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Le donne in marcia per la pace in Israele? No justice, no peace! – Comitato 23 settembre

Le donne in marcia per la pace in Israele? No justice, no peace!

Da qualche anno in questa stagione migliaia di donne israeliane e palestinesi attraversano insieme Israele da nord a sud, fino a Gerusalemme, per testimoniare la loro volontà di pace e il loro rifiuto di continuare a vedere i loro figli morire in una guerra che si trascina ormai da settantacinque anni.

Mai più figli per le vostre guerre, questo lo slogan adottato dal nostro comitato all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, dove gli eserciti della Nato e della Russia si fronteggiano per difendere gli interessi economici e politici delle rispettive classi al potere, sulla pelle dei lavoratori, delle donne, degli ultimi che da essa non riescono a fuggire. Uno slogan che non appartiene solo alle donne, ma che ha una portata universale, unificante.

Ma diversamente da quanto pensano i pacifisti (e le pacifiste), le guerre non sono tutte uguali, e non nascono dal nulla per una improvvisa follia dei governanti o per pressione dei produttori di armi. Non si può quindi paragonare una guerra tra stati imperialisti e una guerra di aggressione, tra uno stato (ed un esercito) potentemente armato, e una popolazione che cerca in qualche modo di difendersi, ormai tradita dai propri governanti, collusi con chi sta portando a termine il programma di annientamento del loro stesso popolo, in cambio di qualche briciola di potere.

Possiamo ben comprendere la stanchezza e lo scoramento delle donne di entrambi i paesi nel vedere tanta combattività e volontà di resistenza spesa senza risultati tangibili. E d’altra parte, avere i figli comandati in una guerra che anche se sopravvivono, li costringe a sparare indiscriminatamente contro un popolazione per lo più inerme. Cosa resterà nella loro memoria dopo simili esperienze?

Nella volontà di marciare insieme, si fa strada la consapevolezza che l’unica conclusione non potrà che essere una convivenza tra i due popoli, data l’impossibilità materiale ormai chiara di dividere il territorio in due stati. Bisogna che le due parti accettino di parlare, esse dicono. Giusto, ma a quali condizioni?

Perchè Israele dovrebbe rinunciare al suo progetto, dopo aver insediato il governo più forcaiolo della sua storia? Un governo che non perde l’occasione, come sta succedendo, ancora una volta, in questi giorni, di perseguire la distruzione e il massacro indiscriminato della popolazione palestinese, spargendo bombe sui loro territori e disprezzo tra gli israeliani per la razza inferiore che essa rappresenta? Quale altro prezzo, quanta ulteriore sottomissione chiederebbero per una “pace”, avendo le spalle coperte da tutti i paesi occidentali che se ne fregano del destino dei combattenti, dei bambini, delle donne palestinesi? Sarebbero disposti a restituire i territori, ricostruire le case, rimpatriare i milioni di profughi, smantellare le colonie, liberare i prigionieri, ripiantare i boschi di ulivi che hanno sradicato?

Ogni volta che si accende un tentativo di ribellione, si scatena anche qui, il paese dell’informazione “indipendente”, la canea dell’orrore, dello sdegno, del raccapriccio per il risorgere dell’antisemitismo. La verità è che in molti hanno la coscienza sporca. Mentre in Europa gli ebrei poveri venivano cacciati e sterminati, in Palestina essi da secoli convivevano senza troppi problemi con gli abitanti di origine araba. Al risorgere di ogni accenno di resistenza armata, anche le nostre sinistre istituzionali si fregano le mani, possono a cuor leggero dargli addosso al terrorista, all’islamico, al resistente ad oltranza. Israele sarà magari un po’ brusco, ma in fin dei conti difende i nostri valori, la nostra civiltà e i nostri conti in banca.

Da parte nostra, nessuna vuota esaltazione dell’eroismo: i palestinesi resistono istintivamente, perché non hanno scelta. In loro l’istinto di sopravvivenza è tutt’uno con la loro coscienza e determinazione. Le donne palestinesi fanno più figli di ogni altra donna del pianeta, perché sanno di essere minacciate dall’estinzione. E molte, per quanto stremate, condividono la necessità della lotta.

La marcia della pace delle donne, delle madri, vista benevolmente anche da personaggi istituzionali occidentali, raggiungerebbe meglio il suo scopo se facesse qualche passo in più. Se portasse, ad esempio, nelle manifestazioni che hanno percorso Israele negli ultimi mesi, q1ualche bandiera palestinese, se chiedesse la fine dell’espansione delle colonie, se si battesse contro il governo, se promuovesse il rifiuto alle armi dei soldati e delle soldatesse. Sono i basilari presupporti, (non i soli certamente), per qualcosa che assomigli ad una pace. E’ chiedere troppo? Purtroppo marciare cantando non basta, anche se alla marcia partecipano migliaia di persone piene di buona volontà.

Certo non possono da sole capovolgere una situazione che finora è risultata irrisolvibile. E tale è perché in essa si coagulano tutte le contraddizioni e gli orrori del sistema capitalista e dell’imperialismo. Palestina è il mondo, e tutti dobbiamo fare la nostra parte. Tanto per cominciare, noi, donne e uomini senza privilegi, dobbiamo rinunciare al “privilegio “ del silenzio, dell’apatia, dell’indifferenza e mettere in moto un movimento di massa per rompere l’irresponsabile omertà di chi, credendo di poter salvare qualcosa delle proprie vite, è destinato a perdere tutto.

Alziamo la voce, manifestiamo compatti contro le guerre dei padroni, contro il governo che le appoggia ad oltranza, contro chi ne ricava guadagno e potere. Tutti in piazza, contro tutte le guerre di aggressione del mondo!

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