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Trattori tricolori

Le tv e gli stessi dimostranti intervistati si sono dichiarati sorpresi del plauso popolare che i trattori in marcia, a dir loro, riscuotono. Non sappiamo quanto siano genuine quelle espressioni di solidarietà, ma siccome c’è poco da essere contenti se ti bloccano l’autostrada proprio quando sei in ritardo o proprio quando devi andare al lavoro, noi proviamo ad ascoltare qualche passante e capiamo che la “solidarietà” è più che altro un’espressione di malcontento generale verso i prezzi che aumentano, verso la borsa della spesa sempre più leggera. Il segno di questa “simpatia” verso la marcia dei trattori, comunque, non è negativo perché indica un’insofferenza crescente anche se ancora passiva.

L’aspetto sicuramente negativo, dal nostro punto di vista, consiste nella propaganda, nell’uso che il governo fa di questa protesta: sembra che Lollobrigida, Meloni e Salvini non aspettassero altro. E l’astuzia con cui il governo Meloni la cavalca è davvero notevole, capace di far dimenticare che proprio loro hanno ripristinato l’Irpef sulle aziende agricole con la legge di bilancio per il 2024.

Immediata anche la convergenza sull’uso dei pesticidi che il Consiglio europeo aveva deciso di abolire gradualmente. Il pioniere del ripristino del loro uso è stato Macron che stavolta, spinto dall’incombere delle elezioni europee, non si è fatto sorprendere dalla protesta. Ursula von der Leyen ha immediatamente aderito alla sua richiesta per la gioia delle imprese agricole e dei fabbricanti di veleni. Il governo italiano, a sua volta, è immediatamente saltato sul carro – o se volete, sul trattore – vantando la cosa addirittura come un suo successo. A parte il fatto che controllare l’impiego dei pesticidi in agricoltura, per non parlare dei diserbanti, risulta non privo di problemi, il mondo degli imprenditori agricoli ha accolto con soddisfazione la “conquista” che riporterà l’Italia all’eccellenza in materia, visto che deteneva già il primato europeo dell’uso dei veleni in agricoltura: troverete maggiori dettagli nel dossier 2022 di Legambiente ( https://agricoltura.legambiente.it/dossier-stop-pesticidi-2022/ ).

Per colmo d’ironia su uno dei trattori in marcia campeggiava un cartello con scritto: “Se sano vuoi mangiare, l’agricoltura avanti deve andare”; senonché noi vogliamo che vada avanti un altro “modello” di agricoltura che non è certo quello dell’azienda capitalista e della produzione di cibo-merce sempre più manipolato a fini di profitto, ed ancor meno quello della tendenza monopolista alla produzione di cibo-merce che propone la Commissione Europea verniciandola di ambientalismo. Anche se sembrerà un argomento lontano da queste note di cronaca (in realtà non lo è), la nostra idea riguarda un’agricoltura per la specie e realmente rispettosa dell’ambiente naturale che potrà darsi solo sulla base della negazione di ogni forma di proprietà dei mezzi di produzione, della terra e dei prodotti del lavoro, e non troviamo niente di meglio che invitare a leggere (o rileggere, secondo i casi) un po’ di marxismo1. Dal futuro comunista, da afferrare al momento sul piano teorico (non sarebbe poco), torniamo al presente.

Tutela ambientale o tutela dei profitti?

Non c’è intervista, da Brindisi a Melegnano, che non veda agricoltori ed allevatori sulla difensiva rispetto all’accusa di non essere al primo posto quanto a difesa dell’ambiente. Si sentono spesso sotto osservazione nella conduzione di pratiche inquinanti e, viste le loro richieste, i dubbi dei consumatori sono più che giustificati e avallati da inchieste giornalistiche, da interventi delle autorità sanitarie, da denunce di associazioni di consumatori. Ma su questo la protesta dei trattori ha già ottenuto una prima vittoria – giustamente contestata dalla Rete ambientalista.

