Quando l’Italia perde, diventiamo tutti ct della nazionale, diceva qualcuno. E’ uno sport caro a chi non ha voglia di andare al di là del fatto, dato in pasto all’opinione pubblica, e prontamente cotto e mangiato. Così adesso tutti si trasformano in psicologi, giudici, giuristi, filosofi, senza sapere neanche di cosa si sta parlando.
Come giudicare se la madre (1) dei tre bambini fosse adeguata, dal momento che non picchiava i suoi figli, non incuteva loro paura, non abusava di loro, né aveva comportamenti eclatanti che ne mettessero in pericolo l’incolumità?
Come sciogliere il nodo se la famiglia è un istituto sacro e naturale da difendere ad ogni costo o un fenomeno storico e sociale, sottoposto al vaglio della “comunità” (dello stato, o degli “esperti”), autorizzata a subentrare quando la famiglia naturale non funziona?
Cosa deve garantire la famiglia ai propri figli? Quali ideali possono autorizzare uno stile di vita che non prevede di avere il gabinetto in casa? (di certo, fino a pochi decenni fa, era l’ideale della rendita immobiliare, dato che nella civilissima Milano le case operaie erano costruite senza i servizi, le famose case di ringhiera con i bagni in comune, di cui hanno usufruito migliaia di lavoratori, per non parlare dei contadini, cui si negava il diritto al “progresso” senza che nessuno fiatasse.)
Quale logica prevede e propone come legge (vedi la proposta di legge Pillon) il diritto dei padri violenti e abusanti a continuare ad avere rapporti con i figli che non li vogliono, e allontana la madre non collaborativa con le istituzioni dai figli che finora hanno avuto lei come punto di riferimento?
Ed infine, perché dovremmo necessariamente schierarci su una situazione di cui sappiamo solo ciò che la grancassa mediatica ci consente di sapere? E nello “schierarci”, a cosa dovremmo fare riferimento? alla legge, al nostro buon senso, ad una società ideale di là da venire, ai compiti di una “comunità” che si occupa di tutt’altro, o di uno stato che allontanando la madre dai figli dichiara il proprio fallimento nel fornire un qualcosa in più alla loro crescita?
Senza infierire sul caso singolo, senza fregarcene minimamente se l’opinione che ci facciamo sia apparentemente la stessa che sbandiera il governo, che lascia milioni di famiglie allo sbando e alla crescente povertà di mezzi e di aiuti, si può trarre da questa vicenda l’occasione di riflettere su cosa, in questa epoca, in queste circostanze, nel futuro che si prepara per i bambini, è necessario per consentire ad essi di affrontare il mondo “là fuori”.
E non si sa cosa sia peggio. Perché non c’è niente che aiuti veramente la loro maturazione umana. Su cosa si basa la socialità di cui i bambini nel bosco erano privi? L’istruzione, di cui erano carenti? Gli svaghi tecnologici che rendono i nostri ragazzi dei coatti del cellulare? La competizione e non la collaborazione tra compagni, intimamente legata al concetto del merito, che dà il nome al ministero dell’istruzione?
D’altra parte, prima o poi i bambini se ne dovevano andare, dal bosco. Come se ne dovevano andare dalle desolate colline in cui operava don Milani, che ingaggiò a suo tempo una lotta senza quartiere per dotare gli ultimi degli strumenti con cui difendersi, cementata dalla critica della scuola di classe e di una società cui non si deve obbedienza.
La diatriba è dunque senza prospettive, perché non c’è niente oggi che sia snobbato, anche da chi ha le migliori intenzioni sulla necessità di costruire un mondo migliore, come l’analisi di cosa si fa, cosa si insegna, come lo si insegna nella scuola. Anche la sacrosanta denuncia della militarizzazione delle scuole è una battaglia di nicchia.
L’unico modo per schierarsi sulla vicenda della famiglia nel bosco è quello di non farlo, denunciando la giungla che è la società che anche loro dovranno affrontare.
Questa sentenza repressiva non li spingerà certo verso più sereni rapporti sociali, non sarà un lutto voluto dal destino, ma un torto subito, una privazione dell’unica certezza, che la madre li amava e li voleva con sé, circostanza tutt’altro che scontata nelle sacre famiglie di oggi e di sempre.
Fallimento clamoroso visto dall’alto dell’elicottero dal governo, in primis dal suo presidente, che ama sorvolare le frane e prepara per i bambini del bosco un futuro ben peggiore del loro passato, con l’aggravante di voler convincere loro e noi che questo è il migliore dei mondi possibile.
(1) Questo titolo le spetta a tutti gli effetti, dato che, oltre ad essere madre biologica, si è presa cura, con tutti i limiti del caso, dei figli, come avrebbe potuto fare in sua assenza qualunque altra figura diventata di riferimento primario dei bambini.

