Un blog per chi ama la lotta e sogna la rivoluzione

Con la massima determinazione verso lo sciopero di venerdì 17, e la manifestazione di sabato 18 a Bologna

Con la massima determinazione verso lo sciopero di venerdì 17, e la manifestazione di sabato 18 a Bologna

Il cammino della mobilitazione per le due giornate di lotta del 17 e 18 novembre per fermare il genocidio in Palestina ha avuto domenica scorsa un momento di speciale intensità con la riunione tra compagne e compagni del SI Cobas, dei Giovani palestinesi d’Italia e della TIR.

I punti fondamentali emersi da questo primo momento di diretto confronto sono tre:

1)l’attacco compiuto il 7 ottobre dalla resistenza palestinese e la successiva risposta di stampo genocidario dello stato di Israele hanno innescato nel mondo intero, non solo nel mondo arabo, una mobilitazione senza precedenti delle masse oppresse a favore del popolo palestinese, protagonista di una irriducibile lotta secolare contro il colonialismo, il razzismo, l’apartheid sionista. Questo perché la Palestina è apparsa più che mai come “la patria degli oppressi” che non si fanno schiacciare dall’oppressore, suscitando un potente moto internazionale, ed almeno oggettivamente internazionalista, di solidarietà di classe. Un moto fondamentale, perché la causa palestinese non ha amici nelle “alte sfere” dei governi, neppure degli stessi governi del mondo arabo e di tradizioni islamiche, come si è visto in modo nitido nel recente vertice di Riyad. Può contare esclusivamente sulla forza organizzata dei lavoratori di tutto il mondo.

2)Questa straordinaria mobilitazione internazionale ha prodotto un danno politico enorme, irrecuperabile, sia allo stato di Israele, sia ai suoi padrini di Washington e dell’Unione Europea, apparsi più che mai agli occhi di masse sterminate di sfruttati come le forze di un imperialismo decadente pronto ad ogni crimine, ad ogni apocalittica distruzione di vite e di ambienti, pur di posporre di qualche tempo il proprio inevitabile tramonto. Nello stesso tempo, però, per fermare la furia distruttiva della macchina bellica sionista che punta a determinare, costi quel che costi, una “seconda Nakba”, un secondo esodo forzato di massa dei palestinesi da Gaza verso l’Egitto, è necessario qualcosa in più, un salto di qualità del moto di sostegno alla causa palestinese. Bisogna cominciare a colpire materialmente sia gli interessi israeliani sia quelli delle imprese e degli stati sostenitori del genocidio, “inceppare la macchina della guerra” colonialista e imperialista. Bisogna, quindi, passare agli scioperi nella produzione e nella circolazione, al blocco dei porti, al rifiuto di collaborare nel traffico di armi e di merci per Israele, alla rottura di tutti i protocolli di cooperazione tra le università italiane e quelle israeliane. I padroni israeliani, italiani, etc., debbono pagare un prezzo materiale, e in termini di presa di coscienza politica, di radicalizzazione, dei proletari. Di qui l’importanza delle giornate del 17 e 18 ottobre. L’importanza, cioè, della decisione del SI Cobas di indire uno sciopero nazionale nella logistica e in tutti i luoghi di lavoro in cui è presente mettendo al centro la causa della liberazione del popolo palestinese; dell’appello ad uno sciopero delle università e delle scuole da parte dei Giovani palestinesi d’Italia e di altre associazioni di palestinesi con lo stesso obiettivo; del corteo nazionale a Bologna sabato 18 novembre come sbocco naturale di una mobilitazione convergente dei settori operai di avanguardia e degli studenti sensibili alla lotta palestinese. Sono iniziative che cercano di mettere in contatto e in sintonia la tiepida realtà italiana con le più calde piazze di tanti altri paesi nel mondo.

3)C’è un legame strettissimo tra l’estrema acutizzazione della guerra coloniale degli apparati sionisti e delle potenze occidentali contro il popolo palestinese, la guerra in Ucraina tra NATO e Russia, e l’evoluzione complessiva del capitalismo globale sempre più avvolto in una crisi di sistema che sta sfociando in un incontrollabile disordine mondiale, generatore, a sua volta, di una corsa al riarmo che ha assunto anch’essa un carattere mondiale. Così come hanno assunto una dimensione mondiale l’intensificazione dello sfruttamento capitalistico in tutte le sue forme, la guerra agli emigranti e agli immigrati, e la diffusione dei veleni suprematisti, nazionalisti, razzisti, sessisti. Per queste ragioni, ci siamo detti, il confronto avviato domenica deve continuare ed allargarsi affrontando le prospettive della lotta di liberazione dei palestinesi e degli sfruttati del mondo arabo, e dello scontro mondiale tra capitalisti e lavoratori.

Un passaggio ulteriore della preparazione delle giornate del 17 e del 18 è avvenuto ieri, martedì 15 novembre, con una riunione on line tra le forze promotrici della manifestazione di Ghedi ed altri invitati. Una riunione serrata, proficua, con l’apporto di interventi di compagni e compagne del SI Cobas, dei GPI, della Rete dei comitati e dei collettivi di lotta di Roma e Viterbo, di TIR, Fgc, Slai Cobas per il sindacato di classe, Pasado y presente del marxismo revolucionario, ma la presenza alla call è stata decisamente più ampia ed articolata.

Nel dibattito, insieme ad una corale proiezione verso gli impegni di lotta, sono emerse risposte efficaci anche alle critiche che le mobilitazioni del 17 e del 18 hanno ricevuto.

Troppo premature? Bisognava forse attendere la totale distruzione di Gaza e il compimento dell’espulsione di due milioni di palestinesi da Gaza?

Poco unitarie? Sono mesi – ha risposto Tiziano Loreti per il SI Cobas – che attendiamo chiamate da altre componenti del sindacalismo di base per mettere in campo iniziative comuni contro le guerre del capitale, ed è passato quasi un mese e mezzo dal 7 ottobre; prendere l’iniziativa è stato un passo obbligato per rispondere in modo concreto all’appello dei sindacati palestinesi e dei GPI. Non è stata una decisione facile, ha spiegato Aldo Milani, perché se è vero che un certo numero di proletari organizzati con il SI Cobas si sente “palestinese”, sente i propri legami internazionali di classe e freme dal desiderio di aiutare i fratelli della Palestina a fermare il massacro, è altrettanto vero che non mancano i lavoratori che dell’esperienza fatta nel SI Cobas si sono limitati finora a vivere l’aspetto puramente salariale e sindacale. Le assemblee operaie in corso servono anche, perciò, a dialogare con i lavoratori “arretrati” e a spostarli in avanti. Riuscire a smuovere settori di lavoratori ha un grande rilievo perché solo la scesa in campo ancora più determinata di masse di lavoratori può fermare il massacro, spostando i rapporti di forza.

Uno sciopero “ideologico”? Certo, l’ideale internazionalista (proletari di tutto il mondo, uniamoci!) c’entra, e come! In modi differenti e con versioni anche molto differenti, sia la TIR e larga parte della direzione del SI Cobas, sia le altre forze che hanno contribuito alla costruzione della mobilitazione del 21 ottobre a Ghedi, ne fanno un asse centrale della propria attività. Ma uno sciopero come quello del 17 colpisce gli interessi israeliani e dei sostenitori italiani di Israele, multinazionali come Sda, FedEx, DHL, Brt, Gls, legate ai principali governi imperialisti che sostengono Israele, ed ha quindi una funzione pratica tangibile.

Mobilitazioni troppo unilaterali? Ma, hanno risposto in diversi, se si dimentica che la guerra è tra uno stato colonialista, devoto allo sterminismo in quanto intende portare a termine attraverso la violenza terroristica l’espulsione dei palestinesi dalla propria terra (che poi non ci riesca è un altro discorso), e un popolo oppresso; se si dimentica che questa guerra è da un lato, quindi, una guerra colonialista e dall’altro una guerra di liberazione nazionale e – in potenza – sociale, si dimentica l’essenziale, commettendo un errore politico imperdonabile.

Mobilitazioni troppo appiattite sul presente? Nient’affatto, perché porsi l’obiettivo di fermare il genocidio della popolazione di Gaza, di aprire il valico di Rafah per l’arrivo di tutte le forniture necessarie alla sopravvivenza della popolazione martirizzata, risponde a necessità urgentissime di vita o di morte, che solo dei ciarlatani con la pancia piena possono trascurare, e insieme all’obiettivo di smascherare la funzione liberticida, dispotica, schiavista delle democrazie europee che pretendono ancora di essere portatrici di libertà. Proprio stasera – giusto per dire l’ultima – i loro infami organi di disinformazione mostrano come un trofeo di cui essere orgogliosi la distruzione del parlamento di Gaza per mano dell’esercito sionista. L’“unica democrazia del Medio Oriente” che distrugge un parlamento solo perché la popolazione di Gaza non ha votato come avevano prescritto Tel Aviv, Washington e Bruxelles: ecco qui la vera sostanza della democrazia imperialista.

Mobilitazioni troppo appiattite sull’attuale direzione della resistenza palestinese, quelle del 17 e 18 novembre? Neppure questa critica regge. Perché lo sguardo dei promotori di queste giornate (almeno per quel che riguarda la TIR e la direzione del SI Cobas) è rivolto alla dinamica del movimento di resistenza, al movimento inesauribile delle masse palestinesi oppresse (chi ne conosce la storia sa che non si tratta di un’iperbole). Nel corso dei decenni queste masse di oppressi hanno mostrato di saper riconoscere in una serie di presunti “padrini” della loro lotta di liberazione (Egitto, Giordania, Siria, Libia, etc. etc.) dei falsi amici, e hanno saputo reagire alle sconfitte e alle rinnovate aggressioni israeliane con continue sollevazioni di massa (quattro dal 1987!) e con una capacità di combattimento che ha suscitato la ammirazione e la solidarietà del mondo degli oppressi a scala mondiale. Quanto alle direzioni della lotta palestinese, e di ogni altro movimento di lotta proletaria nel mondo, poi, è evidente che al momento manca ovunque la direzione dei nostri sogni, ovvero una ricostituita potente Internazionale proletaria. E che quindi dobbiamo fare ovunque i conti con la realtà – a cominciare dall’Italia. Ed è altrettanto evidente che non ci siamo astenuti, né ci asterremo dal dire la nostra sulle prospettive della lotta ad Israele e all’imperialismo. Ma tanto più potremo avere un minimo di voce in capitolo, ed essere ascoltati dalle masse palestinesi e arabe e dai loro portavoce qui, quanto più avremo ottemperato al dovere di batterci in modo coerente contro il nostro primo nemico, il “nostro” imperialismo, il “nostro” lurido governo Meloni, il “nostro” apparato militare-industriale e bellico, la NATO.

A tutte queste critiche, talvolta di cattivo sapore accademico, rispondiamo con le iniziative del 17 e del 18 novembre, e con l’impegno assunto insieme ai giovani militanti della causa palestinese in Italia di ulteriori confronti e approfondimenti di analisi e sul “che fare”.

Al ripugnante, per noi, “Fuck Netanyahu, fuck Hamas” (che equivale a dire: ce ne freghiamo dei palestinesi, peggio per loro se non si sottomettono ad Israele e vogliono battersi); ai retorici e fuorvianti appelli pacifisti ad un’ONU mai impotente e alla fin fine complice come oggi; opponiamo il nostro impegno alla piena riuscita di queste due giornate di lotta e al rafforzamento del dialogo tra proletari e studenti che scenderanno in sciopero il giorno 17. Noi tessiamo la nostra tela. Nessuno è più consapevole di noi che l’importanza di queste due iniziative di lotta va molto al di là di chi le ha promosse, e – da quel che già vediamo – al di là dell’Italia. Pensiamo addirittura di avere qualcosa da dire anche alle lavoratrici e ai lavoratori che ancora guardano con qualche residua speranza alla CGIL, perché siamo convinti che prima o poi ci incontreremo con loro, anche se non sarà il 17 novembre. Figurarsi se abbiamo tempo da perdere con…

, , , ,

articoli correlati

Scopri di più da Il Pungolorosso

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere