Un blog per chi ama la lotta e sogna la rivoluzione

Le proteste in Francia da “blocchiamo tutto” allo sciopero del 18 settembre

In una Francia alle prese, per la prima volta, con l’insostenibilità del proprio debito di stato, scossa da un’interminabile crisi politica, con una presidenza della repubblica manifestamente sfiduciata dalla grande maggioranza della popolazione, e tuttavia determinatissima a non mollare l’osso, sono riprese nelle ultime settimane mobilitazioni di massa che esprimono, insieme, il crescente malcontento sociale per il peggioramento delle condizioni di vita e la volontà di battersi contro i duri sacrifici che prima Bayrou e ora Lecornu intendono imporre. Qui di seguito ne diamo una cronaca ragionata (a cura di Angela Marinoni).

Nascita e formazione del movimento “Blocchiamo tutto”

Il 21 maggio il sito di un piccolo collettivo del nord, (“Les Essentiels”), propone su Telegram una mobilitazione per una Francia più “umana, giusta, riallacciata alle sue radici”. E’ un sito sovranista, che propone la “Frexit” (uscita dalla UE), la difesa dei lavoratori autonomi (piccoli agricoltori, commercianti, artigiani), si richiama ai valori cristiani (ed è vagamente antisemita e contrario a un ulteriore arrivo di immigrati, specie se mussulmani). L’appello rimbalza sui social e dà origine a un intenso dibattito. Ma il movimento prende vigore intorno a luglio quando Bayrou rende noti i tagli previsti sul bilancio, che danno sostanza alle rivendicazioni e cementano le formazioni locali intorno a una idea di boicottaggio dei piani del governo. L’altro obiettivo unificante è la richiesta delle dimissioni di Macron, che vede allineati il Front National di Le Pen e la France Insoumise di Mélenchon.  Al sito Les Essentiels si affianca un sito progressista “Indignons-nous” alfiere di rivendicazioni sociali ben precise: lo SMIC (salario minimo intercategoriale) a 1800 €, la difesa della sanità e della scuola pubblica, delle pensioni, la lotta al caro vita che taglieggia i salari e i redditi. Fra le parole d’ordine sono quasi assenti sia il tema del riarmo, che la Palestina, che restano limitati ai siti della sinistra radicale.

Da questo momento il movimento diventa un insieme di centri sociali, gruppi politici e sindacali che vanno dalla estrema destra all’estrema sinistra, senza che emerga alcuna leadership identificabile. Il 24 luglio Les Essentiels su Tik Tok propone una data, il 10 settembre, e le azioni di lotta: niente lavoro, niente scuola, niente acquisti, come durante il confinamento del Covid. “Il silenzio di un popolo che riprende il suo potere”.  La proposta prende piede, è ripresa da X (ex Twitter), da Telegram, da Facebook con l’hashtag #bloquonstout. Indignons-nous rilancia, raggiunge migliaia di abbonati, diventa il principale veicolo organizzativo. Il movimento attira i gruppi negazionisti dei vaccini, con la loro polemica contro l’arroganza del potere, ma anche quel che resta delle reti organizzative e dei leaders dei Gilets Jaunes. I sociologi sottolineano il carattere nettamente più proletario come composizione sociale dei manifestanti del 10 settembre rispetto ai Gilets Jaunes (ci sono ferrovieri, autisti di bus, infermieri, insegnanti, operai della logistica, tecnici, netturbini, camerieri, ecc. Numerosi anche gli immigrati di seconda generazione. In comune c’è la forte protesta contro i grandi ricchi che non pagano le tasse e si arricchiscono, mentre i francesi qualunque si impoveriscono, ma anche l’aspirazione a una democrazia “diretta”.

Le proposte organizzative vanno dallo sciopero generale al boicottaggio economico, dall’occupazione dei rondò stradali al blocco di porti, aeroporti e dogane; dalla costituzione delle casse di resistenza al lancio di referendum.

Reazioni dei partiti, dei sindacati e degli opinionisti

Il sito Conspiracy Watch, ripreso da Le Point (centro destra) definisce il movimento un insieme “gassoso” di protestatari autoreferenziali (“raleurs nombrilistes”), agitanti un messaggio “infantile” (“blocchiamo tutto”), al suo interno pieno di contraddizioni sia nelle rivendicazioni che nelle parole d’ordine, senza capi e quindi confuso e senza possibilità di realizzare alcun obiettivo. Il governo snobba il movimento, non gli attribuisce alcuna importanza, sottovalutando l’accumulo di frustrazioni, in particolare fra i lavoratori, per il forte aumento dei prezzi dei beni alimentari che rendono difficile arrivare alla fine del mese. Qualcuno rinomina ironicamente il movimento “ras le bol” (Ne ho piene le scatole; o la sua versione più colorita), che attira sempre più simpatizzanti. Il piano di austerità varato da Bayrou per il 2026 diventa la goccia che fa traboccare il vaso: prevede l’eliminazione di due giorni festivi, tagli nei servizi sociali pubblici e il congelamento delle pensioni a causa del deficit straordinario accumulato.