Un’altra delle rivendicazioni della protesta di questi giorni è la richiesta di abolire l’obbligo di tenere incolti il 4% dei propri terreni. Immediatamente Salvini si è fatto sentire: “Ecco le assurdità dell’Europa: pagare i contadini per non coltivare”. In realtà la sua è solo volgare propaganda, come al solito, perché basta dare una scorsa a qualsiasi rivista di settore per sapere – e forse Salvini&soci lo sanno – che la norma riguarda solo le aziende seminative, in quanto è rivolta alla conservazione di stagni, fasce alberate, siepi, muretti a secco ed altri elementi che contribuiscono in maniera determinante alla tenuta del suolo, al contenimento di frane, al drenaggio delle acque piovane. In poche parole si chiede agli agricoltori di non distruggere questi elementi essenziali dell’ambiente naturale, e degli interventi umani utili in esso e su di esso, per spingere in avanti la produttività delle loro aziende. Si chiede all’agricoltura che “deve andare avanti” di tenere a riposo aree a rotazione per conservarne la fertilità e non solo. Non ci tratterremo sulle buone pratiche agricole che tendono alla conservazione delle potenzialità dei terreni, a non esaurirne la fertilità ed altro – salvo notare di passaggio che il capitalismo le sta facendo a pezzi. Quello che ora ci preme è ribadire la natura della contraddizione che spinge i coltivatori al massimo sfruttamento delle risorse dei terreni pur sapendo che queste non sono infinite, e che la natura presenterà sicuramente il suo conto in termini non solo di cambiamento climatico a media-lunga distanza, ma lo sta già facendo a breve termine con l’inaridimento causato proprio dalla perdita di sostanza organica fino alla salinizzazione del terreno e alla sua desertificazione. E’ la logica della massima produttività possibile, la stessa che troviamo nell’industria capitalistica, nell’essenza del capitalismo, un sistema che per mantenersi deve necessariamente produrre sempre più e a tutti i costi.

L’agricoltura – e non da oggi – ha assunto le stesse regole del modo di produzione capitalistico in generale, ha imitato sempre più l’industria capitalistica, ed i “nostri” agricoltori sono anch’essi degli imprenditori capitalisti di taglie e capitali accumulati differenti, ma non certo dei poveri coltivatori che vogliono più terra solo per poter avere più cibo per sfamarsi. Quelli che sono scesi in piazza in questi giorni appartengono a categorie ben più agiate, e lo si vede dalle loro macchine di alta gamma che il contadino povero non può permettersi. Anche le coltivazioni di cui essi stessi ammettono la convenienza riguardano un’agricoltura estensiva praticata su grandi fondi e serre specializzate. Canapa industriale e bambù che hanno poco a che vedere con l’alimentazione del “popolo”; e poi carciofi, fragole, zafferano, tutto per palati fini. Tenendo presente questo quadro, è penoso vedere demagoghi di ogni tipo che si affannano a cercare briciole di notorietà tra i residui della protesta: le tv di regime hanno perfino riesumato Mario Capanna e Tonino Di Pietro per patetici spot a sostegno di una protesta che ha un segno di genuina istanza solo quando denuncia l’industria di trasformazione e le pratiche di accaparramento della grande distribuzione, ma si tratta di accenni deboli: gli obiettivi della protesta sono rivolti alla classica libertà d’impresa, al blocco della concorrenza, ai sussidi statali, alla detassazione. Volete che coltiviamo grano? Bloccate le importazioni!

Agli allevatori riserviamo poche righe perché criticarne le orride pratiche correnti è come sparare a cannonate su un infermo, quindi non insistiamo più di tanto ma parole come “cibo sano” sulle loro bocche sono un’autentica bestemmia.

Prima gli italiani!

Altro cavallo di battaglia della protesta dei trattori è che “Solo gli agricoltori italiani possono garantire il cibo sano”- così recita un altro dei cartelli di questo movimento. Come si fa a dire in così poche parole tante bugie è veramente il segno di quel “cervello fino” che si attribuisce al mitico mondo agricolo. Sul cibo sano abbiamo già detto, ma qui si parla di italianità e non si può non vedere che i campi arati pullulano di braccia straniere malpagate, maltrattate, massacrate di fatica, nei casi estremi vittime di omicidi e sparizioni (ne abbiamo scritto sul n. 3 de Il Cuneo rosso). Ma c’è un altro sottile contenuto in quella rivendicazione di italianità ed è il protezionismo, e qui le cose si fanno serie e meritano un commento.

