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“Volevo solo essere felice”. Recensione di Zineb Saaid ( italiano – عربي )

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo invito alla lettura di “Volevo solo essere felice” di Ginetta Rotondo, redatto da Zineb Saaid.

E’ la viva testimonianza di cosa significa per moltissime donne del Sud e dell’Est del mondo emigrare oggi, in tempi di guerra aperta agli emigranti e alle popolazioni immigrate. Non solo in casi estremi, come quello di Naima, ma nella “normalità” sono esperienze di tratta, di super-sfruttamento, di separazione dalle famiglie, di speranze deluse, cariche di dolore, che debbono spingerci alla denuncia implacabile e alla lotta contro il razzismo di stato italiano ed europeo, le gang criminali di cui esso si serve, e la propaganda dominante che inferiorizza e criminalizza queste sorelle e fratelli di classe costretti ad emigrare dalle loro terre di nascita per il bisogno, il desiderio di una vita degna di essere vissuta. (Red.)

La scrittrice italiana Ginetta Rotondo ha pubblicato per CSA Editrice il romanzo Volevo solo essere felice nel 2020, con una ristampa nel 2024. Il libro è ispirato a una storia vera.

Protagonista del racconto è Naima, una giovane di ventidue anni che vive in Somalia con la nonna. Spinta dal desiderio di cambiare il proprio destino e quello della sua famiglia, decide di tentare la fuga verso l’Italia, percepita come terra sicura, accogliente e ricca di opportunità, così come le era stata descritta dalla cugina emigrata anni prima.

La scelta di Naima nasce dalla fame, dalle ingiustizie, dalle guerre settarie e dalla povertà. Il percorso è arduo, ma la sua determinazione supera ogni ostacolo. Confida il suo sogno alla nonna, che lo accoglie e vende tutto ciò che possiede pur di offrirle la possibilità di partire.

Naima parte su un pullman della migrazione insieme a molti giovani del villaggio, tutti alla ricerca di un futuro migliore. L’autobus raggiunge la Libia, crocevia di violenza e pericolo, punto di passaggio obbligato verso il sogno. Qui il destino si abbatte su di loro: bande di trafficanti di esseri umani si accaniscono sulle giovani donne. Le cristiane vengono uccise; le musulmane subiscono torture indicibili; stupri, percosse, fame e vessazioni di ogni tipo.

Il trauma lascia Naima con ferite profonde: porta nel grembo il seme del suo carnefice, in un corpo lacerato dalla violenza.

Nonostante tutto, il destino le concede una via di fuga. Riesce a sottrarsi alla morte e riprende il cammino verso l’Italia via mare. Sbarca a Crotone, esausta, priva di forze ma non di speranza. Morirà poco dopo aver dato alla luce una bambina, destinata a diventare l’unica custode della sua storia.

Volevo solo essere felice è un racconto reale che non risparmia dolore e crudeltà, mostrando l’orrore umano con lucidità. È la cronaca di un percorso migratorio e del prezzo che ogni persona paga per cercare sicurezza e dignità, spostandosi dal Sud al Nord del mondo, da terre dimenticate e ferite verso orizzonti più luminosi. Ogni migrante fugge dalla guerra, dalla morte o dalla disperazione, alla ricerca di vita e speranza.

La narrazione segue Naima passo dopo passo, con uno stile poetico e diretto, carico di interrogativi morali e sociali. Dal villaggio in Somalia alla pianificazione della fuga, Naima raccoglie poche cose e grandi sogni, e parte verso l’Italia, simbolo di sicurezza e libertà.

La decisione è collettiva: la famiglia contribuisce economicamente e coordina le mosse con la cugina residente in Italia. La partenza avviene di notte, per sfuggire ai controlli.

All’inizio il racconto scorre lineare, con uno sguardo distaccato e una lingua precisa, senza artifici ma intensa e dolorosa. La tensione narrativa raggiunge l’apice in Libia, confine tra inferno e paradiso, tra morte e salvezza, tra sogno e realtà. Qui si forgia la memoria dei sopravvissuti, marchiata indelebilmente sulla pelle.

A questo punto, il cammino di Naima prende una piega crudele. La sorte le impone una rotta di sangue e sofferenza. L’autrice racconta questo passaggio con un linguaggio diretto, duro, senza filtri, costringendo il lettore a confrontarsi con l’orrore. Le parole sono taglienti, pulsano di dolore e rabbia, senza concedere tregua.

Le torture inflitte a Naima e alle sue compagne vengono descritte con precisione e durezza. Ogni parola racchiude storie non raccontate e sogni spezzati.

Questa è la storia di Naima, costretta dal destino a un percorso durissimo. Violentata e rimasta incinta del suo aguzzino, riesce comunque a salvarsi e a raggiungere l’Italia, il Paese che sognava. Ma non potrà mai conoscere davvero pace e serenità: arriva con ferite profonde nel corpo e nell’anima, diventando così simbolo e testimone della sofferenza vissuta da chi affronta quella rotta migratoria in cerca di vita e dignità.

Arrivata finalmente in Italia, non le è concesso raccontare l’amore per la terra che aveva idealizzato. Il suo corpo silenzioso diventa emblema dell’assurdità e dell’ingiustizia del mondo.

Volevo solo essere felice è un grido umano che richiama l’attenzione sul tema dell’immigrazione: le sue cause, i percorsi migratori e le conseguenze nei paesi di arrivo.
Ogni migrazione porta con sé dolore, un cammino spinoso che solo chi lo vive può comprendere.

(Traduzione: Dalila Menacer)

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