A fine agosto un sondaggio di La Tribune Dimanche rivela che il 46% dei francesi sostiene il blocco del paese previsto per il 10 settembre, il 28% è contrario, il 26% non esprime opinioni. L’appoggio arriva al 73% per chi vota France Insoumise, al 67% fra gli Ecologisti, al 61% fra i filo socialisti. Anche fra chi vota Rassemblement National le simpatie si aggirano intorno al 58%.  Fra i giovani il movimento è molto più popolare che fra gli ultra sessantenni.

Marine Le Pen prende nettamente le distanze da “Blocchiamo tutto”, contrapponendo a questo schieramento quello dei Gilets Jaunes, ma soprattutto sostenendo che non sarebbe stata “un’ondata di lotta con le solite violenze contro la polizia”, ma il voto a cambiare le cose. Nell’estate Il Rassemblement National conta su un cedimento di Macron e l’indizione di nuove elezioni in cui si prepara a presentarsi come una alternativa conservatrice moderata.

 La sinistra parlamentare per la stessa speranza di “nuove elezioni” adotta invece il movimento, temendo di “perdere il treno” come ai tempi dei Gilets Jaunes. Tentano, quindi, di mettersi alla testa delle manifestazioni, non solo France Insoumise, ma anche Partito Comunista, Partito Socialista, gli ecologisti di EELV. I sindacati si spaccano. La CGT si schiera con i manifestanti, per recuperare il terreno perso nel 2023, quando aveva traccheggiato ambiguamente rispetto al taglio alle pensioni. Dichiarano scioperi anche FSU (la Fédération syndicale unitaire, molto presente nel settore Istruzione e nel Pubblico Impiego) e Solidaires.

Il 10 settembre

Ai primi di settembre il ministero dell’Interno comincia a preoccuparsi in vista della giornata di mobilitazione e il governo minaccia azioni repressive.

I servizi segreti preannunciano circa 100 mila manifestanti; il governo schiera 80 mila fra poliziotti e CRS (le Compagnie repubblicane di sicurezza, cioè le milizie specializzate nella repressione delle sommosse).

Nonostante le minacce di utilizzo massiccio di manganelli e gas lacrimogeni, scendono in piazza, secondo la polizia, 200 mila persone, realizzando non il blocco totale delle attività economiche, ma un serio disturbo. Da copione “un fiasco” secondo il governo. Un successo per gli organizzatori, per lo più anonimi. Non solo un raddoppio rispetto alle previsioni della polizia, ma anche a confronto con le manifestazioni del 1° maggio in cui la polizia aveva dichiarato 157 mila partecipanti.

I critici hanno però ricordato che la prima manifestazione dei Gilets Jaunes mobilitò 290 mila persone, sempre secondo la polizia.

Le manifestazioni culminate in comizio sono state 596 e 262 i blocchi stradali e infrastrutturali in genere. I droni hanno sorvolato le proteste in città, tra cui Parigi e Bordeaux, e nelle regioni bretoni del Morbihan e dell’Orne. La polizia ha attaccato anche molte manifestazioni pacifiche; un loro gas lacrimogeno ha incendiato una brasserie a Parigi che poi è stata mostrata in tv come esempio di violenza dei “facinorosi”.

A Parigi scioperano anche alcuni licei molto prestigiosi del centro come Henri-IV et Lavoisier (5e), Lamartine (9e), Voltaire (11e), Hélène Boucher (20e), Claude Monet (13e). Fra gli studenti prevalgono i temi del sostegno alla Palestina e la difesa dei diritti LGBT. Arrestati 30 studenti del liceo Hélène Boucher a Parigi. Manifestazioni di liceali anche a Marsiglia, Avignone, Nantes, Rennes, Chambéry, Lille, Toulouse, Montpellier… In tutto chiusi 150 licei; secondo il ministero dell’Interno solo il 6% degli insegnanti e il 12% del personale non didattico ha scioperato (per classi più piccole, salari migliori e una educazione più inclusiva).