Oggi è praticamente impossibile, nell’Unione europea, introdurre dazi nazionali. Le regole in materia riguardano un mondo alle prese con i primi vagiti dei capitalismi nazionali. La fase imperialista detta regole differenti, e le prime regole che l’Unione Europea si è data riguardano proprio la proibizione di queste misure nazionali di protezione in cambio dei vantaggi che offre la costituzione di una vasta area di libero mercato rafforzata dall’unità monetaria e dal vantaggio che ogni paese ha di poter avere accesso ad un mercato più ampio, ad economie di scala, a fondi comuni di solidarietà e di reciproco sostegno tra nazioni rispetto alle politiche di mercato dei paesi extraeuropei. E’ chiaro che in questa partita sono risorti i sovranisti antieuro e anti-Unione europea, non ancora rassegnati nemmeno dopo aver visto gli esiti della Brexit pagati dai proletari e dalla piccola borghesia non sfruttatrice. Dobbiamo, allora, per forza ricordare – non a loro, ma ai proletari che si dovessero illudere sui benefici per loro di un’Italexit volontaria – che le misure di protezione di un qualsiasi prodotto nazionale provocano un aumento del prezzo ed un maggior costo nazionale sopportato dai consumatori di quel prodotto. Il tutto ad esclusivo vantaggio dei capitalisti di tutte le misure, e soprattutto dei più “grandi” che in questo modo conseguono profitti eccezionali, accumulazione e capacità di investimento per salire nella scala della concentrazione monopolistica.

Ma il protezionismo può essere anche attivo, consistere, cioè, in premi e sussidi ai produttori. Anche queste misure sono ostacolate dalla normativa europea, che prevede sanzioni verso i paesi che ricorrono a provvedimenti di questo tipo anche se gli espedienti per aggirare gli accordi internazionali non mancano, pur essendo di durata limitata. Anche in questo caso, è ovvio, il costo di misure di questo tipo grava sul bilancio delle singole nazioni, e si scarica per intero sulle classi sociali che non partecipano dei benefit. Se ci limitiamo ad una trattazione così generale, è perché vogliamo far notare anzitutto che la stessa logica si applica anche a misure quali l’autonomia differenziata di cui si discute in Italia, e con particolare riguardo alla Sanità. Pensare che questo provvedimento costituisca un danno solo per le regioni arretrate è una vergognosa copertura ideologica di un altro mantra – il nord contro il sud – che serve a concentrare consenso elettorale, così come a concentrare il capitale. I proletari lombardi, piemontesi, friulani hanno ben poco da stare allegri, e non è un caso che proprio nelle regioni del Nord si costituiscono i primi Pronto Soccorso “privati”, frutto dei maggiori profitti dell’industria sanitaria che diviene attrattore di investimenti e che si concentra territorialmente. L’aumento dei prezzi ed i maggiori profitti conseguiti in quei contesti saranno pagati dagli strati proletari dei rispettivi territori – il nord pienamente incluso. E’ il capitalismo, bellezza!

Apolitica e apartitica?

Se ascoltiamo con attenzione le dichiarazioni degli agricoltori appare evidente che non c’è unità organizzativa essenzialmente a causa delle differenze di strutture ed ambiti produttivi. Il gruppo di Melegnano (così si sono definiti) ha problemi differenti dagli agricoltori siciliani, ma una generica istanza di “aiuti” di qualsiasi natura unisce il movimento. Non si può dire, però, che si siano mossi da casa come per una scampagnata tra amici incontrati occasionalmente. Molte sigle, alcune nate per l’occasione, altre riciclate, ognuna con un buon livello organizzativo, partecipano al “movimento”; eccone alcune. Riscatto agricolo ha formato un coordinamento nazionale, distribuisce volantini e bandiere rigorosamente italiche, nuove di piega. Su di loro grava il sospetto di essere una creatura del partito della Meloni, vista la presenza di iscritti a FdI e di consiglieri comunali di Fratelli d’Italia. No farmers, no food, no future costituisce un altro raggruppamento. Il Comitato degli agricoltori traditi non è alla sua prima esperienza ed è guidato dall’ex forcone, Calvani. Il Sole24ore ci parla dell’organizzazione fascista “Ancora Italia” guidata dal noto Castellino di Forza Nuova, che annuncia la partecipazione attiva della sua organizzazione alla protesta. Siccome nessun dissenso si è levato dall’interno dei partecipanti alle manifestazioni, possiamo dire che ce n’è quanto basta per capire che il racconto dei media sulla indipendenza politica e sulla spontaneità totale – che non escludiamo del tutto – è finalizzato ad attenuare la protesta contro il governo e, per stavolta, infatti, niente palco di San Remo. Quanto alle formazioni, col neo o senza, fasciste, è chiaro che vogliono dal governo e soprattutto dalla Meloni una spinta ancora più a destra dopo l’appoggio dichiarato ed esplicito che hanno dato alla sua scalata al governo. Significativo, per reazione, l’atteggiamento della potente Coldiretti che ha rifiutato di incontrare gli agricoltori che si sono recati il 5 scorso alla sua sede di Milano. Vedremo se dopo l’incontro previsto alle 12 di domani col ministro Lollobrigida ci saranno sviluppi sul piano delle concessioni che il governo Meloni dovesse fare alle richieste degli agricoltori (l’articolo era scritto prima dell’incontro, ma da quel che è filtrato, la Coldiretti è riuscita ad accaparrarsi nuovi servizi).

