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Israele punisce i palestinesi dal 1948, senza fermarsi un attimo – Gideon Levy

Su segnalazione di compagne sostenitrici da sempre della causa palestinese pubblichiamo volentieri un articolo di Gideon Levy, apparso sul quotidiano israeliano Haaretz, che denuncia la spietata oppressione esercitata dallo stato di Israele sulla popolazione palestinese fin dal primo giorno della sua esistenza. Senza un attimo di tregua. Una denuncia coraggiosa che è anche una piccola lezione a quanti qui in Italia e in Occidente si sentono di dare solidarietà alla resistenza palestinese solo ed esclusivamente alla condizione di sparare a zero sulle sue attuali direzioni, pontificando in modo talora grottesco su cosa i palestinesi dovrebbero fare e non fanno – detto da chi, qui, non riesce a muover foglia contro un governo di ascendenza fascistoide!!! Osservate che Levy, invece, stando dentro Israele, sa scrivere un articolo senza nominare e maledire Hamas, che – lo immaginiamo – non è certo il suo partito.

Mentre lo stato israeliano si appresta a compiere l’ennesimo massacro a Gaza, su scala maggiore del passato, perché deve vendicare la cocente umiliazione subita ad opera della resistenza palestinese, la propaganda filo-sionista di quasi tutti i media non smette di vomitare accuse contro “il terrorismo di Hamas”, autore di “un massacro disumano”.

Ma, per quanto il coro delle condanne sia quasi unanime, c’è ancora chi ricorda, dall’interno di Israele ed in quanto cittadino di Israele, su quanto sangue, violenza e orrore sia costruito lo stato sionista, e come l’apartheid e l’oppressione contro i palestinesi continui senza soste da decenni, così come le torture e le detenzioni senza processo e senza accuse (nell’”unica democrazia del Medio Oriente”…!), la demolizione delle case, i rapimenti e le uccisioni, le rappresaglie vigliacche con i bombardamenti terroristici sulla Striscia, l’eliminazione dei militanti palestinesi e così via. E come tutto ciò sia stato accompagnato finora, oltre che dal silenzio complice di tutti i mezzi di informazione, da un senso di arroganza e impunità che l’attacco della resistenza palestinese è stato in grado di minare in profondità, gettando nello sgomento il potere israeliano.

Certo, anche noi avremmo preferito che i miliziani palestinesi avessero preso in ostaggio SOLO boriosi generali in mutande, come pure è avvenuto. Ma i colpi inferti anche ai civili ci ricordano dolorosamente che la popolazione di uno Stato edificato sulla pulizia etnica, come è Israele, è comunque forza d’occupazione.

Erano questo, per non fare che un esempio, anche i civili francesi che spadroneggiavano in Algeria e che furono cacciati con metodi certo poco “democratici”, ma i soli efficaci contro lo strapotere di esercito, capitali, tecnologia della Francia colonialista e imperialista.

Dissentiamo tuttavia dalla pessimistica conclusione del testo di Levy, quando risponde NO alla speranza che Israele impari la lezione. Naturalmente non riponiamo alcuna speranza in Israele come Stato e nella classe che lo dirige. Non è certo l’apparato sionista che deve imparare, sono i proletari, i lavoratori di quella società, che ci sono pur se imprigionati nella morsa di ferro del sionismo, che devono rivolgersi contro il loro governo, non solo per chiedere maggiore democrazia “per se stessi” (come nelle manifestazioni che da mesi si susseguono contro Netanyahu), ma anche e soprattutto per mettere sotto accusa l’oppressione contro i palestinesi che dura perfino da prima del 1948, dalla quale deriva quella progressiva fascistizzazione di Israele che anche loro cominciano ad avvertire come odiosa e da rifiutare. Essi sono chiamati a mettere fine alla loro complicità col regime di apartheid e dimostrare con i fatti ai combattenti palestinesi che la fine del colonialismo israeliano non può certo passare per le “conferenze di pace” (che peraltro nessuno ricorda più), la diplomazia internazionale, responsabile dell’attuale situazione, gli “accordi di Oslo” (sepolti da tempo), che hanno prodotto il governo israeliano più reazionario della storia, passa invece per una lotta comune delle masse lavoratrici capace di aggredire il sionismo da entrambi i fronti, interno ed esternouna prospettiva, questa, nient’affatto utopica che infatti si affacciò materialmente negli anni ’70 sia nel movimento di liberazione palestinese, sia nella società israeliana.

Solo in questo processo potranno maturare le condizioni per una lotta in grado di distinguere vittime e carnefici anche all’interno della società israeliana.

Oggi, la resistenza palestinese ha detto ai suoi oppressori: pensavate di averci eliminati per sempre, invece siamo qui e popoleremo di incubi i vostri giorni! Tutto il resto dipenderà dalla parte non sfruttatrice della società israeliana e dalla solidarietà militante che arriverà agli oppressi palestinesi dai lavoratori dei paesi occidentali e dagli sfruttati di tutto il mondo. (Red.)

Dietro tutto quello che è successo, l’arroganza israeliana. Pensavamo che ci fosse permesso fare qualsiasi cosa, che non avremmo mai pagato un prezzo o saremmo stati puniti per questo.

Continuiamo senza confusione. Arrestiamo, uccidiamo, maltrattiamo, derubiamo, proteggiamo i coloni massacrati, visitiamo la Tomba di Giuseppe, la Tomba di Otniel e l’Altare di Yeshua, tutto nei territori palestinesi, e ovviamente visitiamo il Monte del Tempio – più di 5.000 ebrei sul trono.

Spariamo a persone innocenti, caviamo loro gli occhi e spacchiamo loro la faccia, li deportiamo, confischiamo le loro terre, li saccheggiamo, li rapiamo dai loro letti, effettuiamo la pulizia etnica, continuiamo anche l’irragionevole blocco di Gaza, e tutto andrà bene.

Costruiamo un’enorme barriera attorno alla Striscia, la sua struttura sotterranea costa tre miliardi di shekel e siamo al sicuro. Ci affidiamo ai geni dell’Unità 8200 e agli agenti dello Shin Bet che sanno tutto e ci avviseranno al momento opportuno.

Stiamo spostando metà dell’esercito dall’enclave di Gaza all’enclave di Huwara solo per garantire le celebrazioni del trono dei coloni, e tutto andrà bene, sia a Huwara che a Erez.

Poi si scopre che un primitivo, antico bulldozer può sfondare anche gli ostacoli più complessi e costosi del mondo con relativa facilità, quando c’è un grande incentivo a farlo.

Guarda, questo ostacolo arrogante può essere superato da biciclette e motociclette, nonostante tutti i miliardi spesi per questo, e nonostante tutti i famosi esperti e imprenditori che hanno guadagnato un sacco di soldi.

Pensavamo di poter continuare il controllo dittatoriale di Gaza, gettando qua e là briciole di favore sotto forma di qualche migliaio di permessi di lavoro in Israele – questa è una goccia nell’oceano, anch’essa sempre condizionata ad un comportamento corretto – e in al ritorno, mantenetelo come la loro prigione.

Facciamo la pace con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – e i nostri cuori dimenticano i palestinesi, così che possano essere spazzati via, come molti israeliani avrebbero voluto.

Continuiamo a detenere migliaia di prigionieri palestinesi, compresi quelli detenuti senza processo, la maggior parte dei quali prigionieri politici, e non accettiamo di discutere il loro rilascio anche dopo decenni di prigione.

Diciamo loro che solo con la forza i loro prigionieri possono ottenere la libertà.

Pensavamo che avremmo continuato con arroganza a respingere ogni tentativo di soluzione politica, semplicemente perché non ci conveniva impegnarci in essa, e sicuramente tutto sarebbe continuato così per sempre.

E ancora una volta si è rivelato non essere così. Diverse centinaia di militanti palestinesi hanno sfondato la recinzione e hanno invaso Israele in un modo che nessun israeliano avrebbe potuto immaginare.

Alcune centinaia di combattenti palestinesi hanno dimostrato che è impossibile imprigionare due milioni di persone per sempre, senza pagare un prezzo elevato. Proprio come ieri il vecchio bulldozer palestinese fumante ha demolito il muro, il più avanzato di tutti i muri e le recinzioni, ha anche strappato di dosso il mantello dell’arroganza e dell’indifferenza israeliana.

Ha demolito anche l’idea che sia sufficiente attaccare Gaza di tanto in tanto con droni suicidi e vendere questi droni a mezzo mondo per mantenere la sicurezza.

Ieri Israele ha visto immagini che non aveva mai visto in vita sua: veicoli militari palestinesi che pattugliavano le sue città e ciclisti provenienti da Gaza che entravano dai suoi cancelli.

Queste immagini dovrebbero strappare il velo dell’arroganza. I palestinesi di Gaza hanno deciso che sono disposti a pagare qualsiasi cosa per un assaggio di libertà. C’è qualche speranza per questo? NO. Israele imparerà la lezione? NO.

Ieri già parlavano di spazzare via interi quartieri di Gaza, di occupare la Striscia di Gaza e di punire Gaza “come non è mai stata punita prima”. Ma Israele punisce Gaza dal 1948, senza fermarsi un attimo.

75 anni di abusi e il peggio l’attende adesso. Le minacce di “appiattire Gaza” dimostrano solo una cosa: che non abbiamo imparato nulla. L’arroganza è destinata a durare, anche se Israele ha ancora una volta pagato un prezzo elevato.

Benjamin Netanyahu ha una responsabilità molto pesante per quanto accaduto e deve pagarne il prezzo, ma la questione non è iniziata con lui e non finirà dopo la sua partenza.

Ora dobbiamo piangere amaramente per le vittime israeliane. Ma dobbiamo piangere anche per Gaza. Gaza, la cui popolazione è composta principalmente da rifugiati creati da Israele; Gaza, che non ha conosciuto un solo giorno di pace.

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