 Il genocidio a Gaza è tema di cartelli e slogan anche fra gli studenti universitari. Secondo la polizia hanno scioperato 30 sedi universitarie, ma nessuna Università è stata bloccata, gli studenti e gli insegnanti hanno preferito raggiungere le manifestazioni. Assemblee nei campus invece a Jussieu. A Nizza molti studenti sono stati attaccati e feriti dalla polizia.

La manifestazione è stata sostenuta dagli scioperi proclamati da sindacati della sanità, di scuola e università e dei trasporti. A Parigi sono state bloccate numerose porte di transito nelle banlieues (La Châpelle, Bagnolet, Montreuil, Italie, Orléans, anche centri postali e messaggerie). In alcune stazioni della RER, a Gare de Lyon e a Gare du Nord si sono tenute assemblee nella mattinata. Ferme linee di bus e tramway. Nei settori industriali e della logistica scioperi a macchia di leopardo, anche per vertenze di interesse locale. Bloccata Amazon a Brétigny-sur-Orge (Essonne), anche a ArcelorMittal di Dunquerque (che ha annunciato licenziamenti). Bloccate le raffinerie di Gonfreville-l’Orcher, a le Havre, a Donges (Loire-Atlantique), e Feyzin (Rhône), le ultime tre della Total. In sciopero a Rouen la Renault. La CGT ha organizzato scioperi nella chimica e nel commercio a Nantes e a Rouen.

Un tema molto diffuso nei cartelli è il peggioramento delle condizioni di vita, ma anche il disprezzo di Macron per il risultato elettorale e la sfiducia nel sistema politico governato dalle élites. A Parigi sono più numerosi i cartelli contro il riarmo e la guerra, molte bandiere palestinesi e kefiah.

 Le manifestazioni più citate dai media sono quelle di Parigi (in particolare il 3° e l’11” arrondissement), ma anche Marsiglia e Lione (secondo la polizia 8 mila persone in ciascuna città), Montpellier (6 mila), Bordeaux, La Rochelle, Tolosa (13 mila partecipanti secondo la prefettura) e Rennes (11 mila partecipanti) e molti centri della Bretagna. Nelle città del sud visibile la partecipazione di militanti e organizzazioni palestinesi.

Vengono fermate 540 persone (251 solo a Parigi). RSF (Reporter senza frontiere) ha pubblicamente deplorato la brutalità della polizia specificamente contro i giornalisti.

Lo sciopero del 18 settembre

Proclamato prima della caduta del governo Bayrou da un’intersindacale che riuniva le principali organizzazioni (da CFDT, CGT, FO, CFE-CGC, CFTC, Unsa, FSU et Solidaires), si è subito presentato come un secondo tentativo di bloccare le riforme antisociali macroniane. Uno schieramento simile, nel ’23, contro la riforma delle pensioni, aveva di fatto fallito l’obiettivo per l’inettitudine e il rapido cedimento di sindacalisti e politici, lasciando però evidentemente un proposito di rivalsa nei lavoratori francesi.

Le cassandre prezzolate del capitale nei giorni scorsi avevano preconizzato un fallimento dovuto al crollo sia della sindacalizzazione che della credibilità dei sindacati, ma il ministero degli Interni aveva mobilitato un numero anche maggiore di gendarmi (80 mila) e mezzi (blindati, elicotteri, droni, idranti ecc.) rispetto al 10 settembre. In realtà la polizia stessa ha dovuto riconoscere la mobilitazione di almeno 506 mila persone, 55 mila solo a Parigi (e 120 mila a Marsiglia, 40 mila a Tolosa, 35 mila a Bordeaux, 20 mila a Lione ecc.). Quindi diffusa in tutto il paese. La CGT parla di circa un milione di partecipanti. Gli arrestati sono stati 309 e 76 mila le persone identificate.

Il blocco è stato significativo nei trasporti, nelle scuole e università, nelle telecomunicazioni e a sorpresa…. nelle farmacie (18 mila chiuse su 20 mila esistenti).

I sindacati lo considereranno un riconoscimento della loro capacità di mobilitazione, mentre si tratta dell’accumulo di rabbia, frustrazione fra migliaia di lavoratori, pensionati ecc. per salari sempre più inadeguati, l’aumento delle disparità sociali (i ricchi sempre più ricchi e meno tassati, i lavoratori sempre più poveri e i disoccupati meno tutelati) e per la prospettiva di vedere intaccati scuola, sanità e servizi per risanare il bilancio.