Concludendo…

Non è escluso che qualcuno tra i contadini poveri si sia associato alla protesta, ma l’apporto di questo reparto alla protesta degli ultimi giorni è stato del tutto marginale. Non si tratta solo di un mondo del tutto diverso, ma anche di istanze che non sono le loro. Ad esempio la messa a riposo dei terreni riguarda solo le aziende seminative, e non la piccola produzione orticola destinata ai mercati locali cittadini, se non addirittura a quelli rionali. Per ora il malcontento diffuso è rivolto sia contro il governo per non aver tenuto fede alle sue promesse, sia contro le politiche europee il cui “ambientalismo” – si fa per dire – suscita anche in noi parecchi sospetti (ma di segno di classe opposto a quello dei caporioni delle varie organizzazioni in campo). Non per questo pensiamo di mobilitarci a favore o a sostegno della protesta che presenta molte contraddizioni che però avranno, se l’avranno, una sola soluzione, e sarà pagata soprattutto dai proletari, per lo più immigrati, verso i quali l’agricoltura “italica” ha un grande debito: lo sfruttamento della manodopera nei campi è al suo massimo, e solo la lotta dei braccianti potrà modificare l’attuale situazione, portando benefici a sé stessi e anche agli altri strati subalterni. Nei campi chi respira e maneggia i prodotti trattati coi pesticidi non sono i proprietari dei trattori da 150mila euro, chi ha a che fare con l’atrazina – il diserbante cancerogeno – non è il proprietario di decine di ettari che si reca in banca a chiedere un fido o dal commercialista per avviare una pratica di accesso ai finanziamenti europei. L’inesistenza di un’organizzazione anche solo sindacale dei braccianti (1.006.975 al 2020), che sappia raccogliere ed organizzare istanze realmente di classe si farà sentire probabilmente ancora per lunghi anni. E questo vuoto – ecco la cosa che dovrebbe preoccupare di più le avanguardie politiche – sarà colmato da ogni sorta di mestatori e demagoghi. Nulla verrà di buono a quella “brava gente” che oggi simpatizza per il movimento dei trattori tricolorato, e magari lo applaude mentre passa in strada. In queste condizioni le proteste della molto variegata imprenditoria agricola (le imprese in attività sono poco più di 1 milione) si spegneranno dopo aver ottenuto qualche obiettivo minimo e comunque transitorio. L’Irpef – vero cavallo di battaglia della protesta2 – verrà sospesa, non certo abolita, e questo costituirà un bel problema per il governo che contava su un’entrata fiscale che la CIA stima da 400 a 10mila euro per ogni impresa3. I problemi degli agricoltori di ogni livello, e dell’agricoltura capitalistica in generale, resteranno ad onta di ogni riforma, di ogni ritocco legislativo.

Note

1 ) A. Bordiga, ll programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà del suolo, degli impianti di produzione e dei prodotti del lavoro, in Proprietà e capitale, Iskra edizioni, Firenze 1980, e in particolare p. 196. Ne raccomandiamo la lettura soprattutto per i numerosi passaggi che vengono citati e che si riferiscono più direttamente agli scritti di Marx, molto ben interpretati e illustrati da Bordiga. In rete si trova qui: https://www.quinterna.org/archivio/1952_1970/programma_rivoluzionario.htm

2 ) Qui semplifichiamo la realtà della fiscalità che si compone anche dell’obbligo per i giovani agricoltori di versare i contributi previdenziali, dell’IMU, della maggiore tassazione catastale derivante dalle rivalutazioni, del computo dei fattori che compongono eventuali detrazioni per la determinazione degli “imponibili”. Nella legge di bilancio 2024 vengono assoggettati a tassazione anche i terreni che incassano canoni per la installazione di impianti agrovoltaici, tanto per capire la volontà ambientalista del governo.

3 ) Il range così ampio è un altro indicatore di quello che abbiamo chiamato “il variegato mondo dell’agricoltura”.

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