui e ora come nostra capacità materiale di far fronte a tutte le ricadute sul fronte interno che la guerra produce: repressione, sfruttamento sul lavoro, morti sul lavoro, attacco alla libertà di sciopero, traffico d’armi, aumento della spesa militare a fronte dei tagli verticali nel settore pubblico, privatizzazioni, carovita, accresciuta oppressione sulle donne, accresciute discriminazioni e razzismo contro gli immigrati, devastazione ambientale e crisi climatica, presenza di basi e comandi militari sul nostro territorio, la militarizzazione delle scuole e il disciplinamento della società tutta con una tendenza sempre più evidente alla cancellazione delle “libertà democratiche”.

Sulla scorta di ciò che il 5 ottobre ci lascia in dote, rilanciamo e costruiamo insieme la piazza del 30 novembre e quelle che verranno con uno schieramento netto e, allo stesso tempo, unitario senza nasconderci le differenze politiche, che tra noi ci sono, ma mettendo in primo piano ciò che ci unisce. Il NO determinato, militante al genocidio, alle guerre dell’Italia, della UE, della NATO, all’economia di guerra, al governo Meloni, al DDL 1660; il SI’ incondizionato alla lotta di resistenza dei palestinesi, e qui alla riscossa del movimento dei lavoratori contro i piani di guerra economica e militare del padronato e dello stato.

E’ richiesto a tutti uno sforzo. Riuscimmo a farlo il 23-24 febbraio scorso, e ne derivò la più numerosa e combattiva manifestazione contro le guerre del capitale che si è tenuta in questo paese. Rinnoviamolo per il 29-30 novembre, vincendo localismi e particolarismi identitari e riusciremo – ne siamo convinti – a coinvolgere un’area sociale più ampia di quella che “è già in lotta”.

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