E’ vero che dagli anni ’90 il tasso di sindacalizzazione è calato (oggi è pari a circa il 10% della popolazione attiva), ma la disponibilità a mobilitarsi per i propri diritti è più vivace in Francia e soprattutto il peso del lavoro dipendente sull’intero corpo degli attivi è molto più alto ad esempio che in Italia (dato del 2023 26,6 milioni di lavoratori dipendenti, cioè l’88% su 31 milioni di attivi, che a loro volta sono il 74,5% dell’intera popolazione). Anche la polarizzazione dei redditi è più forte in Francia.

Va poi detto che fra gli attivi i servizi fanno la parte del leone (76,4%) su industria (20,6%) e agricoltura (2,9%). E nei servizi c’è un forte peso della finanza, della logistica, dei servizi alle imprese accanto a poste, telecomunicazioni, trasporti, scuola, sanità, con un alto numero di dipendenti a reddito più alto (tecnici, ingegneri, medici, manager; anche il peso del pubblico impiego è significativo.

Ed è proprio nei servizi e nel pubblico impiego (settori in cui la contabilità borghese mette anche settori altamente produttivi) che si sono toccate punte di sciopero molto alte.

Accanto ai lavoratori sono scesi in piazza pensionati, disoccupati, studenti.

Ecco quindi la mobilitazione massiccia e anche solidarietà con gli scioperanti da parte della popolazione (un sondaggio del 17 settembre rivela che il 56% degli intervistati “ha simpatia” per la mobilitazione, 25% la disapprova, il 18% è indifferente. L’approvazione va dall’88% fra gli elettori di sinistra al 57% per chi vota RN al 41% per gli elettori macroniani di Ensemble). Molta spontaneità – il commento di un ferroviere: “qui i sindacati fanno da vagoni, più che da locomotiva”.

E’ evidente che accanto ai salariati, in questo sciopero si sono mobilitati massicciamente i “funzionari”, cioè quei lavoratori ad alta professionalità sulla cui “fedeltà” contano molto i governi per piegarli alle necessità del capitale. I cortei, le interviste, gli slogans mostrano sia la rabbia suscitata dalle scelte di bilancio e dalle politiche governative, un profondo malcontento nei confronti del “declassamento” sia salariale che di status, ma anche la sfiducia nei confronti delle istituzioni e di un sistema politico borghese percepito come estraneo – percezioni e sentimenti che non sono ovvie in un francese. In questo clima sociale “molto infiammabile”, su questo disagio sociale concreto è possibile costruire una riflessione politica più articolata che dia luogo a un’opposizione complessiva. Cosa che certo non faranno la massa dei sindacalisti, più inclini ad agire da pompieri o i parlamentari che guardano solo alle prossime elezioni.

Sta alle minoranze consapevoli di collegare i tagli al salario per esigenze di bilancio alle spese militari, al riarmo e alla guerra prossima ventura, funzionale agli interessi dei padroni del vapore. Nei cortei tante le bandiere palestinesi, molti gli slogan contro il genocidio e ovviamente contro Macron e il governo, meno contro il riarmo e il sistema che lo produce, ma i tempi sono maturi per il salto di qualità.

Fonti: Le Point, La Presse, TG1, France 24, WSWS, Le Monde, Libération, La Depêche, Bfmtv,

ALLEGATO – alleghiamo un articoletto interessante di “Contrattacco”, un sito di Nantes, con 300 mila follower, che mostra nelle sue articolazioni una parte del dibattito che si è aperto sugli strumenti di lotta.

10 settembre: bloccare le tangenziali delle principali città per fermare il Paese?

Circolano molte idee, molte delle quali già sperimentate in passato e dimostratesi inefficaci. Stiamo assistendo a una proliferazione di messaggi visivi che suggeriscono di spegnere internet o di non acquistare nulla il 10 settembre. Un movimento di “piccoli gesti” individuali. Anche supponendo che venga seguito su larga scala, se dura solo un giorno o due, questo strumento di lotta su scala di consumo avrà solo l’effetto di una domenica sull’economia. In altre parole, non molto, quindi.

Allo stesso tempo, sono già stati lanciati appelli per manifestazioni nei centri cittadini. Il rischio è quello di riprodurre all’infinito uno scenario perfettamente padroneggiato dal governo: cortei controllati dalla polizia, inefficaci, severamente repressi se superano il limite, e che non lasciano traccia una volta terminata la manifestazione. Ricordiamoci che nel 2023 eravamo milioni a manifestare per le pensioni, la maggior parte dei cortei è stata fin troppo modesta e la protesta è rimasta inefficace. Se il 10 settembre è semplicemente un insieme di manifestazioni, anche di grandi dimensioni, non c’è alcuna possibilità di costringere il governo a fare marcia indietro.

Se la parola d’ordine è “bloccare tutto”, allora dobbiamo dotarci dei mezzi per farlo. E a parte uno sciopero generale come nel 1968 o nel 1936, cosa improbabile al momento, questo significa bloccare le principali arterie stradali. Per paralizzare una grande città, non ci sono alternative: dobbiamo circondare la metropoli, come fecero i Gilet Gialli, ma su scala ancora più massiccia.

Durante il movimento pensionistico del 2023, i gruppi hanno tentato di realizzare azioni di impatto concreto, e hanno funzionato. Ad aprile, a Nantes, Rennes, Caen e altrove, operazioni “fantasma” hanno bloccato le tangenziali. Un mezzo di pressione davvero efficace: pochi bancali in fiamme, qualche centinaio di persone e un’intera città è rimasta paralizzata. L’effetto è stato enorme e nessuno nelle città colpite ha potuto ignorarlo.

Ad esempio, il 12 aprile a Nantes, tre blocchi stradali sono stati sufficienti a creare decine di chilometri di ingorghi e a paralizzare completamente la città. La maggior parte delle persone che lavoravano in città non è riuscita a raggiungere la propria destinazione in sicurezza. Questa azione ha avuto un impatto maggiore delle manifestazioni che hanno radunato decine di migliaia di persone la stessa settimana a Nantes. Ma questi blocchi sono rimasti temporanei; sono durati solo poche ore prima di essere revocati. Non è bastato.

In Argentina, negli anni Novanta, il movimento piquetero, un movimento di lavoratori precari armati di bastoni che lottavano contro il neoliberismo, bloccò le autostrade in numerose occasioni. Paralizzando i flussi di traffico, i piqueteros ottennero visibilità e influenza bloccando l’economia. Ma a differenza della Francia, non si trattava di blocchi isolati: occuparono effettivamente le strade del Paese, in particolare vicino a Buenos Aires, per diversi giorni o addirittura settimane.

In effetti, nel 2001, durante la crisi economica che colpì l’Argentina, questi blocchi divennero permanenti. Come funzionarono in pratica? I piqueteros arrivarono con le loro famiglie, mangiarono, giocarono a calcio e bonificarono le strade. E cosa può fare la polizia? Usare gas lacrimogeni su un’autostrada a quattro corsie? Questo non sblocca nulla, ma solo sposta l’occupazione. Non è come una manifestazione in città, che la polizia riesce sempre a disperdere con cariche e granate in strade che conosce bene.

Siamo fortunati ad avere una data coordinata: il 10 settembre. Immaginate migliaia di persone su TUTTE le tangenziali francesi. Tutte le principali città bloccate, l’economia paralizzata. Non per un’ora o due. No. Tutto il giorno, per cominciare. E perché non grandi banchetti pubblici sulle strade?

Concretamente, il movimento del 10 settembre si stabilirebbe, porterebbe divani e tavoli, e potremmo giocare a calcio o a badminton sull’asfalto. E perché non concerti? Feste per finanziare lo sciopero? L’arrivo della polizia? Cosa possono fare contro 10.000 persone su un’autostrada a quattro corsie? Ci difendiamo, ci spostiamo, torniamo, evitiamo gli arresti. Tutte le volte che è necessario. Finché le richieste non saranno soddisfatte.

È possibile fare turni sul posto per resistere, per colmare il blocco. Per rimanere tutto il tempo necessario. Una tangenziale bloccata significa ingorghi mostruosi in città, ma soprattutto milioni di persone che non vanno al lavoro e centri commerciali inaccessibili. Quindi milioni di euro di perdita netta al giorno e per città.

Si tratterebbe di una nuova forma di lotta da attuare, una modalità d’azione aggiuntiva che non sarebbe né uno scontro individuale del tipo “quel giorno non vado a fare la spesa”, né uno scontro rituale, né una parata innocua. Tutto ciò può funzionare solo a due condizioni: che questi blocchi siano coordinati, perché la polizia non può sbloccare decine di tangenziali contemporaneamente, e che siano duraturi, in modo da avere un impatto reale sull’economia.  

https://contre-attaque.net/2025/08/15/10-septembre-bloquer-les-peripheriques-des-grandes-villes-pour-arreter-le-pays/

,

articoli correlati

Scopri di più da Il Pungolorosso

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere